Guardian.co.uk
01.03.2010
http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/mar/01/gdp-growth-palestine-hardship
“Una crescita nella quale la Palestina possa credere”
di Sam Bahour
Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato indipendente. Sul campo i fatti riducono in brandelli questo ragionamento, proprio perché Israele continua a microdirigere i frammenti economici del progettato futuro stato della Palestina verso una stagnazione sistemica.
Sento già le voci – “ma essere positivo”, “da qualche parte dobbiamo iniziare”, “stiamo operando unilateralmente verso uno stato”, “ma, l’anno scorso,abbiamo avuto una crescita del PIL del 7%”, ecc. Essere positivi è una cosa, ma essere deliranti ed acquiescenti nei confronti dell’occupazione militare che controlla ogni aspetto importante della nostra vita, soprattutto quello economico, è inaccettabile.
Non metto in dubbio le buone intenzioni (fatta eccezione per l’occupante) di tutti gi attori economici coinvolti nella promozione di questo equivoco secondo il quale i banchieri occidentali sono su un rapido treno di crescita economica.
La dirigenza palestinese ha lasciato pochissimo, o per nulla, capitale politico, così si è previsto che si concentri sulle attività economiche – cosa che affermo essere molto diversa dallo sviluppo economico rivolto alla costituzione di uno stato. Si aggiunga a questo il fatto che alcuni operatori chiave palestinesi, vale a dire il Primo Ministro Salam Fayyad, hanno già dato inizio alla campagna per le possibili elezioni presidenziali, e si può vedere facilmente la necessità di un’autogiustificazione per partecipare, ogni giorno o due, ad una cerimonia del taglio del nastro.
Gli israeliani non avrebbero potuto chiedere di più. Con il pretesto dello slogan del primo ministro israeliano di “pace economica”, Israele ha potuto gettare fumo negli occhi del mondo, con il creare fatti irreversibili sul terreno, come le colonie illegali per soli ebrei, e il continuare a premere con tale durezza sulla società palestinese che molti palestinesi stanno emigrando spontaneamente – una cosa che Israele non è riuscito a realizzare completamente con la forza nel corso di diverse vicende belliche, in particolar modo nel 1948 e nel 1967. Questo lento, ma costante esodo sta svuotando la Palestina del suo capitale umano, già fortemente impoverito dalle restrizioni che ci sono state imposte.
La comunità dei donatori, che continua a sostenere generosamente il governo palestinese a Ramallah, inoltre, non può davvero essere accusata di aspettare di avere un assetto economico per giustificare il suo costante sostegno finanziario all’Autorità Palestinese. Gli Stati sono stati politicamente disabili per decenni in quanto sempre in attesa dell’ulteriore segnale politico degli Stati Uniti. La migliore cosa che per loro possa seguire è quella di pretendere lo sviluppo istituzionale e la riforma all’interno di un contesto di pace economica. La missione di Tony Blair, l’inviato speciale del Quartetto, è esattamente questo: una missione economica e non politica, anche se il Quartetto è una creatura politica (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite) che porta l’ultimo onere che rimane per affrontare le questioni politiche fondamentali che stanno creando ostacoli ad una risoluzione impegnativa del conflitto.
Le organizzazioni internazionali non sono del tutto da biasimare. Esse hanno solo gli strumenti che usano per misurare le economie di Stati sovrani, del tipo del PIL, del PNL e dei rapporti di crescita. Così, quando devo guidare un’ora di più per raggiungere la mia destinazione, perché Israele ha eretto una barriera di separazione illegale, o quando l’esercito israeliano proibisce che le strade che attraversano la West Bank siano riparate, il che determina un danno costante alla mia auto, tutto ciò rappresenta un grande insieme di informazioni per il GDP [gross domestic product = prodotto interno lordo = PIL, ndt] della Palestina, in quanto consumo più carburante e mi reco al mio centro per la riparazione delle auto con maggiore frequenza. Detto questo, quasi tutte le relazioni che provengono da queste organizzazioni specializzate, come la Banca Mondiale, sono più fedeli alla realtà sul terreno della maggior parte delle altre. Questo può essere mostrato da poche frasi riportate nell’ultima relazione della Banca Mondiale:
“Nel corso del tempo, tuttavia, l’apparato di controllo è diventato gradualmente più sofisticato ed efficace nella sua capacità di interferire e influenzare ogni aspetto della vita palestinese, comprese le opportunità di lavoro, il lavoro e i guadagni. Estensivo e multistrato, l’apparato di controllo comprende il sistema dei permessi, gli ostacoli fisici noti come blocchi, strade limitate, divieti di accesso a gran parte del territorio nella West Bank e più in particolare la barriera di separazione. Essa ha trasformato la West Bank in un insieme frammentato di isole sociali ed economiche o da enclavi tagliate fuori le una dalle altre.”
Potrei andare avanti.
I fatti se ne stanno alla piena luce del giorno per coloro che sono disposti a scovarli. L’occupazione militare israeliana è viva e vegeta in ogni rientranza e fessura di Gaza e della West Bank, specialmente a Gerusalemme. Il 40 per cento della nostra popolazione sotto occupazione a Gaza sta venendo strangolata di proposito. Il 60 per cento della nostra popolazione totale – rifugiati e quelli della diaspora – non è nemmeno nella coscienza delle menti della maggior parte degli attori.
L’attività economica, nella quale sono coinvolto (e di cui sono fiero) sta sviluppandosi e la cosa in sé e per sé non dovrebbe essere una novità. Inoltre, essa non dovrebbe essere sommata come sviluppo economico. Si, i palestinesi si svegliano ogni mattina per andare al lavoro proprio come nel resto del mondo, nonostante le restrizioni economiche più strangolanti che essi abbiano mai affrontato.
Tuttavia, da nessuna parte è reperibile uno sviluppo economico e una crescita che siano degni di un aumento che li rapporti all’economia di un futuro stato. Come potrebbe essere? Tutti gli aspetti chiave di una vera economia sono saldamente nelle mani di Israele, la nostra occupante. Israele, da sola, detiene le leve per la nostra acqua, del movimento, dell’accesso, tutti i confini, lo spazio aereo, l’elettricità, lo spettro elettromagnetico, solo per citare alcuni casi. Un nuovo edificio a Ramallah, o 100 per quella questione, servono per belle cerimonie di taglio del nastro, ma sono tanto lontani dalla costruzione di uno stato economico quanto il torto lo è dal giusto.
L’altro giorno, un amico israeliano mi fece notare un modo diverso di guardare che cosa c’è sul tavolo. Essere positivo, sono disponibile ad accettare la “pace economica” di Benjamin Netanyahu quando lui e il suo paese si comporteranno seriamente a proposito del rilascio delle risorse economiche della Palestina sulle quali detengono il pieno controllo. In mancanza di ciò, noi palestinesi continueremo a raccogliere i pezzi della nostra vita, fino a che non arriverà il giorno inevitabile della resa dei conti, quando Israele dovrà guardare se stessa in uno specchio ed accettare ciò che vi vedrà come una realtà – uno stato di Apartheid.
(tradotto da mariano mingarelli)| < Prec. | Succ. > |
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Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Agosto 2010 10:07




