INTERNAZIONALE
6 novembre 1993

 

L’Intifada in prigione

Dal racconto di una giornalista israeliana la vita dei palestinesi nel peggiore campo di detenzione di Israele, Ketsiot. Violenze e diritti calpestati 

di Ada Ushpitz - Ha’aretz 

Attraverso gli anni tutte le lotte legali per migliorare le condizioni dei reclusi nella prigione di Ketsiot sono state vane. Ketsiot è la più grande di tutte le prigioni del Paese e quella con la fama peggiore. La popolazione dei Territori occupati vede in essa il primo passo del “progetto di transfer” degli intellettuali e dei leader palestinesi. Oggi, con l’accordo, diventa uno dei primi candidati allo smantellamento.

Il ricordo più forte della detenzione a Ketsiot che è rimasto a Monir e Annuar Harb, abitanti di Beit Ulla vicino a Hebron, è la morte del loro fratello Hassin di 19 anni. I tre fratelli sono stati arrestati nei mesi di novembre-dicembre 1990, durante l’ondata di arresti amministrativi.

            

 

Il carcere di Ketsiot è stato creato nei primi anni dell’Intifada, vicino al confine egiziano. Dopo l’appello del 1988 alla Corte Suprema israeliana per le difficili condizioni di vita all’interno di Ketsiot, è stata cambiata la regola di separare i parenti e gli amici detenuti. I fratelli Harb hanno abitato nella stessa tenda, al blocco E 1/3. Le giornate, racconta il primogenito Annuar, erano particolarmente fredde e piovose. 

In ogni tenda erano stipati 28 detenuti, l’acqua piovana scorreva sotto i materassi messi a terra. Il telone sopra Annuar era bucato, l’acqua gocciolava sul suo viso mentre dormiva. 

Questa insopportabile condizione non lasciava a nessuno la possibilità di sistemarsi meglio. Tutto ciò era niente a confronto delle grida di dolore di suo fratello Hassin che teneva la testa dolorante appoggiata sulla pancia del fratello o dormiva tra le sue braccia, pregando Annuar di massaggiargli il collo. 

Hassin ha iniziato a sentire dolore nelle orecchie alla fine di gennaio. Il medico di Ketsiot gli aveva prescritto un analgesico - l’acamol - che, secondo le testimonianze di molti detenuti, era la medicina per tutte le malattie. La situazione di Hassin peggiorava. Diventava debole, soffriva di giramenti di testa e rifiutava il cibo. Secondo i fratelli, le loro continue richieste per aver un medico furono accolte solo una volta, e la diagnosi finale fu: “Non ha niente, sta solo recitando”. (...) 

“Nella notte gridava dal dolore e io impotente piangevo”, racconta il fratello Annuar (...) “Non potevo aiutarlo in nessun modo, né con le medicine né col cibo. Ci siamo sentiti abbandonati. Gli ho detto di pregare, di chiedere ad Allah, ma lui rispondeva ‘voglio dimenticare le preghiere’. Non mi rimaneva niente da fare, pregavo Allah di salvarlo”. Quando è iniziata la guerra del Golfo, le condizioni di detenzione sono peggiorate ulteriormente. “Gli Scud hanno fatto impazzire i soldati, si vendicavano su di noi”. Ogni volta che suonava l’allarme, i soldati dagli altoparlanti gridavano “coprifuoco, coprifuoco”. Questo era il segnale per i detenuti di chiudersi nelle loro tende, di coprire il viso con asciugamani e coperte al posto delle maschere antigas. I soldati usavano tutti i sistemi di difesa e si rifugiavano nei bunker di pietra. Al termine dell’allarme, si passava agli abusi e soprusi dei soldati, con le continue perquisizioni notturne. Venivano buttate fuori le coperte e i pochi oggetti personali. I controlli per contarci si susseguivano innumerevoli volte, nel periodo di gennaio, durante le gelate notturne in mezzo al deserto.(...) 

Quando è arrivato il momento di presentarsi alla Corte d’Appello per la richiesta della riduzione della pena, Hassin non era già più in grado di mantenersi in piedi. Aveva perso la memoria e parlava appena. Lo hanno portato nella baracca della Corte militare di Ketsiot, mettendolo “nel pollaio d’attesa” sotto un sole cocente. I soldati non hanno accettato la richiesta dei familiari di poter parlare a suo nome. Quando è uscito, Hassin ha sussurrato: ‘ho chiesto al giudice un dottore” 

Fino a oggi la famiglia Harb non ha la minima idea di cosa sia successo durante la seduta della Corte militare. È possibile che il giudice militare non abbia voluto ascoltare la richiesta d’aiuto di Hassin? Il protocollo della seduta è coperto dal segreto militare. L’avvocato della famiglia, Naila Hattia, ha fatto causa civile allo Stato d’Israele, ma non le è stato ugualmente permesso di vedere gli atti processuali. 

In ogni caso Hassin non ha ricevuto l’assistenza medica. I detenuti del blocco E 1/3 hanno protestato. Le loro grida “guardie, guardie, portate Hassin in infermeria per curarlo!” hanno sicuramente disturbato la quiete dei dirigenti carcerari. 

All’inizio di febbraio, Hassin è stato portato via, in barella, dalla sua tenda. I suoi fratelli e gli amici credevano che lo avessero trasferito all’ospedale Soroka di Beer Sheva. Di fatto è stato portato alla prigione numero 7, a tre chilometri dal suo blocco. Questa prigione è destinata ai “rivoltosi”. 

Dopo 10 giorni, alla mezzanotte del 13 febbraio, Hassin è stato trasferito d’urgenza in elicottero all’ospedale Soroka in condizione di morte cerebrale, secondo le testimonianze dei medici curanti. Il giorno dopo i suoi genitori sono stati chiamati dall’amministrazione civile di Hebron. Dal giorno dell’arresto non era stato loro permesso di fargli visita. Quando sono arrivati in ospedale hanno trovato il figlio privo di sensi, collegato alla macchina per la respirazione artificiale, in preda alle convulsioni provocate dalle scosse elettriche per la rianimazione. (...) 

Lo stesso giorno Hassin è morto per una meningite, procuratagli dall’infezione alle orecchie. I genitori hanno saputo della sua morte alla radio, durante il tragitto dall’ospedale verso casa. I fratelli detenuti a Ketsiot hanno saputo della morte di Hassin da Hammed Bitani, giudice palestinese di Nablus, detenuto amministrativo del carcere. La direzione di Ketsiot voleva usare il suo prestigio per calmare gli animi. Durante la revisione della causa di morte (durata un anno e mezzo), il procuratore capo militare ha dato la colpa dell’accaduto all’ospedale Soroka, schierandosi contro le testimonianze dei medici e di altri testimoni .“Il detenuto è stato portato in ospedale un giorno prima della sua morte”. Il procuratore capo militare ha ammonito il medico del carcere di Ketsiot che sull’accaduto “sono stati perpetrati gravi errori nell’assistenza del defunto”, ordinando di prendere “misure per migliorare le disfunzioni”. La Corte di Gerusalemme si pronuncerà sull’eventualità di dare alla famiglia un risarcimento.

                 

La prigione di Ketsiot è destinata allo smantellamento dopo la liberazione dei detenuti, che è parte integrante delle trattative di pace. Ketsiot è stata costruita nel 1988, dove sorgeva un campo di detenzione militare (carcere 7). Tsahal (esercito per la difesa dello Stato di Israele) considerava la costruzione “una necessità militare vitale per la soluzione radicale del crescente problema dell’Intifada”. In poco tempo è diventata la prigione con la fama peggiore. Colui che ha ordinato la sua costruzione è stato il ministro della difesa di allora, Isaac Rabin. Già dall’inizio era destinata a ricevere fino a 5mila detenuti, i primi 3mila entro 3 o 4 settimane dall’ordine. 

Gli arabi dei territori occupati vedono in Ketsiot la realizzazione della prima parte del piano israeliano sul “transfer” palestinese, piano destinato ad allontanare l’intellighenzia della rivolta in una zona desertica, lontana e dentro i confini della linea verde (i confini prima del 1967), tagliandola così fuori dai centri della rivolta. Nei primi due anni a Ketsiot sono stati internati solo detenuti amministrativi: attivisti dell’Intifada, lanciatori di pietre, leader potenziali e di fatto. 

Molti erano intellettuali e liberi professionisti, arrestati senza processo, alcune volte senza un’accusa precisa. Gli avvocati che si occupano dei detenuti dei territori occupati dichiarano ripetutamente che le loro condizioni erano e sono rimaste le peggiori di tutte le prigioni di sicurezza. Senza un’assistenza medica ragionevole, senza un’alimentazione e senza condizioni di vita adeguate. Nei territori occupati, Ketsiot è visto come il simbolo dell’angoscia israeliana causata dall’Intifada. 

“È stato un inferno”, dice l’avvocato Adnan Abu Lailla, uno dei capi dell’Organizzazione al Fatah a Ramallah, detenuto amministrativo per tre mesi nel 1988: “Il posto scelto per la prigione è terribile; allora non c’era neanche l’asfalto. Dormivamo sulla sabbia e la sabbia entrava in qualsiasi posto, dentro le orecchie, negli occhi, nei pori della pelle, nelle coperte, dentro il cibo e nell’acqua. Durante l’inverno alcune volte la temperature scendeva fino a zero gradi. In estate il calore era insopportabile. Ci sono stati momenti in cui l’acqua non arrivava per due o tre giorni. Quando iniziavano le tempeste di sabbia, i giudici militari che venivano alla prigione per deliberare le istanze d’appello (che normalmente finivano nel nulla) fermavano i processi a metà e scappavano via. Le sevizie sui detenuti erano particolarmente dure. I soldati erano molto nervosi. Gli schieramenti per contarci erano una serie continua di umiliazioni, eravamo seduti per terra, ammanettati, coloro che venivano chiamati dovevano saltare e fare un giro su se stessi. Era vietata la visita delle famiglie. Non ci permettevano di ascoltare la radio o di vedere la televisione, oppure di leggere giornali o libri. Le mutande erano un articolo raro. Chi osava aprire bocca veniva picchiato”. 

Negli ultimi quattro anni i detenuti amministrativi sono stati gradualmente sostituiti da detenuti legalmente processati. La detenzione non doveva superare i cinque anni. Si trattava di minorenni e di adulti non accusati “di essere coinvolti in fatti di sangue”, e in linea di massima colpevoli solo del lancio di molotov senza feriti o di far parte di un’organizzazione terroristica. Hanno comunque continuato a soffrire condizioni di detenzione molto più difficili di quelli che si trovano nel carcere centrale di Nablus, dove scontano la pena quelli che vengono condannati all’ergastolo. Ketsiot esprime così il paradosso dell’occupazione, con una cieca e crudele casualità. Le distinzioni alle quali Tsahal si appella oggi, in questo periodo di nascita della pace, quali quelle di “detenuti gravi macchiati di sangue” e detenuti con “lievi colpe”, “coloro che disturbano la quiete pubblica” o “gli attivisti della propaganda dell’Intifada”, svaniscono dietro le sbarre di Ketsiot. 

“Il pericoloso nemico” di ieri è diventato oggi un detenuto “lieve” ; così come sono diventati “attivisti di basso rilievo” tutti quelli che non hanno fatto attentati a coloni e soldati. La mentalità dell’occupazione, che ha analizzato il concetto di “nemico” con tutta la sua vasta gamma di aggettivi, non cambia facilmente. Soltanto i confini si sono spostati, al servizio di nuovi scopi, politici e propagandistici. 

Il dibattito sul prossimo smantellamento della prigione di Ketsiot ha preceduto tutti gli altri di fronte alla Corte suprema. Su istanza di un’associazione di medici guidata dall’avvocato Leker, la controparte ha chiesto la chiusura del carcere o almeno l’adeguamento delle condizioni di vita agli standard dei sistemi carcerari civili e militari vigenti. Non rispettandoli, vi è una chiara violazione del codice civile e degli stessi decreti per lo stato d’emergenza. Ci sono molti dubbi che un’istanza del genere possa essere approvata dalla Corte suprema; i giudici che la compongono accettano abitualmente i suggerimenti degli esperti dei servizi segreti, appellandosi a “ragioni di sicurezza nazionale” per giustificare qualsiasi realtà. 

Queste chiacchiere interne non cambiano i fatti e le testimonianze, accumulatesi sul tavolo dell’avvocato Leker, basate su lettere di detenuti e visite alla prigione, forniscono un’immagine da cui si ricava che ciò che è successo a Ketsiot fa ancora parte del nostro presente. 

Secondo l’avvocato Leker, dal momento della delibera della Corte suprema nel 1988 “di creare, all’interno del penitenziario, condizioni di vita tali da ridurre l’affollamento”, la situazione è invece peggiorata, benché il numero dei detenuti sia calato negli ultimi anni. La direzione del carcere ha infatti preferito chiudere blocchi e reparti interi, senza diminuire la densità di popolazione all’interno delle tende. Sono stati apportati pochi miglioramenti alla vita dei prigionieri: la visita delle famiglie una volta la mese, l’ascolto della radio una volta al mese e l’introduzione di un piccolo numero di giornali. Questi miglioramenti non hanno però cambiato le pessime condizioni di detenzione. Alla fine del 1988 e all’inizio del 1990, varie costruzioni sono state ingrandite, aggiungendo al panorama di Ketsiot quelli che vengono chiamati, dai carcerati, i “pollai” o le “gabbie”. Il sistema carcerario di questo posto è unico, non esiste in nessuna altra parte di Israele o dei Territori occupati. (...) 

I detenuti di Ketsiot, nonostante le difficili condizioni, sono riusciti a creare una vita politica intensa, in molti casi sono diventati i leader dell’Intifada. Uno degli ex procuratori militari ha detto: “I detenuti sono diventati cavie per la soppressione del terrorismo in condizioni di isolamento”. (...) 

Racconta un ex carcerato: “Ogni detenuto dorme su delle tavole di legno; la distanza fra le tavole che compongono il ‘letto’ causa un forte dolore alla schiena. I materassi sono vecchi e maleodoranti. Le coperte sono piene di buchi e non esistono cuscini. Ogni tenda è illuminata con due lampadine da 25 watt, che non permettono la lettura notturna. I secchi della spazzatura sono scoperti, attirando zanzare e altri insetti. 

Nei bagni non c’è luce; ci sono insetti, serpenti, topi e scorpioni. I pasti sono sempre uguali: fave, hummus (pasta di ceci orientale), uova e alcune volte labane (un tipico formaggio acido mediorientale). Tre o quattro volte la settimana riceviamo carne o pesce in scatola, gli altri giorni riso e fagioli. Tutto ciò non è sufficiente né per quantità né per qualità. I detenuti non sanno cosa gli è consentito per legge e quando chiedono miglioramenti nell’alimentazione gli viene risposto sempre che ‘questa è la legge’ 

“Così nascono le malattie: anemia, epatite, malattie della pelle, malattie intestinali e indebolimento del corpo; spesso i detenuti devono protestare con lo sciopero della fame per ottenere di essere curati. Molte volte i malati soffrono di dolori atroci durante la notte e non c’è mai nessuno che voglia occuparsene, e se anche accadesse non riceverebbero l’assistenza medica adeguata. 

A ciò si aggiungono sistemi disumani per far pressione sui malati, per fargli tradire il loro popolo e la loro patria. Quando i genitori fanno visita ai figli vengono spessi umiliati e denudati per passare i controlli di sicurezza. I soldati usano un linguaggio offensivo, e per giunta non c’è un posto per poter parlare tranquillamente. Anche i genitori anziani, insieme a tutti gli altri, devono aspettare il loro turno in piedi fino a che cominciano a tremare dalla stanchezza. I bambini non possono toccare il padre o il fratello, il padre non può abbracciare i propri figli. In breve, le condizioni di vita nel carcere di Ketsiot non sono adatte agli esseri umani. 

L’umanità ha già superato la mentalità criminale che porta l’oppressore a godere delle pene dell’oppresso. Non è esagerato dire che, dopo tutte le sofferenze e le torture, noi resisteremo con onore e continueremo a combattere le difficoltà”(...) 

Sostiene Furg’ia, un ex carcerato di Ketsiot: “Non c’è nessuno che è entrato nel carcere di Ketsiot e ne è uscito indenne. Anche io ho ancora dei dolori. Sono molto taciturno. Quando vedo che qualcosa non va intorno a me non dico niente, ho soltanto paura. Ho paura di girare per strada e di essere accusato del lancio di pietre. Ho paura di tutti, dalle guardie di frontiera ai soldati. Non ce la farei a ritornare a Ketsiot. Voglio la pace, così tutto sarà migliore. L’Olp ha cambiato la sua politica. Con la via della violenza non si ottiene la vittoria. Adesso faremo la pace e potremo vivere insieme”. 

Ecco la risposta ufficiale del portavoce di Tshal, l’esercito israeliano: “Le condizioni di vita a Ketsiot sono adeguate a ogni livello: l’alimentazione, l’abbigliamento, le tavole rialzate per dormire, le coperte, l’assistenza medica, il camper mobile per le cure odontoiatriche, eccetera. È permessa in qualsiasi momento la visita dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali e della Croce Rossa fatta eccezione per giornalisti o reporter”.