12 ottobre 2017

L’entusiasmo dell’Egitto di mediare tra le fazioni palestinesi in lotta, cioè Hamas e Fatah, non è il risultato di un improvviso risveglio di coscienza, Il Cairo ha, infatti svolto un ruolo distruttivo nel manipolare a suo favore la divisione palestinese, mantenendo, allo stesso tempo, il valico di confine di Rafah sotto chiave.

La leadership egiziana sta chiaramente operando in coordinamento con Israele e con gli Stati Uniti. Mentre il tipo di linguaggio che proviene  da Tel Aviv e Washington è piuttosto cauto riguardo ai colloqui in corso tra i due partiti palestinesi, se si legge attentamente, il loro discorso politico non sdegna del tutto la possibilità che Hamas entri in un governo di unità sotto la direzione di Mahmoud Abbas.

I commenti del  Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu espressi all’inizio di ottobre, convalidano questa affermazione. Non ha rifiutato categoricamente un governo di Fatah e Hamas, ma ha chiesto, secondo il Times di Israele, che “qualsiasi futuro governo palestinese deve sciogliere l’ala armata dell’organizzazione terroristica (Hamas), troncare tutti i legami con l’Iran e riconoscere lo Stato di Israele.”

Anche il presidente egiziano, Abdel-Fattah el-Sisi, vorrebbe vedere un Hamas più debole, un Iran emarginato e un accordo che rimetta l’Egitto al centro della diplomazia del Medio Oriente.

Sotto gli auspici del dittatore egiziano, il ruolo  dell’Egitto, che una volta era fondamentale negli affari della regione, si è affievolito, ed è diventato marginale.

La riconciliazione tra Hamas e Fatah sta, però, dando a el-Sisi una finestra di opportunità per cambiare marchio all’immagine del suo paese che, in anni recenti, è stato appannato dal brutale inasprimento dei controlli nei riguardi dell’opposizione del suo paese e dei suoi interventi militari calcolati male, in Libia, Yemen e altrove.

In settembre,  ai margini  della conferenza  dell’ Assemblea Generale dell’ONU a New York, el-Sisi ha incontrato Netanyahu pubblicamente, per la prima volta. L’esatta natura dei loro colloqui non è stata mai rivelata completamente, anche se i resoconti dei media hanno indicato che il leader egiziano ha tentato di influenzare Netanyahu per fargli accettare un accordo di unità tra Hamas e Fatah.

Nel suo discorso all’UNGA (Assemblea Generale dell’ONU), el-Sisi ha anche fatto un appassionato appello improvvisato per la pace. Ha parlato di una ‘opportunità’ che deve essere usata per raggiungere l’ambito accordo di pace per il Medio Oriente e ha fatto un appello al Presidente degli Stati Unti, Donald Trump affinché “scriva una nuova pagina di storia del genere umano”, approfittando di questa probabile opportunità.

E’ difficile immaginare che el-Sisi che ha influenza e influsso limitato su Israele e gli Stati Uniti, sia in grado di creare, da solo, il necessario ambiente politico per la riconciliazione tra le fazioni palestinesi.

Sono stati condotti parecchi tentativi del genere in passato, ma sono falliti, soprattutto nel 2011 e nel 2014. Già nel 2006, però, l’Amministrazione di George W. Bush aveva proibito qualsiasi riconciliazione di quel genere, usando minacce e trattenendo i fondi, per assicurarsi che i Palestinesi rimanessero divisi. L’Amministrazione di Barack Obama ha fatto lo stesso, assicurando l’isolamento di Gaza e la divisione della Palestina, e allo stesso tempo appoggiando le politiche di Israele riguardo a questo.

A differenza delle precedenti amministrazioni, Donald Trump ha mantenuto basse le aspettative riguardanti  il negoziare  un accordo di pace. Fin dall’inizio, tuttavia, Trump è stato dalla parte di Israele, ha promesso di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme e ha nominato un personaggio intransigente, David Friedman,  sionista per eccellenza, come ambasciatore degli Stati Uniti a Israele.

Senza dubbio, lo scorso giugno, Trump firmò un ordine temporaneo di mantenere l’ambasciata degli Stati Uniti a Tel Aviv, deludendo molti dei suoi fan filo-israeliani, ma la mossa non è affatto un’indicazione di un serio cambiamento di politiche.

“Voglio dare a questo (un piano per la pace) una possibilità prima di pensare a trasferire l’ambasciata a Gerusalemme,” ha detto di recente Trump in un’intervista trasmessa alla televisione. “Se possiamo fare la pace tra i Palestinesi e Israele, penso che questo porterà alla pace finale in Medio Oriente, cosa che deve accadere.”

Giudicando in base ai precedenti storici, è piuttosto ovvio che Israele e gli Stati Uniti abbiano dato il via libera alla riconciliazione palestinese avendo in mente un chiaro obiettivo. Da parte sua, Israele vuole vedere che Hamas si separi dall’Iran e abbandoni la resistenza armata, mentre gli Stati Uniti vogliono avere l’opportunità      di svolgere la politica nella regione, con gli interessi israeliani che devono essere di primaria importanza per qualsiasi esito.

Dato che l’Egitto è il destinatario di generoso aiuti militari da parte degli Stati Uniti, è il condotto naturale per guidare la componente della riconciliazione tra Fatah e Hamas della nuova strategia.

Ciò che indica fortemente che protagonisti potenti siano dietro agli sforzi di riconciliazione è come finora è stato tranquillo l’intero processo, in contrasto completo con gli anni di tentativi falliti e di ripetuti accordi che hanno avuto risultati deludenti.

Quella che per prima cosa sembrava un’altra inutile fase di colloqui ospitata dall’Egitto, è stato presto seguita da altro: primo, un’iniziale intesa, seguita da un accordo di Hamas per sciogliere il suo comitato amministrativo che ha formato per

gestire le questioni di Gaza, poi una visita di successo a Gaza del Governo di consenso nazionale e, infine, il sostengo  per i termini della riconciliazione nazionale da parte dei due più potenti organismi di Fatah: il Consiglio Rivoluzionario di Fatah e il Comitato Centrale.

Dato che Fatah controlla l’Aurorità Palestinese (AP), l’appoggio di quest’ultima sostenuto da Mahmoud Abbas è stato una pietra miliare importante, necessaria a spingere avanti il processo, dati che sia Hamas che Fatah si sono preparate per colloqui più importanti al Cairo.

Al contrario di precedenti accordi, quello attuale permetterà ad Hamas di partecipare attivamente al nuovo governo di unità. Il massimo dirigente di Hamas, Salah Bardawil ha confermato questo in una dichiarazione.  Tuttavia, Bardwil ha anche insistito che Hamas non deporrà le armi e che l’opposizione a Israele non è negoziabile.

A parte i giochi di potere di Stati Uniti, Israele ed Egitto, questo è, di fatto, il nocciolo della questione. Comprensibilmente i palestinesi sono  entusiasti  di ottenere l’unità nazionale, ma tale unità deve essere fondata  su principi che sono di gran lunga più importanti degli interessi opportunistici dei partiti politici.

Inoltre, parlare di unità o anche ottenerla – senza affrontare le farse del passato, e senza accordarsi su una strategia di liberazione nazionale per il futuro in cui l’opposizione è il fondamento, il governo di unità Hamas-Fatah si dimostrerà irrilevante come tutti gli altri governi che hanno operato senza nessuna vera sovranità e, nel migliore dei casi, con mandati popolari discutibili.

Quel che è peggio, se l’unità è guidata dal tacito appoggio degli Stati Uniti, da un cenno di assenso di Israele e da un’agenda egiziana opportunistica, ci si può aspettare che l’esito sarebbe quello più distante possibile dalle vere aspirazione dei Palestinesi che restano indifferenti di fronte all’imprudenza dei loro leader.

Mentre Israele ha investito anni nel mantenere la frattura con la Palestina, le fazioni palestinesi sono rimaste accecate da penosi interessi personali e da un “controllo” inutile su una terra occupata militarmente.

Si dovrebbe chiarire che qualsiasi accordo per l’unità che  stia attento all’interesse delle fazioni a spese del bene collettivo del popolo palestinese, è una falsità; anche se all’inizio ‘avrà successo’, nel lungo termine fallirà, dato che la Palestina è più grande di qualsiasi potere individuale, di fazioni o regionale che cerchi la convalida di Israele e il sostegno degli Stati Uniti.

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California, sede di Santa Barbara.  Visitate il suo sito web: www.ramzybaroud.net.

Nella foto: le bandiere di Fatah e di Hamas

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-hamas-fatah-reconciliation

Originale: The Palestine Chronicle

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0