Risoluzione 181 del 29/11/1947: come effettivamente andarono le cose

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I fatti – La risoluzione n. 181 del 29/11/1947, che aprì la strada alla Nakba

  1. a) In previsione del termine del Mandato affidato alla Gran Bretagna sulla “Transgiordania” nel 1920 ed in scadenza il 15 maggio 1948, l’Assemblea generale delle NN.UU. decide quale debba essere la ripartizione del territorio in questione tra i Palestinesi arabi, già residenti nella Regione da molti secoli, e gli Ebrei arrivati negli ultimi decenni.

La decisione adottata costituisce la Risoluzione n. 181 del 29 novembre 1947, che prevede la creazione di tre Stati (ebraico, arabo e Gerusalemme sotto amministrazione internazionale).

Sono stati espressi 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni.

Hanno votato a favore: Australia, Belgio, Bielorussia, Bolivia, Brasile, Canada, Cecoslovacchia, Costa Rica, Danimarca, Repubblica Dominicana, Ecuador, Filippine, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Nicaragua, Nuova Zelanda, Norvegia, Paesi Bassi, Panamá, Paraguay, Perù, Polonia, Stati Uniti d’America, Svezia, Ucraina, Unione Sudafricana, URSS, Uruguay e Venezuela.

Hanno votato contro: Afghanistan, Arabia Saudita, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen.

Si sono astenuti: Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia.

La risoluzione 181 ha come fine la creazione di due Stati:

uno Stato ebraico di 14.000 km² di ampiezza, con 558.000 ebrei e 405.000 arabi;

uno Stato arabo di 11.500 km², con 804.000 arabi e 10.000 ebrei, formato da tre parti separate: Gaza, la Cisgiordania e la parte nord, vicina al Libano;

infine, una zona sotto regime internazionale particolare, comprendente i Luoghi Santi, Gerusalemme e Betlemme, con 106.000 arabi e 100.000 ebrei.

Aprendo il seguente link è possibile accedere al testo integrale della risoluzione, comprensiva delle relative mappe: http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/181(II).

Alla fine dell’articolo è consultabile una traduzione in lingua italiana, approssimativa ma comprensibile, scaricata il 3 dicembre 2015 dal web e riportata in calce integralmente solo perché il link <http://www.yale.edu/lawweb/avalon/un/res181.htm> non sembra essere più funzionante.

  1. b) Dopo di allora, nessun’altra risoluzione internazionale o delle Nazioni Unite ha recepito, autorizzato o sancito variazioni territoriali rispetto alla ripartizione stabilita da questa Risoluzione.
  2. c) Distribuzione abitativa

Nel momento della risoluzione, la popolazione totale della Palestina è composta per due terzi circa da arabi e da un terzo di ebrei.

Lo Stato ebraico proposto dovrebbe prevedere una maggioranza di ebrei (498.000 a fronte di 407.000 arabi). Circa 10.000 ebrei sono invece presenti nell’erigendo Stato arabo. Esso sarebbe di conseguenza abitato dal 99% di arabi, con una comunità totale di 735.000 abitanti.

La zona internazionale imperniata sulla città di Gerusalemme, ha una presenza di 100.000 ebrei a fronte di 105.000 arabi.

Nel dettaglio, questa sembrerebbe essere la distribuzione abitativa nel momento della ripartizione.

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  1. d) Ripartizione territoriale

Lo Stato arabo, in giallo nella cartina delle NNUU, è posizionato nella zona orientale e interna del territorio palestinese, incluso l’ovest della Galilea, Acri e la Cisgiordania, e, sul litorale, Giaffa isolata e il tratto meridionale della costa, comprendente la Striscia di Gaza e, in continuazione, la porzione del deserto lungo la frontiera egiziana.

Lo Stato ebraico è leggermente più ampio (56%) di quello arabo, in gran parte occupato dal deserto del Negev (40%). Nelle sue competenze anche le terre costiere coltivabili. In definitiva, circa il 55% del territorio totale, l’80% dei terreni cerealicoli appartenuti agli Arabi e il 40% dell’industria di proprietà di Palestinesi.

2) La storia

La storia dice che per tanti secoli, sino alla fine del XIX, la presenza ebraica nell’area mediorientale, in particolare nella Palestina, è stata trascurabile.

Sul finire del XIX secolo, in concomitanza con la costituzione del movimento sionista ad opera di Max Nordau e Theodor Herzl nel congresso di Basilea del 1896, assertori del diritto degli ebrei di fondare uno stato ebraico, si verificano i primi afflussi di ebrei nella “Siria meridionale”, come per secoli è stata definita la terra nella quale diverse famiglie palestinesi, come i Khalid, erano in grado di risalire con testimonianze sicure della propria genealogia sino alla conquista islamica del VII secolo. Gerusalemme era probabilmente il miglior esempio architettonico di città medioevale islamica in Medio Oriente: una città che portava i segni di tutte le dinastie musulmane che l’avevano governata.

Istantanea del 1881 – In Palestina gli arabi musulmani sono circa 400.000, i cristiani circa 42.000 e gli ebrei circa 15.000, un 3,3% della popolazione totale, molto simile ad analoghe presenze in molti Stati europei, o in molte regioni dell’Est degli Zar.

Nel 1882 arriva in Palestina il primo significativo flusso di immigranti dell’Europa dell’Est, prevalentemente ebrei. Questi immigrati in Palestina costruiscono villaggi, immersi nella sabbia e in prossimità del mare. Uno di essi, risalente al 1909, costituisce l’embrione della futura Tel Aviv.

Quanto accaduto successivamente sino all’autoproclamazione dello Stato d’Israele del 14 maggio 1948 è cosa nota e parecchio potrà essere riscontrato sulle pagine di questo stesso periodico. E molto sarà ancora scritto dal giornale nel prossimo futuro, se non avverranno gli stessi problemi tecnici che incontriamo tutte le volte che trattiamo questo argomento!

Tornando al soggetto di questo documento, non riusciremo mai a capire i motivi per i quali l’Europa abbia potuto accettare ed assecondare, attraverso l’operato di Francia e Gran Bretagna, una simile anacronistica aspirazione. Quella stessa Europa passata attraverso il lungo e travagliato processo di secolarizzazione compiuto solo alla fine delle guerre religiose, fra il 1618 ed il 1648 con la conclusione della Guerra dei Trent’anni e la successiva pace di Vestfalia; maturata nel suo pensiero nel XVIII secolo attraverso l’Illuminismo, nato in Inghilterra, sviluppatosi nella Francia della Rivoluzione e diffusosi in tutta Europa e successivamente in America. Quella stessa Europa che non esita a rimproverare al variegato mondo islamico il deficit di laicità e l’eccesso di ispirazione religiosa nella vita degli Stati e dei popoli.

Si noti che, secondo quanto riportato nel suo “La pulizia etnica della Palestina” (2008, Fazi editore, Roma, pag. 22-23), lo storico israeliano ebreo Ilan Pappe riferisce che «Eretz Israel, la denominazione della Palestina nella religione ebraica, era stata venerata nel corso dei secoli da generazioni di ebrei come un luogo di pellegrinaggio religioso, mai come un futuro Stato laico. La tradizione e la religione ebraica istruiscono chiaramente gli ebrei ad aspettare la venuta del Messia promesso alla “fine dei tempi”, prima di poter tornare a Eretz Israel da popolo sovrano in una teocrazia ebraica, ovvero a obbedienti servi di Dio (ragione per cui oggi varie correnti di ebrei ultraortodossi sono non sioniste o antisioniste). In altre parole, sionismo secolarizzato ed ebraismo nazionalizzato. Per portare a compimento il loro progetto, gli ideologi sionisti rivendicavano il territorio biblico e lo ricreavano, o meglio lo reinventavano, come la culla del loro nuovo movimento nazionalista. Secondo loro, la Palestina era occupata da “stranieri” e si doveva riprenderne possesso. “Stranieri” significava tutti i non ebrei che avevano vissuto in Palestina dal periodo romano’. In effetti, per molti sionisti la Palestina non era una terra “occupata” neanche quando vi arrivarono per la prima volta nel 1882, ma piuttosto una terra “vuota”: i palestinesi nativi che là vivevano erano per loro sostanzialmente invisibili oppure facevano parte delle avversità naturali e come tali dovevano essere conquistati e allontanati. Niente, né le pietre né i palestinesi, doveva essere di ostacolo alla “redenzione” nazionale della terra ambita dal movimento sionista».

La politica del giornale è di attenersi ai documenti storici e – quindi – al contrario della stragrande maggioranza dell’opinione degli organi di pensiero del mondo occidentale, rifiutiamo di prendere a riferimento il contenuto di testi sacri, così come di tradizioni tribali o regionali. Verso cui, tuttavia, nutriamo il massimo rispetto, in quanto espressione quanto meno di credenze radicate o di aspirazioni tramandate negli anni.

I primi movimenti ebraici di cui si abbia riscontro storico, della fine del XIX secolo, aspiravano alla costituzione di uno stato unitario, ma non necessariamente in Palestina. All’inizio del XX secolo, infatti, nel corso dei ripetuti colloqui tra i vertici politici britannici ed il leader sionista Herzl, furono fatte ipotesi della nascita del focolare ebreo a Cipro, successivamente nella zona di Al Arish, all’estremità nordorientale della penisola del Sinai, ed infine in Uganda, nell’Africa orientale britannica. Proposta finale di Chamberlain, che Erzl accettò e sottopose al Congresso Sionista mondiale, che accettò, prima che Herzl morisse e la nuova dirigenza sionista non rimettesse tutto in discussione.

La spartizione invocata dalla Risoluzione 181 fu costruita gradualmente dalle autorità britanniche, con alternanza di pareri e di tendenze (il libro “Una pace senza pace” di David Fromkin, Rizzoli, Milano, 1992, è magistrale ed unico nel descrivere tutti i tentennamenti britannici e l’evoluzione dei suoi orientamenti, un vero documento storico) e partiva dalla promessa fatta agli ebrei di creare nell’area palestinese un “focolare nazionale ebraico in Palestina”, a mezzo delle assicurazioni solenni e “formali” fornite il 2 novembre 1917 a nome del governo britannico da Balfour, Ministro degli Esteri, a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista.

Negli anni ’20 i Palestinesi, arabi, erano in quei luoghi ininterrottamente da diversi, molti, secoli e costituivano la maggioranza della popolazione totale, tra l’80% e il 90%. E’ logico che non potessero accettare di buon grado la politica britannica e l’ipotesi di spartizione paritaria della loro terra con chi, arrivato da molto fuori negli ultimi anni, contava meno del 20% della popolazione totale. Tuttavia, preoccupata dell’imponente arrivo di ebrei, e non ebrei, profughi da Germania e Russia, e conscia di non avere sufficiente forza dissuasiva e di contrasto, la dirigenza palestinese nel 1928 accettò l’ipotesi di spartizione come base per i negoziati.

A quel punto la dirigenza sionista, pur originatrice della proposta, rifiutò l’accordo, ritendolo vincolante nei confronti dei segreti piani di occupazione della totalità della Regione.

Prima sollevazione palestinese nel 1929, e, a seguito delle nuove iniziative della lobby sionista seguite all’atteggiamento britannico orientato a soddisfare le richieste palestinesi, nuova rivolta popolare spontanea nel 1936. Durante le successive operazioni di soffocamento della rivolta sono accaduti fatti che hanno costituito un grosso precedente nella vita del neonato stato israeliano e della successiva sua espansione a spese dei Palestinesi, contestualmente alla feroce pulizia etnica realizzata.

Ma questa è un’altra storia, altrettanto tragica e dolorosa, e costituirà oggetto di trattazione separata.

Nel 1947 l’UNSCOP (United Nations Special Committee for Palestine) è definitivamente orientato ad accettare le rivendicazioni del movimento sionista sulla Palestina, interpretando il senso di colpa della comunità internazionale e la sua volontà di risarcire gli ebrei per l’olocausto nazista, a spese degli incolpevoli Arabi Palestinesi. Non venne tenuto conto della reale composizione etnica della popolazione della regione, applicando la quale sarebbe spettato agli ebrei il solo 10% del territorio. La comunità arabo-palestinese decise di boicottare il negoziato, dando spazio ai negoziatori sionisti che stabilirono un negoziato esclusivo e bilaterale con l’ONU. Fu il primo esempio della futura consuetudine di decidere le sorti di quella regione, che vedrà protagonisti ascoltati gli USA e la rappresentanza israeliana, ignorati gli interessi palestinesi e umiliata la sua dignità nazionale.

3) Come ci riferisce il citato storico israeliano ebreo Ilan Pappe (“La pulizia etnica della Palestina”, Fazi Editore, Roma, 2008, pag. 52), esponente della corrente della “nuova storia” israeliana, composta di storici ebrei moderni e obiettivi, «Come ebbe a commentare Simcha Flapan, uno dei primi ebrei israeliani che contestò la versione sionista convenzionale degli eventi del 1948, se gli arabi o i palestinesi avessero accettato di aderire alla Risoluzione di spartizione, la leadership ebrea avrebbe indubbiamente rifiutato la mappa proposta dall’UNSCOP.

In realtà, la mappa dell’ONU era la perfetta ricetta per la tragedia che ebbe inizio già il giorno successivo all’ adozione della -Risoluzione 181. Come i teorici della pulizia etnica ammisero in seguito, nel caso di un’ideologia basata sull’esclusività, laddove la questione etnica è altamente esplosiva, ci può essere un solo risultato: la pulizia etnica. I membri dell’ONU che votarono a favore della Risoluzione di spartizione, secondo la mappa che essi stessi avevano tracciato, contribuirono direttamente al crimine che stava per essere compiuto».

Enrico La Rosa