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di Michele Giorgio-Il Manifesto 8.11.2017

Le nuvole nere apparse all’improvviso ieri nel cielo inscurendo il mare, sono state accolte come un presagio dalla gente di Gaza, il segno che vacilla la riconciliazione tra il partito Fatah del presidente Abu Mazen e il movimento islamico Hamas, mentre resta alta la tensione con Israele.

Sono destinate a trascinarsi le conseguenze della morte di 12 palestinesi, in gran parte militanti del Jihad Islami, avvenuta nel tunnel sotterraneo “militare” che stavano scavando tra Gaza e lo Stato ebraico, distrutto la scorsa settimana dalle forze armate dello Stato ebraico. «Israele non intende restituire i corpi di cinque delle vittime che ha recuperato nel tunnel distrutto e questo provoca rabbia tra i parenti. Il Jihad continua a minacciare una rappresaglia. Molti pensano che un nuovo attacco israeliano contro Gaza si sia fatto più concreto e che non sarà la ritrovata unità nazionale palestinese ad impedirlo», ci dice Khalil Shahin, vice direttore del “Centro palestinese per i diritti umani”.

Certo non mancano i segnali che rafforzano il pessimismo di chi vede nero il futuro immediato di Gaza. Il generale Eyal Zamir, alla guida del Comando israeliano meridionale, ha proclamato tutta l’area intorno alla Striscia di Gaza “zona militare chiusa” perché, dicono i media israeliani, si teme un attacco dopo la distruzione del tunnel e i 12 morti palestinesi. Agli agricoltori è stato ordinato di non avvicinarsi alla Striscia e sono stati bloccati i lavori di costruzione del Muro nella stessa zona. I droni israeliani tengono sotto tiro Gaza, giorno e notte.

Anche gli ultimi sviluppi politici interni non lasciano ben sperare. I nodi irrisolti dell’accordo di riconciliazione – congelati il mese scorso su suggerimento dei mediatori egiziani, come il ruolo delle armi e della milizia di Hamas – sono già riemersi e figurano al primo posto dell’agenda dei nuovi negoziati tra palestinesi che riprenderanno il 21 novembre al Cairo. Il capo della polizia palestinese, Hazem Atallah, facendo eco a quanto ribadito qualche giorno fa da Abu Mazen, ha avvertito ieri che il movimento islamico deve disarmare se vuole garantire il successo della riconciliazione che, il 1 dicembre, prevede il passaggio definitivo del controllo di Gaza da Hamas al governo palestinese.

«Stiamo parlando di una sola autorità, di una sola legge, di un solo fucile.Non posso garantire la sicurezza se ci sono in giro tutti questi razzi e fucili», ha affermato Atallah. E si attende di conoscere l’esito dei colloqui a Riyadh tra Abu Mazen e re Salman. L’Arabia saudita è schierata contro Hamas e a Gaza temono che re Salman abbia intimato ad Abu Mazen di fare retromarcia sulla riconciliazione.

Michele Giorgio è su Twitter: @michelegiorgio2