Di Ramzy Baroud

10 maggio 2018

Le proteste al confine di Gaza devono essere inserite nel contesto dell’Occupazione israeliana, dell’assedio e del ‘Diritto al Ritorno’ a lungo rinviato, per i profughi palestinesi. Dovrebbero, tuttavia, essere apprezzate anche in un contesto parallelo: la faziosità e nella conflittualità interna della Palestina.

La faziosità nella società palestinese è un   profondamente radicato che, per decenni, ha impedito qualsiasi sforzo unificato di mettere fine all’Occupazione militare e all’Apartheid israeliana.

La rivalità politica tra Fatah ed Hamas è stata catastrofica, perché avviene in un periodo in cui si svolgono, a ritmo accelerato, il progetto coloniale israeliano e l’accaparramento delle terre in Cisgiordania.

A Gaza l’assedio continua a essere soffocante e letale. Il blocco decennale di Israele, unito al   della regione e  a un faida prolungata tra le fazioni, sono serviti a spingere i Gazani sull’orlo della fame e della disperazione politica.

Le proteste di massa a Gaza, iniziate il 30 marzo e che si ipotizza che finiranno il 15 maggio, sono la reazione della gente a questa realtà di sconforto. Non si tratta soltanto di sottolineare il Diritto al Ritorno per i profughi palestinesi. Le proteste riguardano anche il piano di azione che trascenda la conflittualità interna e che restituisca la voce alle persone.

Le azioni imperdonabili diventano tollerabili con il passare del tempo. E’ accaduto così nel caso dell’Occupazione di Israele che, anno dopo anno, inghiotte sempre più terra palestinese. Oggi, l’Occupazione è più o meno lo status quo.

Le dirigenza palestinese soffre la stessa prigionia del suo popolo, e le differenze geografiche e ideologiche hanno compromesso l’integrità di Fatah tanto quanto quella di Hamas, facendole giudicare irrilevanti in patria e nello scenario mondiale.

Mai prima, però, questa divisione interna è stata usata così efficacemente come un’arma, tale da delegittimare la rivendicazione di un intero popolo dei suoi diritti umani fondamentali. ‘I Palestinesi sono divisi, e quindi devono restare in prigione.’

Il forte vincolo tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, viene ora accompagnato da un discorso politico che non ha assolutamente compassione per i Palestinesi. Secondo questa narrativa, perfino il fatto che le famiglie protestano  pacificamente al confine con Gaza, è definito uno ‘stato di guerra’, come l’esercito di Israele ha dichiarato di recente.

Commentando l’uccisione di molte persone  e il ferimento di centinaia a Gaza, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ripetuto un mantra molto conosciuto mentre era in visita in quella zona: ”Crediamo davvero che gli israeliani abbiano il diritto di difendersi.”

E così i Palestinesi sono ora intrappolati – gli abitanti della Cisgiordania sono in stato di occupazione, circondati da mura, posti di controllo e insediamenti israeliani, mentre i Gazani sono sotto in uno stato di assedio ermetico che è durato un decennio. Tuttavia, malgrado questa dolorosa realtà, Fatah e Hamas sembrano porre il loro focus e le loro priorità altrove.

Fin dalla creazione dell’Autorità Palestinese nel 1994, in seguito alla firma degli Accordi di Pace di Oslo, Fatah ha dominato la politica palestinese, ha emarginato i suoi rivali e ha represso più severamente qualsiasi opposizione. Mentre operava in nel regime dell’Occupazione militare israeliana in Cisgiordania, prosperava ancora finanziariamente dato che arrivavano miliardi di dollari di aiuti.

Inoltre, l’AP ha usato la sua influenza finanziaria per mantenere il controllo sulla Palestina,  aggravando così la oppressiva Occupazione israeliana e varie forme di controllo militare.

Da allora, il denaro ha corrotto la causa palestinese. ‘I soldi dei donatori’, miliardi di dollari ricevuti dall’AP a Ramallah,  hanno trasformato una rivoluzione e un progetto di liberazione nazionale, in un massiccio “giro” finanziario con molti benefattori e beneficiari. La maggior parte dei Palestinesi, tuttavia, rimane povera. L’attuale disoccupazione è arrivata alle stelle.

Durante tutto il suo conflitto con Hamas, Abbas non ha mai esitato a punire collettivamente i Palestinesi per segnare dei punti politici. A cominciare dallo scorso anno, ha preso una serie di misure finanziarie punitive contro Gaza, compresi pagamenti sospetti a Israele per fornitura di elettricità a Gaza, e allo stesso tempo tagliando i salari a diecine di migliaia di impiegati di Gaza che avevano continuato a ricevere il loro stipendio dall’autorità della Cisgiordania.

Questo tragico teatro politico è durato per oltre 10 anni senza che i partiti abbiano trovato un terreno comune per superare le loro baruffe.

Vari tentativi di riconciliazione sono stati sventati, se non dai partiti stessi, da fattori esterni. Il più recente di tali accordi, è stato firmato al Cairo lo scorso ottobre. Anche se all’inizio prometteva bene, l’accordo preso ha vacillato.

Lo scorso marzo, un apparente tentativo di uccisione del Primo Ministro dell’AP, Rami Hamdallah, ha fatto in modo che entrambi i partiti si accusassero a vicenda di essere responsabili del delitto. Hamas sostiene che i colpevoli sono agenti dell’AP, decisi a distruggere il patto di unità, mentre Abbas ha prontamente accusato Hamas di cercare di uccidere il capo del suo governo.

Hamas vuole disperatamente un’ancora di salvezza  per porre fine all’assedio di Gaza, e uccidere Hamdallah sarebbe stato un suicidio politico. Gran parte delle infrastrutture di Gaza sono in rovina, grazie alla serie di guerre israeliane che hanno ucciso migliaia di persone. Il duro assedio rende impossibile che Gaza venga ricostruita e che le strutture cadenti vengano riparate.

Anche quando migliaia di Palestinesi protestavano al confine con Gaza, sia Fatah che Hamas hanno offerto le loro proprie narrative, cercando di usare le proteste per sottolineare o pubblicizzare la loro popolarità tra i Palestinesi.

Frustrata dall’attenzione che ha forniti Hamas, Fatah ha cercato di organizzare contro dimostrazioni in appoggio ad Abbas, in tutta la Cisgiordania. Il risultato è stato imbarazzante, come previsto, dato che si sono riunite soltanto piccole folle di sostenitori di Fatah.

In seguito, Abbas  ha presieduto un incontro del defunto Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) a Ramallah per pubblicizzare i suoi presunti successi nella lotta nazionale palestinese.

Il CNP è considerato l’organismo legislativo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Come questo, è stato relegato per molti anni come gruppo a favore dell’AP. Il leader dell’AP ha scelto personalmente nuovi membri da far entrare

nel CNP, soltanto per assicurarsi che il futuro di tutte le istituzioni politiche si conformi al suo volere.

Sullo sfondo di tale realtà sconcertante, altre migliaia di persone continuano a riversarsi verso il confine di Gaza.

I Palestinesi, disillusi dalla divisione settaria, stanno faticando per creare un nuovo spazio politico, indipendente dai capricci delle fazioni; per loro, infatti, la vera lotta è quella contro l’occupazione israeliana, a favore della libertà palestinese e niente altro.

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press, London). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California, sede di Santa Barbara.  Visitate il suo sito web: www.ramzybaroud.net.

Nella foto: Palestinesi che sventolano le bandiere di Fatah e Hamas.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/eclipsing-factionalism

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/24977