di Amira Haas

Internazionale n, 1256, 18.05.2018

Siamo felici che i nostri fratelli di Hamas abbiano capito che il metodo giusto è la lotta popolare senza armi”, hanno ripetuto i rappresentanti di Al Fatah a proposito della Marcia del ritorno. Il presidente palestinese Abu Mazen ha detto qualcosa di simile durante il suo discorso al Consiglio nazionale palestinese, all’inizio di maggio. Da queste parole emergono cinismo e invidia. Cinismo perché la posizione uiciale di Al Fatah è che la lotta armata di Hamas abbia danneggiato la causa palestinese e la Striscia di Gaza. Invidia perché si allude al fatto che basta un invito di Hamas per mobilitare decine di migliaia di manifestanti disarmati, convincendoli ad affrontare i cecchini israeliani lungo il conine. Al contrario, gli inviti di Al Fatah e dell’Olp in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, hanno portato in strada poche migliaia di persone. È successo di nuovo il 14 maggio, quando l’ambasciata statunitense è stata trasferita a Gerusalemme. I manifestanti palestinesi a Gaza erano
molto più numerosi di quelli in Cisgiordania.

Le decisioni sulla Marcia del ritorno sono state prese da tutti i gruppi di Gaza, incluso Al Fatah. Ma Hamas è chiaramente la forza più organizzata, l’unica capace di occuparsi della logistica, equipaggiare gli accampamenti della protesta (i punti di raccolta allestiti vicino al confine), controllare l’informazione, mantenere un contatto con i manifestanti e coordinare uno sciopero generale per protestare contro il trasferimento dell’ambasciata. Perino un dirigente di Al Fatah l’ha ammesso in un’intervista con il quotidiano Haaretz.

Questo non significa afatto che tutti quelli che partecipano alla protesta siano sostenitori di Hamas o ne facciano parte. Alcuni s’identiicano politicamente con la protesta, altri no. “Chi ha paura sta a casa, perché l’esercito spara a tutti. I pazzi sono quelli che si avvicinano al conine. Non tutti fanno parte di un’organizzazione”, ha dichiarato un manifestante. La tesi uiciale dell’esercito israeliano, cioè che questa è “una marcia di Hamas”, in realtà sminuisce il signiicato della presenza di decine di migliaia di abitanti della Striscia pronti anche a farsi sparare. E al tempo stesso paradossalmente raforza lo status di Hamas come organizzazione responsabile, capace di cambiare la sua strategia, e minimizzare il suo ruolo.

Il 14 maggio, dopo l’uccisione di almeno 59 palestinesi a Gaza, non c’era posto per il cinismo e l’invidia. Abu Mazen ha indetto un periodo di lutto e ha ordinato di tenere le bandiere a mezz’asta per tre giorni. Il 15 maggio c’è stato uno sciopero generale. Parliamo dello stesso Abu Mazen che ha adottato delle sanzioni economiche contro Gaza per indebolire Hamas.

Gli abitanti della Striscia, con i loro morti e feriti, stanno influenzando la politica interna palestinese, che lo vogliano o meno. In questo momento nessuno oserebbe imporgli delle sanzioni. Con il tempo scopriremo se il fatto che l’esercito israeliano abbia ucciso tante persone disarmate durante una manifestazione spingerà qualcuno a pensare che è il momento di tornare alla lotta armata.

Alle prime ore del 14 maggio, secondo gli operatori del Centro per i diritti umani Al Mezan, i mezzi dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nella Striscia di Gaza e hanno spianato le barriere di sabbia costruite dai palestinesi per proteggersi dai cecchini. Alle 6.30 l’esercito ha sparato contro gli accampamenti della protesta. Diverse tende hanno preso fuoco. Alcune di quelle distrutte sono state usate dai soccorritori. La notizia che importanti figure di Hamas erano state convocate a Gaza per un incontro con l’intelligence egiziana è stata difusa prima che si sapesse che gli egiziani avevano trasmesso i messaggi intimidatori degli israeliani ai capi dell’organizzazione.

Nella Striscia di Gaza tutti sanno che gli ospedali hanno già molti più pazienti di quanto potrebbero accoglierne e che i medici non riescono a curare tutti i feriti. Al Mezan ha riferito che una delegazione di medici avrebbe dovuto raggiungere Gaza dalla Cisgiordania, ma è stata fermata da Israele. I feriti vengono dimessi troppo presto e mancano farmaci fondamentali, tra cui gli antibiotici. Anche quando i medicinali ci sono, i feriti non possono pagarli, quindi tornano in ospedale pochi giorni dopo con un’infezione. Questo emerge dai rapporti di fonti internazionali.

Le notizie sulle vittime e la situazione degli ospedali non hanno scoraggiato i manifestanti, che sono tornati al conine il 14 maggio. Il diritto al ritorno e la contestazione del trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme sono un motivo valido per tutti. Ma non bastano a convincere le masse della Cisgiordania e di Gerusalemme Est a schierarsi con Gaza. Nella Striscia si manifesta per la libertà di movimento e per il diritto a comunicare con il mondo esterno, in particolare con i fratelli che vivono oltre il ilo spinato. Questa è una richiesta del popolo, non una questione privata di Hamas.

AMIRA HASS è una giornalista del quotidiano israeliano Haaretz. Vive a Ramallah, in Cisgiordania.

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