Gaza. La direzione del movimento islamista nella riunione di venerdì ha accolto l'intesa mediata dall'Egitto e dall'Onu. La bozza dell'accordo sarà ora esaminata dal governo israeliano

Michele Giorgio GERUSALEMME ,05.08.2018

Muaz al Souri, 15 anni, è stato colpito venerdì verso le 19, quando si stavano ‎concludendo le manifestazioni per la Grande Marcia del Ritorno. Un colpo ‎sparato da un tiratore scelto israeliano che non gli ha dato scampo. I medici hanno ‎tentato l’impossibile per salvarlo, superando le difficili condizioni in cui operano ‎ormai da anni gli ospedali di Gaza. Muaz è spirato ieri all’alba. Il giorno prima ‎sotto il fuoco israeliano era caduto Yahya Ahmed Yaghi, un 25 enne. A seguire ‎quanto accadeva lungo le linee di demarcazione con Israele venerdì c’erano anche ‎Hussam Badran e Izzat Resheq, due esponenti di primo piano di Hamas giunti ‎dall’estero per partecipare a una riunione a Gaza con pochi precedenti – l’ultimo ‎risale al 2012 dopo l’offensiva israeliana Colonna di Fumo – dell’intera leadership ‎del movimento islamico. Al meeting hanno preso parte anche Musa Abu Marzouk ‎e Saleh Aruri, quest’ultimo rappresentante all’estero delle Brigate Ezzedin al ‎Qassam, l’ala militare, e dirigente di Hamas più ricercato da Israele. Aruri vive in ‎Libano e non era mai stato prima a Gaza. Il governo israeliano si è impegnato con ‎l’Egitto a non assassinarlo con un attacco aereo. “Generosità” legata alla ragione ‎del vertice a Gaza presieduto dal capo dell’ufficio politico Ismail Haniyeh. I leader ‎di Hamas si sono riuniti per dare una risposta definitiva al testo di un possibile ‎accordo di tregua di lunga durata con Israele, mediato dall’Egitto e dall’inviato ‎delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov.

‎ «E la risposta è stata positiva. Hamas ha accettato», assicurava ieri S.K. un ‎giornalista con buone fonti nel gruppo dirigente di Hamas che ci ha chiesto di ‎rimanere anonimo. «Non sono mancate forti resistenze all’intesa – ha aggiunto – ‎soprattutto del braccio armato e l’intervento di Saleh Aruri è stato decisivo per ‎convincere i comandanti di Ezzedin al Qassam. D’altronde la direzione politica ‎non aveva scelta. La situazione economica ed umanitaria a Gaza è insostenibile e ‎la popolazione vuole gli aiuti umanitari e non un altro attacco israeliano». Le altre ‎fazioni palestinesi, ha aggiunto, «seguiranno Hamas, come è sempre avvenuto in ‎passato. Si aspetta ora la risposta di Israele». Risposta che potrebbe arrivare già ‎stasera al termine della riunione del governo israeliano o nei prossimi due-tre ‎giorni. E che l’appuntamento sia di grande importanza lo testimonia la decisione ‎del primo ministro Netanyahu di rinviare la sua visita ufficiale in Colombia. E ci ‎sono voci di una partenza segreta per Doha di inviati israeliani. Il Qatar da anni è ‎il principale sponsor finanziario di Hamas ma dietro le quinte ha rapporti con Tel ‎Aviv. ‎«A questo punto dipende solo da Netanyahu e i suoi ministri perché tutti gli ‎altri sono d’accordo: Egitto, Onu e Hamas. Israele non deve insistere con la ‎restituzione dei due militari morti e dei due prigionieri altrimenti salta tutto», ci ‎spiegava S.K. riferendosi ai corpi di due soldati caduti nel 2014 a Gaza e a due ‎cittadini israeliani (un ebreo etiope e un beduino) nelle manio di Hamas.

‎ A Gaza ne sono tutti consapevoli. Sul tavolo c’è un accordo di tregua ‎largamente favorevole Israele poiché che non è destinato a mutare la “status”di ‎Gaza quale “prigione a cielo aperto” per oltre due milioni di palestinesi. Il blocco ‎israeliano, terrestre e navale, si allenterà ma non sarà revocato. Secondo quanto si ‎è saputo l’accordo prevede un cessate il fuoco in più fasi – la prima è la fine delle ‎manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno lungo le linee tra Gaza e Israele e ‎del lancio di palloni incendiari – che, se tutto andrà bene, porterà a una tregua di ‎‎5-10 anni. Israele da parte sua riaprirà il valico di Kerem Shalom (Karem Abu ‎Salem) e altrettanto farà l’Egitto con il transito di confine di Rafah, tra Gaza e il ‎Sinai‏.‏‎ Saranno inviati aiuti umanitari e costruite infrastrutture essenziali a Gaza ‎sulla base di progetti gestiti dall’Onu. A disposizione dei palestinesi saranno messi ‎nel Sinai egiziano un aeroporto e un porto marittimo. È evidente che le chiavi di ‎Gaza sono e resteranno saldamente nelle mani di Israele e anche dell’Egitto. ‎‎‎«Dopo anni di assedio gli israeliani ci hanno preso per fame. Hamas in questi anni ‎ci promesso vittorie militari e libertà. Ma avremo solo un po’ di pane e qualche ora ‎di elettricità in più. E non possiamo rifiutarli», commentava ieri con amarezza ‎Yasser T., un insegnante.

‎ L’accordo prevede anche la riconciliazione tra Hamas e Fatah, il partito del ‎presidente dell’Anp Abu Mazen. Il movimento islamico dovrebbe cedere ‎defintivamente il controllo di Gaza, che mantiene dal 2007, al governo dell’Anp. ‎Le due parti organizzeranno elezioni entro sei mesi. Lo scetticismo tra i palestinesi ‎è forte. ‎