di Nathan Thrall

La campagna Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni ha messo in difficoltà il governo israeliano e la leadership palestinese. Ma soprattutto ha ridefinito il dibattito sul conflitto tra Israele e Palestina

The Guardian, 14.08.2018

https://www.theguardian.com/news/2018/aug/14/bds-boycott-divestment-sanctions-movement-transformed-israeli-palestinian-debate

traduzione da Internazionale 1273, 14.09.2018

Il numero di Internazionale è in edicola (o acquistabile online http://www.internazionale.it/compra/) con le foto di Tali Mayer, parte di un progetto che intende denunciare i danni provocati da un nuovo tipo di proiettili  di gomma (black sponge-tipped bullets), introdotto dalla polizia israeliana nel 2015 per controllare le rivolte a Gerusalemme Est. Decine di palestinesi, metà dei quali minorenni, hanno subito gravi danni alla testa. La maggior parte delle persone ferite è stata colpita dentro casa o mentre camminavano per strada. La stessa Mayer è stata ferita alla mandibola da un proiettile di questo tipo mentre documentava una manifestazione a GerusalemmeEst.

 

Il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, noto come Bds, sta facendo impazzire il mondo. Da quando è stato creato, tredici anni fa, si è fatto quasi tanti nemici quanti quelli che hanno gli israeliani e i palestinesi messi insieme.

Ha osteggiato gli stati arabi che volevano avviare una cooperazione più aperta con Israele. Ha messo in imbarazzo il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah denunciando la sua collaborazione con l’esercito e con l’amministrazione militare d’Israele in materia di economia e sicurezza. Ha infastidito l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) usurpando il suo ruolo internazionalmente riconosciuto di paladina e rappresentante dei palestinesi nel mondo. Ha fatto infuriare il governo israeliano cercando di screditarlo agli occhi dei moderati e dei progressisti. Ha esasperato quel che resta dello schieramento pacifista israeliano, distogliendo i palestinesi dalla battaglia contro l’occupazione israeliana dei loro territori per spingerli verso la lotta contro l’apartheid. Ha indotto il governo israeliano a lanciare una contro-campagna così antidemocratica che i moderati israeliani hanno temuto per il futuro del loro paese. E ha creato non pochi problemi ai governi europei che versano aiuti economici alla Palestina. Israele sta cercando di convincere questi governi a non collaborare con le organizzazioni che sostengono il Bds nei territori palestinesi, ma è una richiesta impossibile da soddisfare dato che a Gaza e in Cisgiordania quasi tutti i principali gruppi della società civile sono a favore di questo movimento.

Il Bds ha fatto cattiva pubblicità a grandi aziende legate all’occupazione israeliana (come Airbnb, Re/Max e Hp) e ha contribuito a mandarne via altre dalla Cisgiordania. Ha disturbato festival cinematograici, concerti e mostre nel mondo. Ha irritato associazioni accademiche e sportive chiedendo che si schierassero in questo conlitto estremamente complicato. Ha fatto arrabbiare gli artisti palestinesi che lavorano con le istituzioni israeliane, accusandoli di nascondere le violazioni dei diritti umani commesse da Israele.

Nel Regno Unito il Bds ha portato scompiglio nei tribunali e nelle amministrazioni locali, coinvolgendoli nelle dispute sulla legittimità del boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti. A causa sua negli Stati Uniti una ventina di stati hanno introdotto leggi o decreti che puniscono chiunque boicotti Israele o i suoi insediamenti, mettendo i sostenitori di Israele contro le organizzazioni che difendono la libertà di espressione come l’Unione americana per le libertà civili.

Tra gli ebrei della diaspora il Bds ha provocato nuove spaccature negli ambienti di centrosinistra, messi all’angolo da una parte dal governo israeliano di destra favorevole agli insediamenti e dall’altra dalla sinistra non sionista. Ha spinto i sionisti moderati a chiedersi perché in alcuni casi accettano il boicottaggio dei prodotti degli insediamenti ma non quello dello stato che li crea e li appoggia. Ha costretto i sostenitori più importanti d’Israele a giustiicare la loro opposizione a forme di pressione non violenta sul paese, visto che la mancanza di pressione non ha portato alla fine dell’occupazione e dell’espansione degli insediamenti.

Ma forse la cosa più importante è che il Bds ha sfidato l’idea della soluzione a due stati condivisa da gran parte della comunità internazionale. Così facendo ha sconvolto l’intera industria delle organizzazioni no profit, delle missioni diplomatiche e degli istituti di ricerca impegnati nel processo di pace in Medio Oriente, mettendo in discussione la loro premessa fondamentale: che il conflitto può essere risolto semplicemente mettendo fine all’occupazione israeliana di Gaza, di Gerusalemme Est e del resto della Cisgiordania, lasciando in sospeso la questione dei diritti dei cittadini palestinesi d’Israele e dei rifugiati.

Per molti ebrei della diaspora il Bds è diventato un simbolo del male e una fonte di terrore, una forza nefasta che sta trasformando il negoziato sulla fine dell’occupazione e sulla divisione del territorio in un ragionamento sull’origine più antica e profonda del conflitto: il trasferimento della maggior parte dei palestinesi e la fondazione dello stato ebraico sulle rovine dei loro villaggi nel 1948. La nascita del movimento Bds ha portato alla ribalta vecchi dibattiti sulla legittimità del sionismo, su come giustificare il fatto che i diritti degli ebrei sono privilegiati rispetto a quelli dei non ebrei e sul perché in altri conlitti i profughi possono tornare a casa loro e in questo no. Ma soprattutto ha messo in evidenza un interrogativo imbarazzante, che non può essere ignorato all’infinito: anche se dovesse mettere fine all’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, Israele potrà essere allo stesso tempo una democrazia e uno stato ebraico?

L’ultima spiaggia

Il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni è stato fondato sulla base di una dichiarazione di princìpi, nota come l’appello del Bds, il 9 luglio del 2005. Rappresentava una sorta di ultima spiaggia. Dopo la sconitta militare della seconda intifada, i palestinesi erano a terra. Yasser Arafat, l’incarnazione del movimento nazionale palestinese, era morto. Il suo successore appena insediato, Abu Mazen, veniva identificato più di chiunque altro con il processo di pace di Oslo. Anche se la nuova leadership sembrava ofrire un po’ di tregua dalla violenza, prometteva un ritorno alla strategia della diplomazia e della collaborazione che aveva fatto ben poco per mettere fine all’occupazione. Se si doveva fare pressione su Israele per restituire la libertà ai palestinesi, l’iniziativa doveva venire dal basso e dall’esterno.

Più di 170 organizzazioni palestinesi dei Territori occupati, di Israele e della diaspora sottoscrissero l’appello del Bds. Coprivano tutto l’arco politico, dalla sinistra agli islamisti, dai sostenitori della soluzione dei due stati a quelli dello stato unico. Ne facevano parte anche le Palestinian national and islamic forces, l’organo che coordina tutti i partiti politici di una certa importanza, oltre ai principali sindacati, ai comitati dei campi profughi, alle associazioni dei detenuti, ai centri artistici e culturali e ai gruppi di resistenza non violenti.

La principale novità dell’appello non era la tattica che proponeva: nel 2005 le campagne per il boicottaggio e il disinvestimento erano già diffuse. La novità era che il Bds prendeva le varie iniziative per far pressione su Israele e le univa intorno a tre richieste chiare, una per ogni componente del popolo palestinese. Primo: libertà per i residenti dei territori occupati. Secondo: uguaglianza per i cittadini palestinesi d’Israele. Terzo: giustizia per i profughi della diaspora – il gruppo più numeroso – compreso il diritto di tornare nelle loro case.

L’appello del Bds era una sfida non solo per Israele ma anche per la leadership palestinese. Rappresentava una riformulazione concettuale della lotta nazionale più in linea con le posizioni originarie dell’Olp prima che fosse costretto dalla sconfitta militare, dalle pressioni internazionali e dal pragmatismo politico a rinunciare all’obiettivo di un unico stato democratico e ad accettare il compromesso dei due stati. Le potenze mondiali avevano presentato la soluzione dei due stati come un regalo ai palestinesi. Ma ai palestinesi era chiaro che quel regalo era per Israele, dato che prevedeva che la popolazione indigena rinunciasse al 78 per cento delle sue terre. All’alba del sionismo, verso la ine dell’ottocento, gli arabi costituivano più del 90 per cento della popolazione, e nel 1948, prima della guerra d’indipendenza d’Israele, erano più di due terzi. Quell’anno il territorio di quello che sarebbe diventato lo stato d’Israele fu svuotato dell’80 per cento dei suoi abitanti palestinesi, a cui fu vietato di tornare. L’Olp sarebbe stato fondato sedici anni dopo, nel 1964, prima che fossero occupate la Cisgiordania e Gaza. L’obiettivo fondamentale della causa palestinese era la liberazione dell’intero territorio e il ritorno dei suoi abitanti originari.

Una reazione implacabile

Ma, all’epoca della prima intifada e dell’accordo di Oslo del 1993 che mise fine a quel progetto, molti palestinesi erano già pronti ad accettare la formula dei due stati, non perché la considerassero giusta ma perché era il massimo che potevano sperare di ottenere. Quando però emersero i dettagli delle varie proposte di pace, l’accordo cominciò a sembrare sempre più mediocre. I palestinesi avrebbero dovuto cedere non solo il 78 per cento della loro patria, ma anche le terre su cui sorgevano le principali colonie israeliane all’interno dei Territori occupati. Avrebbero dovuto rinunciare alla sovranità su vaste aree di Gerusalemme Est, la loro futura capitale, e della Città vecchia al suo interno. Avrebbero dovuto accettare il fatto che qualsiasi trattato di pace non avrebbe mai consentito il ritorno della maggior parte dei profughi alle loro case, a diferenza di quasi tutti gli altri accordi firmati da quando nel 1995 erano cominciati i negoziati. Avrebbero dovuto rinunciare a qualsiasi richiesta nei confronti di Israele, compresa quella di pari diritti per i cittadini palestinesi, che erano più di un quinto della popolazione israeliana. In cambio avrebbero avuto uno stato formato dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, che i primi ministri israeliani, da Yitzhak Rabin a Benjamin Netanyahu, hanno sempre deinito “un’entità che è meno di uno stato”.

Quando perfino queste concessioni si rivelarono insufficienti per ottenere la fine dell’occupazione, un numero sempre maggiore di palestinesi cominciò a opporsi all’idea dei due stati. Non solo il compromesso originario era stato snaturato e reso irriconoscibile, ma anche la sua versione ridotta sembrava ormai un miraggio. All’epoca dell’appello del Bds, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza durava da quasi quarant’anni e non dava segni di voler finire. Gli Stati Uniti e altre potenze si limitavano ad alzare il dito e promettevano ai palestinesi che presto la situazione sarebbe cambiata con la nascita di uno stato indipendente. Nel tempo la soluzione dei due stati era diventata uno slogan svuotato di significato. Meno sembrava plausibile, più forte veniva proclamato. Ma finché era possibile immaginarlo, le grandi potenze mondiali si rifiutavano di esigere che Israele garantisse la cittadinanza e pari diritti ai palestinesi. L’idea dei due stati si trasformò così da possibile soluzione all’occupazione a pretesto principale per negare l’uguaglianza ai palestinesi.

Il movimento Bds offriva un’alternativa. Respingeva le soluzioni fittizie, che si trattasse dei due stati o di uno solo. Il problema fondamentale non era decidere che tipo di accordo dovesse sostituire il sistema esistente, ma costringere Israele a cambiarlo del tutto. Parlare di due stati e di uno solo era come discutere del sesso degli angeli finché Israele poteva portare avanti tranquillamente la sua occupazione perpetua.

La risposta di Israele al Bds è stata lenta, ma implacabile. Fino al 2014 a guidare gli sforzi del governo israeliano contro il movimento è stato Yossi Kuperwasser, soprannominato Kuper. Oggi lavora per il Centro per gli affari pubblici di Gerusalemme, un istituto di ricerca conservatore diretto da Dore Gold, ex ambasciatore israeliano all’Onu e confidente del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma durante la seconda intifada Kuperwasser, che ha i capelli a spazzola, la voce roca e l’abitudine tipica degli israeliani di riempire le pause borbottando “eh”, guidava la prestigiosa divisione per le ricerche dei servizi segreti militari e nel 2009 fu nominato direttore generale del ministero degli affari strategici.

Fu Kuperwasser a trasformare il ministero nel centro di comando di quella che chiama la battaglia contro il Bds. Cominciò a occuparsene dopo la guerra di Gaza del 2008-2009, in cui erano morti 13 israeliani e circa 1.400 palestinesi, e che aveva portato l’attività del Bds a nuovi livelli. A settembre del 2009 l’immagine internazionale di Israele subì un duro colpo con la pubblicazione del rapporto dell’Onu sulla guerra scritto da una commissione d’inchiesta guidata dall’eminente giurista sudafricano Richard Goldstone. Il rapporto rilevò che Israele e i gruppi armati palestinesi avevano commesso crimini di guerra, e che Israele aveva condotto “attacchi deliberati contro i civili” con “l’intento di diffondere il terrore”.

Kuperwasser dice che fu il rapporto Goldstone a mettere in allarme Israele sulla gravità del pericolo costituito da quella che era deinita “delegittimazione”. Alla fine del 2009 Netanyahu dichiarò che la delegittimazione era uno dei tre principali pericoli per il paese, insieme al programma nucleare iraniano e alla proliferazione di razzi e missili a Gaza e in Libano. Da allora i politici israeliani hanno cominciato a deinire il Bds e la delegittimazione minacce “esistenziali” o “strategiche”.

Alcuni commentatori israeliani di centrosinistra contrari al Bds hanno comunque una visione piuttosto cinica della campagna internazionale del governo contro il movimento. Sono convinti che sia soprattutto una questione di politica interna. Sottolineano che da quando è nato il Bds in realtà gli scambi commerciali di Israele con il resto del mondo sono aumentati, e i suoi rapporti diplomatici con l’India, la Cina, gli stati africani e perfino con il mondo arabo si sono rafforzati. Intanto il movimento non perde occasione per presentare le iperboliche dichiarazioni di Israele come la prova del suo successo.

Ma secondo Kuperwasser la minaccia rappresentata dal Bds è reale e ignorarla o trattarla come una seccatura sarebbe un errore: “Fino al 2010 abbiamo usato questa tattica e i risultati non sono stati buoni”. Ma soprattutto, dice, è sbagliato misurare l’impatto del Bds in termini di scambi commerciali: “Il problema non è se ci boicotteranno o no, ma se riusciranno a introdurre nel dibattito internazionale la tesi che Israele è illegittimo come stato ebraico”.

Più del 20 per cento degli 8,8 milioni di cittadini di Israele è costituito da palestinesi. Sono i sopravvissuti e i discendenti della minoranza rimasta all’interno dei confini di Israele durante la guerra del 1948. Haneen Zoabi, una palestinese cittadina d’Israele di 49 anni, che vive a Nazareth e dal 2009 è deputata alla knesset (il parlamento d’Israele), è una forte sostenitrice del Bds. Zoabi è la voce più critica verso Israele in parlamento, dove denuncia le politiche del governo nei confronti dei palestinesi e accusa Israele di essere uno stato di apartheid.

Anche se consente ai cittadini palestinesi come Zoabi di votare e di ricoprire cariche pubbliche, Israele considera la proprietà palestinese delle terre una minaccia, e ha varato programmi per “giudeizzare” le zone arabe e diluire la presenza palestinese. Dopo la guerra del 1948 solo il 20 per cento dei palestinesi rimase nel territorio che sarebbe diventato Israele, e di questi un quarto erano sfollati interni. Israele ha imposto ai cittadini palestinesi il coprifuoco e una serie di restrizioni dovute alla legge marziale ino al 1966, ha confiscato circa metà delle loro terre e ha approvato leggi che ancora oggi gli impediscono di reclamarle.

Decine di migliaia di palestinesi vivono in villaggi che esistono da prima della nascita di Israele ma “non sono riconosciuti” dallo stato, quindi rischiano demolizioni e sfratti e usufruiscono poco o per niente di servizi di base come l’acqua e l’elettricità. Dato che lo stato pone un limite allo sviluppo e all’espansione delle città arabe, i cittadini palestinesi sono stati costretti a cercare casa nelle comunità ebraiche. Ma spesso gli viene impedito. In centinaia di comunità per soli ebrei c’è una commissione di ammissione, legalmente autorizzata a respingere le richieste sulla base dell’“idoneità sociale”, un pretesto per escludere i non ebrei.

Questa politica della disuguaglianza è stata rafforzata dalla legge approvata a luglio che declassa lo status della lingua araba, afferma che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione in Israele e dichiara: “Lo stato considera lo sviluppo degli insediamenti ebraici un valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuovere la loro fondazione e il loro consolidamento”.

Zoabi è critica nei confronti dell’occupazione, ma è convinta che il vero motivo del conflitto sia il modo in cui storicamente Israele tratta i palestinesi: “Il problema non è l’occupazione, ma il progetto sionista. Israele teme che se la gente avesse la mente aperta e vedesse quello che fa ai palestinesi, sarebbe la fine. Nel momento in cui si dice che Israele non è uno stato normale – non è uno stato democratico che commette qualche errore, ma uno stato anomalo che non rispetta i diritti umani – s’infrange la sua immagine di stato liberale, umano, con l’esercito più morale del mondo. Il Bds sta erodendo l’immagine di Israele”.

Punti di vista

Anche se i loro obiettivi sono opposti, la destra israeliana e il movimento Bds concordano su molte cose. Entrambi affermano che alla base del conlitto israelo-palestinese c’è il sionismo e l’esilio forzato della maggioranza dei palestinesi nel 1948, non la conquista di Gaza, di Gerusalemme Est e del resto della Cisgiordania nel 1967. Entrambi affermano che gli insediamenti non dovrebbero essere trattati in modo diverso rispetto al governo che li ha creati. Entrambi pensano che la richiesta di uguaglianza da parte dei cittadini palestinesi e del diritto al ritorno da parte degli esuli siano le questioni centrali della disputa, a cui i mediatori di pace in passato non hanno dato abbastanza attenzione. Ed entrambi sono convinti che il Bds farà conoscere al mondo la vera natura del conflitto.

Ma mentre il Bds spera che questa denuncia porterà la gente a concludere che il sionismo è fondamentalmente razzista e dev’essere respinto, Kuperwasser è convinto che a essere smascherati saranno i palestinesi. “I palestinesi stanno correndo un grande rischio”, dice. “Ci sono buone probabilità che il mondo rifiuti il loro schema concettuale. La gente dirà: ‘È questo che vogliono i palestinesi? Noi siamo contrari, sono pazzi, vogliono che Israele scompaia’”. I palestinesi, aggiunge, si ritroverebbero senza neanche uno stato formato da Gaza e dalla Cisgiordania, che secondo lui l’Olp considera ancora solo il primo passo per arrivare a liberare tutta la Palestina.

Kuperwasser è convinto che il Bds e i leader palestinesi abbiano gli stessi obiettivi, e le diferenze tra loro siano solo questione di tattica. “Abu Mazen sa che bisogna andarci con i piedi di piombo”, dice. L’accettazione della soluzione dei due stati da parte dell’Olp, il suo impegno a tener conto delle preoccupazioni demografiche di Israele e il suo silenzio sui diritti dei cittadini palestinesi sono secondo Kuperwasser tutti sotterfugi per ottenere uno stato che servirebbe da base di lancio per continuare la lotta. Per Israele, dice, è fondamentale conquistare il cuore e la mente dei moderati di centro e dei progressisti stranieri. Il problema, dice, è che alcuni israeliani ed ebrei sono colpevoli di “negligenza e abbandono volontario del campo di battaglia”: non la sinistra radicale, ma i moderati di centro che hanno ingenuamente adottato il linguaggio del nemico. Kuperwasser fa l’esempio dell’ex primo ministro del Partito laburista Ehud Barak, che ha più volte avvertito che Israele sta “scivolando verso l’apartheid”. Lo stesso avvertimento è stato lanciato dall’ex ministra degli esteri Tzipi Livni e dagli ex premier Ehud Olmert e Yitzhak Rabin. Per Kuperwasser queste affermazioni, che miravano a convincere gli israeliani a fare concessioni territoriali per avere la pace, sono regali al nemico.

Anche se finora non ha avuto un grande impatto economico su Israele, almeno in confronto a quello avuto in Sudafrica dalle campagne decennali contro l’apartheid, l’ascesa del Bds è stata rapida. Investitori istituzionali, come il fondo pensioni olandese Pggm e la Chiesa metodista unita, si sono ritirati dalle banche israeliane. Decine di associazioni studentesche hanno appoggiato le iniziative di boicottaggio e disinvestimento. Molti artisti e musicisti hanno annullato i loro spettacoli.

E, cosa altrettanto importante, il movimento ha essenzialmente vinto il dibattito interno alla Palestina. Nel 2013 Abu Mazen diceva che l’Olp era favorevole al boicottaggio degli insediamenti, ma precisava: “Noi non sosteniamo il boicottaggio d’Israele” perché “abbiamo rapporti con Israele e ci riconosciamo reciprocamente”. Nel 2018 invece l’Olp ha sposato la posizione del Bds, almeno a parole. Anche le organizzazioni internazionali sono state influenzate dal movimento e sono passate lentamente dalle inutili condanne a provvedimenti più concreti. Nell’estate del 2017 Amnesty international ha chiesto la messa al bando globale dei prodotti degli insediamenti e un embargo sulla vendita di armi a Israele e ai gruppi armati palestinesi.

Quasi tutti i disinvestimenti delle aziende e delle organizzazioni studentesche sono stati selettivi: non hanno preso di mira tutto Israele, ma solo gli insediamenti e i Territori occupati. Alcune di queste aziende e organizzazioni hanno ben poco a che vedere con il movimento in sé, ma sia il governo israeliano sia il Bds cercano di evitare che si sappia. Questo ha permesso al movimento di dare l’impressione di accumulare vittorie, e al governo israeliano di screditare i prudenti inviti dei burocrati a rispettare il diritto internazionale, liquidandoli come maldestri tentativi di demonizzazione da parte degli estremisti del Bds.

Come una malattia

Confondere il boicottaggio degli insediamenti con l’opposizione all’esistenza di Israele è stato uno dei punti di forza della politica di Israele, che riflette il desiderio di proteggere gli insediamenti e di arginare l’ondata di boicottaggi selettivi che potrebbe estendersi a tutto il paese. “Non c’è differenza tra il boicottaggio degli insediamenti e quello di Israele”, dice Kuperwasser. “Chi promuove il boicottaggio di Israele, di qualsiasi sua parte, non è amico di Israele. È suo nemico. Quindi va combattuto”.

Il governo ha approvato una legge che vieta l’ingresso nel paese agli stranieri che hanno appoggiato pubblicamente il boicottaggio di Israele o “di una zona sotto il suo controllo”. Il ministro per gli affari strategici ha chiesto che siano imposte sanzioni economiche alle organizzazioni e alle aziende israeliane, e in alcuni casi ai singoli individui, che sostengono il boicottaggio di Israele o dei suoi insediamenti. Dopo che Hagai El-Ad, il direttore dell’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’Tselem, ha invitato il Consiglio di sicurezza dell’Onu a intervenire contro l’occupazione, il capo della coalizione di governo ha chiesto di revocargli la cittadinanza e d’introdurre una legge che preveda lo stesso trattamento per gli israeliani che invitano gli organismi internazionali a prendere provvedimenti contro il loro paese.

Questo deliberato isolamento di Israele e degli insediamenti ha provocato non poca costernazione tra i suoi sostenitori più progressisti nella comunità ebraica statunitense. Per anni hanno cercato di proteggere Israele dalle sanzioni affermando che è legittimo solo boicottare gli insediamenti. Ora si sentono attaccati da sinistra dal Bds e da destra dal governo israeliano, perché entrambi respingono l’idea che bisognerebbe boicottare il vino prodotto negli insediamenti della Cisgiordania ma non il governo che li ha fondati, li finanzia e li mantiene.

Per i moderati israeliani la colpa principale del Bds è quella di aver scatenato nel loro governo una reazione così esagerata e sconsiderata da sembrare una sorta di malattia autoimmune, in cui la battaglia contro il movimento danneggia anche i diritti dei cittadini e le istituzioni della democrazia. Il ministero israeliano degli affari strategici ha usato i servizi segreti per sorvegliare e attaccare chiunque delegittimi Israele. Ha chiesto di compilare una lista nera di organizzazioni e cittadini che appoggiano la campagna di boicottaggio, ha creato un’unità speciale incaricata di infangare la reputazione dei suoi sostenitori e ha pagato per pubblicare articoli sui giornali nazionali. Molti ebrei israeliani di sinistra sono stati interrogati o sono stati fermati alla frontiera dagli agenti del Shin Bet, l’agenzia israeliana per la sicurezza interna, che si considerano funzionari in lotta contro la delegittimazione.

Nel 2017 il ministro dei servizi di intelligence Yisrael Katz ha invitato pubblicamente a compiere “omicidi mirati” di militanti come il cofondatore del Bds Omar Barghouti, che ha la residenza in Israele. Barghouti è stato minacciato anche dal ministro della sicurezza pubblica e degli affari strategici: “Presto gli attivisti che usano la loro inluenza per delegittimare l’unico stato ebraico del mondo sapranno che devono pagarne il prezzo. Avrete notizie del nostro amico Barghouti”. Poco dopo a Barghouti è stato impedito di lasciare il paese, le autorità israeliane hanno perquisito casa sua e l’hanno arrestato per evasione fiscale.

Probabilmente lo strumento più potente di Israele nella campagna contro la delegittimazione è accusare di antisemitismo chi lo critica. Per farlo è stato necessario modificare la deinizione ufficiale del termine. Questo lavoro è cominciato negli ultimi anni della seconda intifada, tra il 2003 e il 2004, quando stavano crescendo gli inviti a boicottare e a disinvestire. All’epoca un gruppo di istituti e di esperti, tra cui Dina Porat – una studiosa dell’università di Tel Aviv che nel 2001 aveva fatto parte della delegazione del ministero degli esteri alla conferenza mondiale dell’Onu contro il razzismo a Durban, in Sudafrica – propose di formulare una nuova definizione di antisemitismo che avrebbe equiparato qualsiasi critica a Israele all’odio per gli ebrei.

Queste istituzioni, in collaborazione con l’American Jewish committee e altre organizzazioni israeliane, formularono una nuova “definizione provvisoria” di antisemitismo, che comprendeva vari esempi e che fu pubblicata nel 2005 (e poi scartata) da un organismo dell’Unione europea per la lotta al razzismo. La definizione è stata adattata nel 2016 dall’International holocaust remembrance alliance (Ihra) ed è stata usata, sottoscritta e consigliata, con qualche piccola modifica, da diverse organizzazioni. Tra queste c’è il dipartimento di stato americano, che dal 2008 sostiene che il termine antisemitismo comprende tre tipi di critiche a Israele, note come le tre d: delegittimazione, demonizzazione e doppio standard.

Secondo la versione del dipartimento di stato, alcuni esempi di delegittimazione sono: “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione e a Israele il diritto di esistere”. Perciò l’antisionismo – compresa l’idea che Israele dovrebbe essere lo stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e non ebrei, e che tutti dovrebbero avere gli stessi diritti – sarebbe una forma di delegittimazione e quindi antisemita. Secondo questa definizione, praticamente tutti i palestinesi (e gran parte degli ebrei ultraortodossi d’Israele, contrari al sionismo per motivi religiosi) sono colpevoli di antisemitismo perché vogliono che gli ebrei e i palestinesi continuino a vivere in Palestina ma non all’interno di uno stato ebraico. “Antisionismo e antisemitismo sono la stessa donna con due vestiti diversi”, dice Kuperwasser.

La seconda demonizzazione, comprende: “Fare confronti tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista”, come ha fatto il vicecapo di stato maggiore dell’esercito israeliano durante una commemorazione dell’Olocausto nel 2016, paragonando le “tendenze disgustose” degli anni trenta e quaranta in Germania e in Europa a quelle in atto oggi in Israele. L’ultima delle tre d, che si riferisce all’applicazione di due pesi e due misure, sostiene che criticare esclusivamente Israele è “il nuovo antisemitismo”. Ma la stessa accusa si potrebbe rivolgere a ogni altra iniziativa di disinvestimento e boicottaggio nel mondo, compresa la campagna contro l’apartheid in Sudafrica, dato che i suoi sostenitori ignoravano fatti più gravi che stavano avvenendo altrove, come i genocidi in Cambogia, nel Kurdistan iracheno e a Timor Leste.

La nuova definizione di antisemitismo è stata spesso usata contro chi critica Israele negli Stati Uniti, soprattutto nelle università. Le organizzazioni per la difesa di Israele hanno invitato diversi atenei statunitensi ad adottare la definizione del dipartimento di stato. Alla Northeastern university di Boston e alla University of Toledo in Ohio gli studenti e i gruppi filoisraeliani hanno cercato perino d’impedire qualsiasi dibattito sul boicottaggio e il disinvestimento, sostenendo che avrebbero creato un clima antisemita nel campus. Nel 2012 il parlamento della California ha approvato una risoluzione che regola gli argomenti di dibattito consentiti nelle università dello stato, citando come esempi di antisemitismo non solo la delegittimazione e la demonizzazione di Israele ma anche “le campagne a favore del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni contro Israele promosse da studenti e professori”.

Il rifiuto dell’ingiustizia

Kuperwasser non prova nemmeno a scusarsi per gli eccessi della campagna del governo israeliano contro il Bds in patria e all’estero. È convinto che Israele stia facendo la cosa giusta e che avrà successo, come in passato: “Anche se all’inizio le nostre probabilità sembravano scarse, abbiamo vinto la guerra sul campo di battaglia convenzionale. Abbiamo vinto la guerra al terrorismo. E anche quello non è stato facile. Al momento della grande battaglia – la seconda intifada – molti generali di tutto il mondo mi dicevano: ‘Stai perdendo tempo, nessuno ha mai vinto la guerra contro il terrorismo’, citando il Vietnam e casi simili. E io dicevo: ‘No, noi vinceremo questa guerra. Siamo abbastanza innovativi e determinati. E a differenza di altre battaglie, questa non ci lascia alternative. Dobbiamo vincere’. Ora è la stessa cosa. Vinceremo”.

Un sabato pomeriggio a Jaffa ho incontrato Kobi Snitz, un matematico che lavora al Weizmann institute of science di Rehovot e fa parte di Boycott from within, un gruppo di israeliani, quasi tutti ebrei, che sostiene il Bds. Snitz è un veterano dell’attivismo e partecipa alle manifestazioni in Cisgiordania insieme ai palestinesi dai tempi della seconda intifada. È stato arrestato varie volte e per anni ha protestato a fianco della famiglia di Ahed Tamimi, la ragazza diventata un simbolo della resistenza disarmata palestinese. Tamimi è stata arrestata nel dicembre del 2017, a 16 anni, perché aveva schiaffeggiato i soldati israeliani che erano entrati nella sua proprietà dopo aver sparato a bruciapelo al cugino di 15 anni, colpendolo alla testa (Tamimi è stata rilasciata a luglio). Kobi ha detto che le proteste nel villaggio di Tamimi, Nabi Saleh, negli anni sono diminuite, come la resistenza non violenta in tutta la Cisgiordania. “È incredibile che siano durate tanto”, dice. “A Nabi Saleh sono morte quattro persone, centinaia sono state ferite e circa un terzo degli abitanti è stato fermato o arrestato. Per un villaggio di cinquecento persone continuare a resistere per tanto tempo è una cosa straordinaria. Ma è ovvio che con il tempo la resistenza diminuisce. L’oppressione funziona. Il terrore funziona”.

Snitz mi ha portato a mangiare lenticchie sudanesi a Neve Shaanan, il quartiere povero a sud di Tel Aviv dove vivono molti richiedenti asilo africani. In fondo, mi ha spiegato, il boicottaggio è una tattica pacifica per resistere a una repressione immorale. Riiutarsi di accettare un’ingiustizia clamorosa è il minimo che può fare una persona di coscienza. Mentre tornavamo a Jaffa, passando davanti a un carcere in cui era stato detenuto, Snitz ha parafrasato le parole che una volta ha sentito pronunciare dal cofondatore del Bds Omar Barghouti. “Omar ha detto: ‘Non voglio che l’occidente venga a salvarci. Non sto chiedendo all’occidente d’invadere Israele. Chiedo solo che smetta di finanziare la nostra oppressione’”. E Snitz ha aggiunto: “A rendere speciale questo conflitto non è la gravità delle violazioni, ma il sostegno attivo dato a queste violazioni dall’occidente democratico”.

 

Nathan Thrall è un giornalista statunitense e dirige l’"Arab-Israeli project" dell’"International crisis group". Nel 2017 ha pubblicato "The only language they understand" sul conflitto israelopalestinese. Vive a Gerusalemme