Di Jonathan Cook

2 ottobre  2018

Il momento a lungo temuto si sta rapidamente avvicinando a Gaza, secondo un nuovo rapporto della Banca Mondiale. Dopo un blocco israeliano decennale, e una serie di attacchi militari su vasta scala, l’economia della minuscola enclave costiera è in “caduta libera”.

A un incontro di donatori internazionali tenutosi martedì a New York, e che è coinciso con l’annuale Assemblea  Generale delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale

ha fatto un quadro allarmante della crisi di Gaza. La disoccupazione è ora vicina al 70% e l’economia si sta contraendo a un ritmo anche più veloce.

Mentre la brutta situazione della Cisgiordania non è sono ancora così grave, non è così lontana,  hanno detto ai paesi partecipanti all’Ad Hoc Liaison Committee. Il crollo di Gaza potrebbe far cadere l’intero settore bancario palestinese.

Come reazione, l’Europa ha messo frettolosamente insieme un pacchetto di aiuti di 40 milioni di euro, ma questi serviranno per affrontare la crisi umanitaria di Gaza, non quella economica, migliorando la fornitura di elettricità e di acqua potabile.

Nessuno dubita delle inevitabili conseguenze negative della crisi economica e umanitaria che colpisce Gaza. I quattro paesi del Quartetto, incaricati di sovraintendere ai negoziati tra Israele e i Palestinesi – cioè Stati Uniti, Russia, Unione Europea e ONU – hanno emesso una dichiarazione avvertendo che era fondamentale impedire quella che hanno definito “una ulteriore escalation” a Gaza.

Le forze armate israeliane condividono queste preoccupazioni. Hanno riferito di un crescente malcontento tra i due milioni di abitanti dell’enclave e credono che Hamas sarà costretta a uno scontro per evadere  dalla camicia di forza imposta dal blocco.

Nelle recenti settimane, le proteste di massa lungo la recinzione di confine di Gaza, si sono state ed estese dopo la stasi estiva. Venerdì, sette dimostranti palestinesi, compresi due bambini, sono stati uccisi dal fuoco dei cecchini israeliani. Altre centinaia sono stati feriti.

Cionondimeno, la volontà politica di rimediare alla situazione, sembra  atrofizzata come sempre. Nessuno è preparato a prendersi la responsabilità seria per la bomba a orologeria che è Gaza.

Di fatto, i principali partiti politici che potrebbero fare la differenza sembrano decisi a permettere che il peggioramento continui.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ignorato i ripetuti avvertimenti  di una minacciata esplosione a Gaza da parte del suo esercito.

Israele sta, invece, mantenendo il blocco più rigido che mai, impedendo il flusso di merci in entrata e in uscita dall’enclave. La zona di pesca è limitata a tre miglia dalla costa, invece che a 20 miglia come deciso negli accordi di Oslo. E’ stato riferito che durante l’estate centinaia di compagnie sono fallite durante l’estate.

Per intensificare i guai dell’enclave c’è la recente decisione dell’amministrazione Trump di tagliare gli aiuti ai Palestinesi, compresi quelli all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi) che svolge un ruolo fondamentale a Gaza, fornendo cibo, istruzione e servizi sanitari a quasi due terzi della popolazione.

Il bilancio per il cibo è fissato che termini in dicembre e il bilancio per le scuole alla fine dei questo mese. Centinaia di bambini affamati che non hanno nessun posto dove passare le giornate, possono soltanto alimentare le proteste e aumentare le morti.

L’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, che ha il suo quartier generale in Cisgiordania, non ha incentivi per aiutare. La catastrofe di Gaza che si sta realizzando lentamente è la leva di Abbas che serve a far sottomettere Hamas al suo dominio. Questo è il motivo per cui l’Autorità Palestinese ha tagliato i bonifici a Gaza di 30 milioni di dollari al mese.

Se, però, anche Abbas voleva aiutare, manca ampiamente di mezzi. I tagli degli Statti Uniti sono stati imposti principalmente per punirlo del fatto che si era rifiutato di collaborare all’ l’ipotetico piano di pace,  del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, cioè lo “accordo del secolo”.

Israele, osserva la Banca Mondiale, ha accresciuto le difficoltà di Abbas, rifiutandosi di trasferire le tasse e i dazi doganali che raccoglie per conto dell’Autorità Palestinese.

E l’ultima parte implicata, cioè l’Egitto, è reticente ad allentare la sua morsa sul suo breve confine con Gaza. Il Presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi è contrario a fornire qualsiasi tipo di soccorso o ai suoi oppositori islamisti o ad Hamas.

L’impasse è possibile perché nessuno dei partiti è pronto a considerare una priorità il benessere di Gaza.

Questo è stato spiegato decisamente all’inizio dell’estate quando il Cairo, appoggiato dall’ONU, ha aperto un canale tra Israele ed Hamas con la speranza di porre fine al loro crescente attrito.

Hamas voleva che venisse abolito il blocco per annullare il declino economico di Gaza, mentre Israele voleva la fine delle proteste settimanali e delle immagini dannose dei cecchini che uccidono i dimostranti disarmati.

Inoltre, Netanyahu ha l’interesse di mantenere Hamas al potere a Gaza, anche se soltanto come  modo di cementare la frattura geografica con la Cisgiordania e quella ideologica con Abbas.

I colloqui, tuttavia, sono crollati all’inizio di settembre dopo che Abbas si è opposto agli Egiziani. Ha insistito che l’Autorità Palestinese debba essere l’unico riferimento per le discussioni sul futuro di Gaza. Il Cairo sta, quindi, di nuovo incanalando le sue energie in un tentativo inutile di riconciliare Abbas e Hamas.

All’Assemblea Generale, Trump ha promesso che il suo piano sarà rivelato nei prossimi due o tre mesi e ha reso esplicito per la prima volta il suo sostegno a una soluzione dei due stati, dicendo che questa “funzionerebbe meglio di tutte”.

Netanyahu ha vagamente concordato. facendo notare, allo stesso tempo che: “Ognuno definisce il termine ‘stato’ in maniera diversa.” La sua definizione, ha aggiunto, richiede che nessuno degli insediamenti illegali ebrei in Cisgiordania venga rimosso e che qualunque futuro stato palestinese sia sotto il controllo completo della sicurezza israeliana.

Si riferisce ampiamente che Abbas, durante l’estate abbia ammesso che uno stato palestinese – se mai dovesse nascere – sarebbe demilitarizzato. In altre parole, non sarebbe identificabile come stato sovrano.

Hamas ha fatto notevoli concessioni alla sua originale dottrina di opposizione militare per proteggere tutta la Palestina storica. E’ però difficile immaginare che  accetti la pace in quei termini. Questo rende attualmente inconcepibile una riconciliazione tra Hamas ed Abbas e una tregua, lontana come sempre,  per la gente di Gaza.

Nella foto: dimostranti palestinesi con la bandiera durante una manifestazione in cui si chiede la fine del blocco a Gaza.

Una versione di questo articolo è apparsa per la prima volta sul quotidiano, The National di Abu Dhabi

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/gazas-economy-goes-into-freefall

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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