Haaretz.com
08.07.2011
http://www.haaretz.com/weekend/magazine/twilight-zone-crippling-bureaucracy-1.372174
Ai confini della realtà/ Burocrazia invalidante
Tre palestinesi gravemente feriti a causa di incidenti sul lavoro, per anni sono venuti qua per ricevere cure mediche, ma ora si trovano di fronte a una serie di ostacoli insormontabili.
di Gideon Levy
Mohamed Awada, un uomo con le stampelle, disabile e ammalato, di 52 anni, ha inoltrato domanda per ottenere il visto d’ingresso in Israele per il trattamento medico in corso, del quale ha bisogno a seguito di un incidente sul lavoro in Israele. Questo è ciò che ha scritto sul suo modulo il Secondo Lt.Ben Kahila, vicecomandante della divisione di Tarqumiya dell’Amministrazione Civile israeliana nella West Bank: ”La tua richiesta è respinta.. Motivo del rifiuto: Non è arrivata alcuna domanda per ottenere il permesso nei termini di un'impresa di sicurezza.”

Queste parole mostruose sono state accompagnate da una spiegazione orale: tutte le volte in cui Awada ha necessità di cure mediche, deve ingaggiare un uomo di un’agenzia privata di sicurezza, al costo di 200 $ all’ora – che lo scorti dal momento in cui entra in Israele fino a quando esce. Awada che ha bisogno di cure frequenti, non può permettersi il lusso di una guardia giurata. Nel mese scorso, da quando è stato informato di questo prerequisito, ha mancato tutti gli appuntamenti per le terapie. Di conseguenza, i dolori si sono fatti più intensi e le sofferenze sono aumentate.
Il suo medico, il dottor Lev Langerman, uno specialista in terapia del dolore e anestesia alla clinica HMO Clalit nel quartiere Kiryat Moshe di Gerusalemme, questa settimana ha dichiarato: “Conosco da anni Mohamed. E’ un paziente della nostro ambulatorio. Lo trattiamo per ridurre l’intensità del dolore di cui soffre. E’ vero, non parliamo di una situazione in cui sia in pericolo la vita, ma, pure il dolore non è una sofferenza da poco.”
Awada si lamenta e si rattrappisce per il dolore. Lui come molti palestinesi che hanno subito infortunio in incidenti di lavoro in Israele sono stati riconosciuti ufficialmente come disabili dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, che per legge ha coperto le spese per le cure mediche. Questa settimana, abbiamo incontrato tre disabili che per anni erano entrate in Israele per le cure mediche del caso, ma che per strani motivi il mese scorso si sono viste rifiutare dall’Amministrazione Civile il permesso di ingresso.
L’incontro è avvenuto nell’ufficio di Musa Abu Hashhash, operatore sul campo con sede a Hebron per il gruppo per i diritti umani B’Tselem. I tre hanno richiesto il sostegno dell’organizzazione per poter accedere alle strutture sanitarie in Israele ove si erano recati per anni – fino al momento in cui l’Amministrazione Civile lo ha reso impossibile. Tre cinquantenni, che hanno i segni di molteplici interventi, e soffrono di una serie disturbi, due hanno le stampelle. Tutti e tre hanno subito infortunio grave mentre lavoravano come edili in Israele. Hanno portato pile di documenti, certificati medici, permessi e autorizzazioni di tutti i tipi, tenuti in ordine perfetto in raccoglitori.
Uno di questi ha presentato non meno di 170 permessi di ingresso in Israele ricevuti negli ultimi anni – ma ora, anche lui è stato respinto. Tutti e tre, da quando sono invalidi, sono disoccupati, hanno molti figli, parlano l’ebraico per gli anni di lavoro in Israele, e vivono nell’area delle colline a sud di Hebron, a meno di un’ora di auto da Gerusalemme, la città che ora è loro interdetta. Sono incappati nell’ingranaggio della burocrazia dell’Amministrazione Civile.
Mohamed Awada, padre di otto figli, vive nella cittadina di Idna. Ha subito l’infortunio nel gennaio 1992 sul tetto di un palazzo quando gli è caduto sulla schiena un pesante cassone di ferro. Il midollo spinale è stata lesionato in due punti, dal momento del trauma tutta la gamba sinistra è sorretta da un apparecchio ortopedico, e cammina con una stampella. Negli anni ha subito quattro interventi chirurgici, due all’Ospedale Universitario Hadassah a Ein Karem, Gerusalemme, e due all’ Assaf Harofeh, vicino a Tel Aviv. Ha contratto malattie gravi (a proposito delle quali non entreremo nei dettagli ora) e il tutto è stato curato all’Hadassah e agli ambulatori HMO Clalit di Gerusalemme grazie al NII [Istituto Nazionale delle Assicurazioni].
Nei primi tre anni, ha ottenuto permessi di ingresso in Israele della durata di tre mesi. L’ultimo di questi permessi è scaduto nel novembre 2007. Due settimane prima di questa data, l’esercito israeliano e lo Shin Bet gli hanno perquisito la casa alla ricerca del figlio Khalil, braccato, che ora ha 30 anni. Al momento, il “Capitano Yuvakl” del servizio di sicurezza dello Shin Bet gli disse che se non gli avesse rivelato dove si trovava suo figlio, gli avrebbe rifiutato il permesso di ingresso in Israele per cure mediche. Gli dette due ore per consegnargli il figlio; Awada gli rispose di non avere alcun modo di trovare suo figlio in così breve tempo. Khalil venne arrestato un giorno dopo, ma fin d’allora il padre trovò grosse difficoltà a ottenere il permesso di ingresso. Dopo che vennero coinvolti nel caso B’Tselem e un’altra organizzazione, i Physicians fot Human Rights, ad Awada sono stati concessi nuovamente i permessi di ingresso, ma solo per poche ore o un giorno. Ha però necessità di trattamenti regolari una volta ogni poche settimane.
Poco più di un mese fa, il 2 giugno, il funzionario dell’Amministrazione Civile disse ad Awada: “Non puoi più entrare in Israele da solo. Hai bisogno di un’agenzia di sicurezza che ti accompagni.” “Dove dovrei inventarmi un’agenzia di sicurezza,” ha chiesto lo zoppicante pericolo per la sicurezza. “Ti aspetteranno al checkpoint, “ ha replicato il funzionario. “E chi lo pagherà?” “Tu lo pagherai.” “Quanto?” “200$ all’ora.”
Awada fa notare che ogni visita alla clinica o a un ospedale richiede circa tre ore, compreso il tempo del viaggio, il ché comporta 600$ al giorno per terapia, una cifra che non può neppure permettersi di sognare. Sin dal 2 luglio, Awada non ha ricevuto cure mediche di alcun tipo. Aveva circa dieci appuntamenti già fissati per controlli e trattamenti, incluse regolari iniezioni antidolorifiche endovenose, ma li ha persi tutti. Il 15 giugno Awada perse l’appuntamento alla clinica per la salute mentale per adulti a Gerusalemme; il giorno seguente non si fece vedere a un appuntamento con l’ortopedico, dr. Alexander Rubinstein; il 22 giugno non arrivò alla clinica gastrointestinale; e il giorno prima gli era stato impedito di recarsi all' ambulatorio del dolore all’Hadassah. E’ tutto documentato.”Sin d’allora sento un fuoco nella schiena, continuamente,” sostiene Awada. “Un dolore infernale. Non posso fare più di pochi passi alla volta, e alcuni giorni fa sono caduto e mi sono fatto male.”
Yusuf Selimiya, di 50 anni, a Idna è padre di sei bambini avuti da due mogli. Nel marzo 2005, subì un infortunio in un incidente sul lavoro nel kibbutz Gat, dove stava lavorando a un progetto edile per un imprenditore di Rishon Letzion. Il palmo di una mano è definitivamente bloccato, per andarsene a giro usa le stampelle. Ha subito cinque operazioni chirurgiche – due alla mano e tre alla schiena – a tre ospedali di Gerusalemme: Hadassah, Bikur Olim e Shaare Zedek. E’ quello che ha 170 permessi ed ecco, qui c’è l’ultimo documento: “21 giugno 2011, report riguardante le richieste rifiutate: Il coordinatore per la sanità riferisce che il sunnominato fissa gli appuntamenti, ottiene i permessi ed entra in Israele grazie ad essi, ma non si reca agli ospedali.” Firmato da Sec.Lt. Ben Kahila.
Selimiya è un paziente dell'abulatorio del dolore a Kiryat Moshe e all’Hadassah riceve iniezioni sotto controllo radiografico – tutto è documentato meticolosamente nella sua borsa di finta pelle nera. Ecco il “biglietto di viaggio per le vittime da incidenti sul lavoro,” che ha dovuto far timbrare per ogni visita in un ambulatorio o in un ospedale in Israele. L’ultimo timbro porta la data del 19 maggio 2011. Da allora, non gli è stato permesso di entrare in Israele. Selimiya afferma che se non ottiene un buono per un ospedale, va invece ad un ambulatorio HMO – forse è per questo che hanno sospettato che non si presentasse per i trattamenti.
Il terzo disabile è Salem Abu Haltem, di 58 anni, da Tarqumiya, padre di nove figli. Egli venne colpito da una gru mentre, nell’agosto 2004, lavorava in un’impresa di costruzioni a Rishom Letzion. La spalla si fracassò e fu lesa la mano. Venne sottoposto a tre interventi chirurgici al Kaplan Hospital di Rehovot e da allora ha bisogno di frequenti cure mediche. Dal 28 aprile, l’Amministrazione Civile gli ha impedito di entrare in Israele per le terapie. Ha perso così sei appuntamenti e non ha ancora ricevuto il permesso per il prossimo, fissato per il 14 luglio, per l’infusione bisettimanale all'ambulatorio Kiryat Moshe dell’antidolorifico lidocaina. Hanno dichiarato che anche lui non si reca alle terapie mediche e sospetta che le autorità sanitarie israeliane siano in collusione con l’Amministrazione Civile per creare sempre più ostacoli e impedire che sia lui che i suoi amici ottengano i frequenti e costosi trattamenti che spettano loro.
Fino al momento di andare in stampa,un portavoce dell’Amministrazione Civile ha mancato di rispondere.
Awada, Selimiya e Abu Haltem si sono alzati in piedi per farsi scattare una foto insieme. Chiedono che sia loro permesso di entrare in Israele per le cure mediche alla quali hanno diritto per legge. Avanzano lentamente zoppicando, appoggiandosi alle stampelle, attenti a non inciampare, con i volti distorti dal dolore.
(tradotto da mariano mingarelli)