Haaretz, 15.06.2014
http://www.haaretz.com/mobile/.premium-1.598872?v=3B72BBFD0D22730A744292F60BC4A758
'Addio Israele, e grazie di niente'
Come coppia formata da una israeliana palestinese e un palestinese, abbiamo dovuto attendere che Israele ci concedesse di poter vivere assieme. Quindici anni dopo, costretti a scegliere tra il nostro paese e l'unità familiare, alla fine siamo partiti.

Carol Daniel Kasbari e il marito Osama con i due figli.
Di Carol Daniel Kasbari
Dopo quindici anni di attesa, mio marito ed io abbiamo finalmente iniziato la nostra vita insieme. Lasciando Gerusalemme per sempre.
Sono una palestinese con cittadinanza israeliana, cresciuta a Nazareth. Anche mio marito è palestinese, ma a differenza di me, non è un cittadino di Israele. In effetti, non è cittadino di nessun paese.
Ho incontrato mio marito, Osama Kasbari, a Ramallah nel 1997, quando studiavo presso l'Università Ebraica, e il feeling è stata immediato. Dopo quel primo incontro, siamo stati tre ore a parlare al telefono - sulla vita, l'identità, la lingua, il paese - e nel giro di un anno eravamo sposati.
Abbiamo iniziato il processo di costruzione di una vita normale, facendo domanda di "ricongiungimento familiare", un processo con cui persone coniugate con cittadini israeliani che non hanno la cittadinanza possono ottenere uno status di residenza temporanea, e in seguito la residenza permanente o la cittadinanza. Presso l'ufficio del ministero dell'Interno a Nazareth, ci dissero che l'iter sarebbe stato molto semplice: dovevamo vivere all'interno dei confini di Israele, pagare le tasse, rispettare le leggi, e nel giro di quattro anni a mio marito sarebbe stata concessa la residenza permanente. Questo è quello che ci è stato detto, ci abbiamo creduto e quindi è quello che abbiamo fatto.
A mio marito è stato dato un permesso Aleph/5, uno stato temporaneo che ci ha permesso di vivere insieme. Secondo lo Shin Bet, che esaminava le domande di rinnovo del suo permesso, lui era uno di quegli "arabi buoni". Ogni anno, prima che il permesso scadesse, passavo una settimana intera al telefono, fino a raggiungere finalmente l'impiegato giusto per fissarci un appuntamento presso il Ministero dell'Interno. Il calvario iniziava al telefono, e finiva con una visita di un giorno intero in un ufficio dove presentavamo una pila di carte con tutti i dettagli della nostra vita: tre mesi di procedimento prolungato, impegnativo e faticoso. Si trattava di spiegare ogni movimento e ogni pagamento che abbiamo fatto. Ci sentivamo in balia di impiegati ed estranei che dovevano giudicare sulle nostre scelte di vita. Mio marito non poteva uscire dal paese, comprare una casa o anche solo aprire un conto in banca o pagare la propria bolletta del cellulare.
Nel 2003, qualche settimana prima dell'appuntamento fissato a mio marito per ricevere la residenza permanente, i nostri sogni sono stati infranti, insieme ad altre coppie palestinesi come noi. Il 31 luglio 2003 l'allora ministro degli interni Eli Yishai fece approvare la legge sulla "cittadinanza e l'ingresso in Israele (Provvedimento transitorio)" (http://www.knesset.gov.il/laws/special/eng/citizenship_law.htm), che negava categoricamente (http://www.haaretz.com/print-edition/news/knesset-panel-to-revote-law-proposal-to-deny-citizenship-to-palestinians-1.95759) ai palestinesi delle "zone ostili", ovvero Gerusalemme, Cisgiordania e Gaza, la possibilità di ricevere la residenza o la cittadinanza grazie a un legame con un cittadino di Israele.
Il provvedimento venne inizialmente giustificato con ragioni di sicurezza: un uomo in questa situazione era coinvolto in un attentato a Haifa. La legge doveva restare in vigore per un anno, con la possibilità di essere rinnovata per un periodo indeterminato ad ogni scadenza. Nessun altro palestinese che si trovava in un processo di riunificazione familiare ha compiuto alcun atto di terrorismo o di violenza dal 2003, tuttavia la legge di emergenza è stata rinnovata ogni anno fino ad oggi.
Eravamo devastati. Eravamo arrivati così vicini al raggiungimento di un certo grado di normalità per la nostra famiglia, che nel frattempo si era allargata con la nascita dei due bambini, e improvvisamente ci siamo ritrovati in attesa, ancora una volta, di una decisione politica che potesse influenzare direttamente le nostre vite personali.
E abbiamo provato di tutto per cambiare le cose: abbiamo fatto appello al Ministero dell'Interno; ho incontrato persone impegnate in politica, persone influenti con cui ho lavorato nel mio ruolo di facilitatore per i gruppi in conflitto. Ognuno diceva, "sì, è veramente terribile", ma non muoveva un dito per fare qualcosa per noi. Un consulente senior del governo mi ha detto: "Sai, Carol, questa è la questione più delicata per il popolo ebraico, quella demografica. Per chiunque sarà molto difficile aiutarti."
Alla fine, abbiamo presentato una petizione alla Corte Suprema. Anche i giudicihanno espresso comprensione per il nostro caso. Hanno detto che era terribile, che non era giusto, che meritavamo di meglio, e hanno suggerito alla Procura di Stato di trovare un compromesso al di fuori del tribunale per permettere a mio marito di ricevere la residenza permanente. Il procuratore ha respinto immediatamente questa proposta: se troviamo un compromesso con loro, ha detto, si scoprirà il vaso, e sarebbe un "pericoloso precedente". Il nostro appello è stato respinto.
Dunque questa legge riguardava veramente la "sicurezza", o piuttosto la demografia? Nel 2012, la Corte Suprema ha respinto in blocco tutti i ricorsi contro la legge. Hanno riconosciuto che la legge viola i principi di uguaglianza, ma, come ha scritto il giudice Asher Grunis, "I diritti umani non costituiscono un obbligo al suicidio nazionale", riferendosi alla "minaccia demografica" per lo Stato ebraico rappresentata da persone come mio marito. Il nostro caso era trattato in modo umiliante, come fosse una malattia e una minaccia all'esistenza degli ebrei. Non potevamo più tollerarlo.
Quest'anno, dopo 15 anni di attesa e di lotta, di una vita fatta di insicurezza, paura e umiliazione, abbiamo deciso che il vaso era colmo. Non abbiamo rinnovato la residenza temporanea di mio marito. Abbiamo invece lasciato il paese e iniziato a cercare una vita stabile in un luogo dove possiamo essere benvenuti, voluti e rispettati. Ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, e comprato una casa in Virginia, una cosa che, lo avevamo ormai capito, non avremmo mai potuto fare a Gerusalemme. Siamo consapevoli che questa decisione potrà avere conseguenze pesanti per tutta la vita, poiché mio marito non avrà più il permesso di tornare a Gerusalemme o Nazareth. Ho rinunciato al mio diritto di far crescere i miei bambini in questo paese e di passare la vita vicino alla mia famiglia e ai miei amici. Non ho rinunciato alle mie radici palestinesi e alla mia patria, ma alla sofferenza di essere una minoranza in un paese che non rispetta i diritti di coloro che non sono ebrei.
Adesso, quando torno a Gerusalemme per una visita, mi sento impietrita. La mia famiglia - e migliaia di altre famiglie come la nostra - ha dovuto fare la scelta tra una vita normale e piena all'estero e una vita temporanea nel nostro paese. Una scelta che nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a fare.
Carol Daniel Kasbari è una specialista di trasformazione dei conflitti e un facilitatore esperto per gruppi in conflitto in Medio Oriente dal 1995. Ha parlato del suo lavoro in una conferenza TEDx (https://www.youtube.com/watch?v=LWiZMXEK_E8&feature=youtu.be&a.) a Jaffa. Nata a Nazareth, si è laureata in "Amministrazione di ONG e Politiche Pubbliche" presso l'Università Ebraica di Gerusalemme e sta svolgendo un dottorato alla George Mason University in "Analisi e risoluzione dei conflitti". Attualmente vive nei pressi di Washington, DC, con il marito, Osama Kasbari, e i loro due figli.
traduzione Giacomo Graziani