Si apre la Conferenza per Gaza tra speranze e probabili delusioni

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Si apre la Conferenza per Gaza tra speranze e probabili delusioni

Michele Giorgio, GERUSALEMME, 11.10.2014

Gaza . Al Cairo i palestinesi difficilmente otterranno il finanziamento pieno del loro piano da 4 miliardi per la ricostruzione della Striscia. I donatori vogliono garanzie sul futuro di Gaza. Ci sarà anche John Kerry che dice di voler rilanciare il negoziato israelo-palestinese

 

Forse è esa­ge­rato pre­ve­dere un mezzo fal­li­mento. Però non nasce sotto buoni auspici la con­fe­renza dei Paesi dona­tori per la rico­stru­zione di Gaza, deva­stata dall’offensiva israe­liana della scorsa estate, che si apre oggi al Cairo. L’incontro, alla pre­senza di una tren­tina di mini­stri degli esteri, inclusa Fede­rica Moghe­rini, di una cin­quan­tina di dele­ga­zioni inter­na­zio­nali e del segre­ta­rio gene­rale dell’Onu, Ban Ki moon, potrebbe rive­larsi molto delu­dente per il finan­zia­mento del piano da 4 miliardi di dol­lari annun­ciato dai pale­sti­nesi. Non solo. La scena che doveva essere tutta per Gaza, uscita a pezzi da 50 giorni di attac­chi israe­liani – 18–20 mila case distrutte o ina­bi­ta­bili, 100 mila sfol­lati, 2.200 morti (in buona parte civili) e 11mila feriti -, rischia di essere rubata dal Segre­ta­rio di stato ame­ri­cano John Kerry che ha annun­ciato di voler sfrut­tare la con­fe­renza al Cairo per rilan­ciare il nego­ziato israelo-palestinese. In quale modo, alla luce del fal­li­mento totale della sua ini­zia­tiva diplo­ma­tica? E’ pro­ba­bile che Kerry punti a coin­vol­gere alcuni Paesi arabi nelle ipo­te­ti­che future trat­ta­tive e che con ogni pro­ba­bi­lità cor­ri­spon­dono agli Stati del Medio Oriente con i quali, rive­lava qual­che set­ti­mana fa il pre­mier Neta­nyahu, Israele man­tiene stretti rap­porti die­tro quinte sulle que­stioni di sicurezza.

Non sopren­dere per­ciò che gli Stati Uniti siano inter­ve­nuti, alla vigi­lia dell’incontro al Cairo, per avver­tire che i pale­sti­nesi dalla gene­ro­sità (pelosa) di Paesi arabi, Stati Uniti e Europa rac­co­glie­ranno 1,6 miliardi di dol­lari. Una cifra lar­ga­mente infe­riore ai 4 miliardi richie­sti dal piano pale­sti­nese, peral­tro solo per la prima fase della rico­stru­zione di Gaza. Di miliardi ce ne vor­reb­bero 8 in realtà. Il brac­cino corto dell’Occidente (e pure di qual­che Stato arabo) dipen­de­rebbe dalla “fru­stra­zione” per la situa­zione di Gaza, ter­ri­to­rio finito sotto deva­stanti offen­sive israe­liane per ben tre volte in meno di sei anni. E vista la situa­zione – i nego­ziati per il pro­lun­ga­mento del ces­sate il fuoco tra Israele e Hamas non sono ancora comin­ciati – nes­suno può esclu­dere una ripresa dei com­bat­ti­menti. Ano­nimi diplo­ma­tici occi­den­tali fanno sapere che per vin­cere la rilut­tanza, soprat­tutto di Stati Uniti ed Europa, è neces­sa­ria una svolta poli­tica, altri­menti non saranno assi­cu­rati altri finan­zia­menti. Johan Schaar, il capo della Coo­pe­ra­zione allo svi­luppo sve­dese nei Ter­ri­tori pale­sti­nesi occu­pati, ha avver­tito qual­che giorno fa che «Nes­suno può aspet­tarsi che si possa tor­nare dai nostri con­tri­buenti, per la terza volta, a chie­dere con­tri­buti per la rico­stru­zione (di Gaza) quando siano fermi sem­pre allo stesso punto».

Ame­ri­cani ed euro­pei, è inu­tile farsi illu­sioni, non faranno pres­sioni vere su Israele per met­tere fine al blocco di Gaza e gli egi­ziani, da parte loro, non ascol­te­ranno ragioni e ter­ranno chiuso il ter­mi­nal di fron­tiera di Rafah. Le faranno invece sui pale­sti­nesi, oggi al Cairo e in futuro, chie­dendo che Hamas sia escluso da qual­siasi aspetto della vita poli­tica nei Ter­ri­tori occu­pati e tenuto sotto con­trollo dalle forze di sicu­rezza dell’Anp, anche se sanno che è impos­si­bile. L’avvenuta prima riu­nione dal 2007 a Gaza di un governo uni­ta­rio pale­sti­nese, con Fatah e Hamas assieme, è stato salu­tato con molto favore dai pale­sti­nesi. Israele però ripete che il pre­si­dente Abu Mazen deve rinun­ciare alla ricon­ci­lia­zione con il movi­mento islamico.

I cam­bia­menti per la Stri­scia per­ciò si annun­ciano solo cosme­tici — una par­ziale ria­per­tura dei vali­chi a scopo uma­ni­ta­rio – e la rico­stru­zione rimarrà solo un pro­getto se, come chiede il governo Neta­nyahu, non verrà disar­mata l’ala mili­tare di Hamas. Al Cairo oggi sarà evi­tata una vera discus­sione sull’occupazione dei ter­ri­tori pale­sti­nesi e del blocco che sof­foca Gaza. Paul Hir­sch­son, un por­ta­voce del mini­stero degli esteri israe­liano, è stato fin troppo chiaro quando ha detto all’agenzia Irin che il recente con­flitto ha rive­lato che lo Stato di Israele è stato «troppo libe­rale» quando ha per­messo l’ingresso a Gaza dei mate­riali da costru­zione dopo la guerra pre­ce­dente, nel 2012. «Inco­rag­giamo la comu­nità inter­na­zio­nale a inve­stire, ma inve­stire in modo respon­sa­bile, a capire dove stanno andando i loro dol­lari», ha detto Hir­sch­son. Le stesse frasi ascol­tate tante volte in pas­sato e che pese­ranno su que­sta enne­sima con­fe­renza dei dona­tori, senza che sia affron­tato il nodo di un ter­ri­to­rio, Gaza, dove 1,8 milioni di pale­sti­nesi vivono prigionieri.