L'economia di Israele era il fiore all'occhiello di Netanyahu. L'apartheid può sopravvivere senza?

Il primo ministro non aveva previsto che il colpo di stato giudiziario avrebbe minato uno dei sostegni  fondamentali  del regime di apartheid di Israele.

Di Nimrod Flaschenberg(1),  27 marzo 2023 https://www.972mag.com/israeli-economy-apartheid-coup/?utm_source=972+Magazine+Newsletter&utm_campaign=2d1a5b9399-EMAIL_CAMPAIGN_9_12_2022_11_20_COPY_01&utm_medium=email&utm_term=0_f1fe821d25-2d1a5b9399-318938889

[….]In tutti gli anni in cui è stato primo ministro di Israele, il risultato più significativo di Benjamin Netanyahu è stato quello di far apparire l'occupazione indolore, o almeno senza costi. Sotto il suo premierato, l'economia israeliana è cresciuta, in gran parte grazie al fiorente settore dell'alta tecnologia. Lo Stato ha migliorato e ampliato le sue relazioni diplomatiche, aprendo nuovi mercati per l'esportazione di software e sicurezza informatica, sviluppando legami di sicurezza con partner regionali e rendendo la sua tecnologia militare appetibile per molti Paesi del mondo.

Il modello economico israeliano dai primi anni 2000 è stato definito dallo storico economico Arie Krampf come neoliberismo isolazionista. Questo è il progetto di Netanyahu: un'economia orientata all'esportazione volta a costruire una resilienza geopolitica attraverso una strategia di commercio diversificato, un basso rapporto debito/PIL e grandi riserve di valuta estera. Questo modello richiede anche una deregolamentazione aggressiva e tagli alla spesa sociale, che hanno portato a una disuguaglianza sconcertante e a una povertà crescente. Il sistema di welfare si è sgretolato, ma gli investimenti stranieri sono aumentati; le nuove ricchezze di Israele non sono state divise equamente, ma l'élite economica era soddisfatta.

Attraverso questo modello, Israele potè diversificare i suoi rischi e i suoi interessi economici nel mondo e diminuire in qualche modo la sua dipendenza dagli Stati Uniti. Le relazioni di Netanyahu con leader mondiali come Vladimir Putin e Narendra Modi si sono basate non solo sulla sua simpatia per i nazionalisti aggressivi che la pensano allo stesso modo, ma su una strategia di riequilibrio della posizione di Israele nella sfera globale, rendendolo un partner commerciale e militare ambito.

Sebbene la campagna internazionale per la liberazione della Palestina abbia avuto un impatto sull'opinione pubblica mondiale, non è stata in grado di costituire una vera sfida a questo modello economico. Il movimento BDS ha fallito in larga misura nell’obiettivo di aumentare il costo economico e diplomatico del governo e della popolazione israeliana per il mantenimento e il consolidamento dell'occupazione, diventando invece una giustificazione alla delegittimazione delle voci pro-palestinesi da parte di organizzazioni hasbara (propaganda israeliana, NdR) ben finanziate.

L'Autorità Palestinese, da parte sua, non ha promosso misure economiche contro Israele a causa della dipendenza della Cisgiordania dall'economia israeliana e del dominio esercitato dall'occupazione militare di Israele. Così, mentre i governi israeliani si sono mossi a destra per decenni, approfondendo l'occupazione e consolidando un regime di apartheid, lo Stato non è stato danneggiato economicamente e la sua posizione diplomatica si è solo rafforzata.

Come il movimento di protesta sta mettendo in ginocchio Netanyahu     Ironia della sorte, ciò che la campagna BDS ha finora mancato di ottenere viene ora conseguito dagli ebrei israeliani: le élite che si stanno rapidamente radicalizzando nel loro scontro contro il tentativo di revisione legale del governo israeliano. Gli inevitabili impatti economici della revisione minacciano il modello neoliberale isolazionista, che da tempo si basa su una forte industria di esportazione e sull'impunità internazionale. Netanyahu è riuscito a rinvigorire l'economia israeliana contro le pressioni esterne, ma nemmeno lui è in grado di affrontare l'attuale conflitto interno.

Pericoli reali     Martedì 21/3, Shira Greenberg, capo economista del Ministero delle Finanze israeliano, ha presentato  un rapporto secondo il quale, se la riforma legale venisse approvata nella sua interezza, il PIL di Israele potrebbe diminuire fino a 270 miliardi di NIS nei prossimi cinque anni. Altre stime di funzionari dello stesso ministero, presentate al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich all'inizio di questa settimana, suggerivano una perdita annuale di 100 miliardi di NIS. Smotrich ha cercato di nascondere la verità dicendo che durante l'incontro erano state presentate sia le opportunità che i rischi, ma fonti del ministero lo hanno contraddetto, dichiarando a Calcalist(quotidiano economico tipo il nostro Sole-24 Ore): "Non è chiaro di quali opportunità stia parlando il ministro. Nell’incontro, all'interno della sala, c'era condivisione del fatto che queste iniziative potrebbero causare gravi danni all'economia israeliana".

Le istituzioni finanziarie internazionali hanno suonato per mesi un campanello d'allarme sulla riforma proposta. L'agenzia di rating Moody's ha avvertito che la revisione potrebbe impedire l'innalzamento del rating di Israele, indicando che i cambiamenti previsti "potrebbero anche comportare rischi a lungo termine per le prospettive economiche di Israele, in particolare per l'afflusso di capitali nell'importante settore dell'alta tecnologia". L'Economist, il principale quotidiano economico del mondo e barometro delle posizioni dell'élite economica internazionale, ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo: "Bibi distruggerà Israele?". C'è una opinione internazionale emergente sul fatto che il nuovo governo potrebbe alterare significativamente la traiettoria del capitalismo israeliano.

L'ipotesi di fondo del Ministero delle Finanze israeliano, di Moody's e dell'Economist è che gli Stati non democratici siano considerati negativamente dal punto di vista degli affari. Questo, tuttavia, è un mito liberale: molti Paesi non democratici sono enormi centri d'affari. I migliori esempi sono i nuovi alleati di Israele nel Golfo; sotto molti aspetti, l'autoritarismo può essere utile al capitalismo.

Inoltre, Israele stesso non può essere attualmente definito una democrazia, poiché tiene milioni di persone sotto controllo militare, negando loro i diritti fondamentali. Ma gli investitori non hanno mai mostrato di avere un vero problema con l'occupazione. La prevista flessione economica, quindi, non sarà una semplice reazione alla riduzione dello spazio democratico in Israele, ma piuttosto il risultato di una profonda lotta sociale interna a Israele che proietta il rischio economico agli osservatori esterni.

La dinamica del panico degli ultimi mesi è una profezia che si autoavvera. Molti membri dell'élite israeliana sono in assetto di combattimento, e a guidarli è il settore dell'alta tecnologia. I lavoratori del settore tecnologico, dai manager ai tecnici, fino agli investitori, sono profondamente coinvolti nelle proteste contro il governo. Parlano della fine della democrazia israeliana e sono disposti a fare di tutto per fermare i piani del governo.

Allo stesso tempo, stanno coprendo i loro rischi personali prendendo in considerazione destinazioni di migrazione o spostando i loro soldi all'estero. Notizie recenti indicano un esodo di aziende high-tech verso la Grecia, Cipro o l'Albania, dove 80 aziende tecnologiche israeliane hanno tenuto una riunione la scorsa settimana per esaminare un potenziale trasferimento. I ricchi lavoratori dell'high-tech stanno acquistando proprietà in Portogallo, temendo che la riforma vada in porto. Questi preparativi interni trasmettono al sistema finanziario internazionale il messaggio che la crisi è reale e che Israele non è una scommessa sicura.   Gli investitori capitalisti non hanno necessariamente bisogno di democrazia. Hanno bisogno di stabilità e prevedibilità, beni che in Israele attualmente scarseggiano.

È anche l'occupazione     La revisione legale prevista fa parte di un più ampio spostamento verso il dominio dell'estrema destra nella politica israeliana. Tra le altre cose, la riforma è progettata per legalizzare l'annessione della Cisgiordania e consentire l'ulteriore persecuzione dei cittadini palestinesi, così come degli israeliani di sinistra. Una strategia politica più calcolata per il governo di Netanyahu sarebbe stata quella di raffreddare il più possibile la questione palestinese mentre avanzava il piano legale. Separando le questioni di democrazia "interna" israeliana dalla questione palestinese, forse sarebbe stato più facile respingere il movimento di protesta e le pressioni internazionali.

Ma i membri della coalizione di Netanyahu si rifiutano di scindere queste questioni - stanno mettendo in chiaro che la loro principale preoccupazione nel portare avanti la riforma è quella di punire i palestinesi in modo più brutale, lamentando il fatto che la Corte Suprema renda troppo difficile demolire le case o deportare i palestinesi. I discorsi razzisti pronunciati ogni giorno dai ministri del governo, l'intensificazione della violenza di Stato in Cisgiordania, che ha ucciso circa 80 palestinesi dall'inizio dell'anno, e il pogrom dei coloni a Huwara, elogiato dai ministri del governo, sono tutti segnali di un governo di fanatici, determinati a incendiare la regione. Questo, a sua volta, sminuisce la reputazione di Netanyahu come efficace leader neoliberale orientato agli affari. Non ha il controllo e le forze destabilizzanti su tutti i fronti - economico, sociale e militare - sembrano inarrestabili.

Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir rilascia una dichiarazione il primo venerdì di Ramadan, al Muro occidentale, Gerusalemme, 24 marzo 2023. (Yonatan Sindel/Flash90)

Sembra che le proteste interne e le pressioni internazionali siano riuscite a congelare, anche se solo temporaneamente, l'ondata di leggi di revisione giudiziaria. Secondo molti analisti economici, però, gran parte del danno è già stato fatto. L'instabilità degli ultimi mesi e l'estremismo del governo hanno già spaventato molti investitori e considerato l'economia israeliana rischiosa. Anche se la riforma venisse bloccata, Israele sarebbe destinato a una significativa recessione economica.

In pratica, stiamo assistendo alla frattura dell'alleanza egemonica tra il neoliberismo alla Netanyahu e il capitale israeliano. Per anni, il progetto del neoliberismo isolazionista di Netanyahu si è basato sul fatto che Israele fosse un investimento troppo vantaggioso per essere perso. La potenza economica e strategica di Israele avrebbe dovuto contrastare la pressione internazionale contro gli insediamenti e a favore di una soluzione a due Stati. Il capitale internazionale che ha permesso all'economia israeliana di prosperare è stato, quindi, un elemento centrale della lotta politica contro la causa palestinese - e per molto tempo ci è riuscito.

Se l'economia dovesse subire una grave flessione, ciò potrebbe avere ripercussioni sull'apartheid israeliana. Con il caos sociale ed economico che ne consegue, potremmo assistere alla formazione delle prime crepe nell'impunità di Israele sulla scena mondiale.

(1)Nimrod Flaschenberg è stato consigliere parlamentare per il partito Hadash (sinistra). Attualmente conduce studi storici a Berlino

(Trad. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese)