Mediorientale - Internazionale
Tra i principali giornali israeliani l’unico a condannare il governo e a prendere sul serio le accuse della corte è Haaretz, che è sempre stato critico nei confronti dell’esecutivo di estrema destra di Netanyahu e nel corso dei mesi ha preso sempre più le distanze dalle azioni dell’esercito israeliano a Gaza, arrivando a denunciare una “pulizia etnica” nel nord del territorio palestinese. Nel suo editoriale del 22 novembre ha parlato del “punto più basso mai raggiunto dal paese a livello morale”. Il quotidiano progressista accusa il governo e l’opinione pubblica, con il sostegno della maggior parte di giornali e tv, di essere “indifferenti e insensibili” di fronte alle “azioni terrificanti” dell’esercito. Invece d’interrogarsi sulla moralità della guerra in corso a Gaza, “sperano che Trump consentirà a Israele di continuare, se non intensificare, le azioni che la Corte penale internazionale definisce crimini contro l’umanità”.
Ma a Netanyahu non piace essere contraddetto. E così il 24 novembre il consiglio dei ministri israeliano ha approvato una proposta che impone a qualsiasi ente finanziato dal governo di astenersi dal comunicare con Haaretz o dal pubblicare annunci pubblicitari sul giornale. Inoltre ha imposto la privatizzazione del canale tv pubblico Kan. Nell’editoriale di ieri, Haaretz denuncia una “nuova campagna per distruggere la stampa libera, una pericolosa nuova fase nel piano di Netanyahu per distruggere la democrazia israeliana e sostituirla con un regime autoritario guidato da lui stesso”.
Il governo ha giustificato la decisione facendo riferimento ai “molti editoriali che hanno danneggiato la legittimità dello stato di Israele e il suo diritto all’autodifesa”. E il pretesto, spiega Haaretz, sono state le dichiarazioni fatte dall’editore del giornale, Amos Schocken, durante una conferenza a Londra il 27 ottobre. In quell’occasione Schocken aveva detto che “Netanyahu non si preoccupa di imporre un crudele regime di apartheid alla popolazione palestinese. Per difendere gli insediamenti e combattere i combattenti per la libertà palestinesi, che Israele chiama terroristi, non tiene conto dei costi sostenuti da entrambe le parti”. Schocken aveva poi precisato che parlando di “combattenti per la libertà” non si riferiva ad Hamas. Haaretz avverte che il tentativo del governo israeliano d’imbavagliare i mezzi d’informazione non si fermerà qui: “Questo è esattamente il modo in cui i leader che condividono la dottrina di Netanyahu – il presidente russo Vladimir Putin, quello turco Recep Tayyip Erdoğan e l’ungherese Viktor Orbán – hanno trasformato i mezzi d’informazione del loro paese nella propaganda del governo”.