Il 4 dicembre Amnesty International presenta il nuovo rapporto del gruppo che denuncia il genocidio da parte di Israele a Gaza. Foto di Pierre Crom/Getty Images
Di Daniil Brodsky, 10 dicembre 2024 https://forward.com/opinion/681370/why-i-resigned-as-chairman-of-amnesty-israel/?utm_source=The+Forward+Association&utm_campaign=aeb9abfe89-AfternoonEditionNL_%2A%7CDATE%3AYmd%7C%2A_COPY_01&utm_medium=email&utm_term=0_-878b15fee9-288525375
Dopo che Amnesty International ha pubblicato un rapporto giovedì scorso definendo la guerra a Gaza un genocidio, la filiale israeliana di Amnesty ha rapidamente rilasciato una dichiarazione affermando che la maggior parte dei suoi membri non crede che si sia verificato un genocidio. Alcuni in Amnesty Israel hanno affermato che il rapporto era di parte, giungendo ad una conclusione già scontata. Altri sono andati oltre, sostenendo che il movimento internazionale ha abbandonato il suo impegno per l'equilibio dei giudizi. Ma anche prima che il rapporto uscisse, una settimana prima, per essere precisi, mi sono dimesso dalla mia posizione di presidente del consiglio di amministrazione di Amnesty Israel. Non mi sono dimesso a causa dell'imminente controversia sulle conclusioni del rapporto di Amnesty International. Mi sono dimesso perché non potevo più presiedere una sezione che non trattava i palestinesi come partner alla pari, e non potevo firmare una critica al rapporto di Amnesty International che finge di essere un’opinione di minoranza di esperti, ma che in realtà è poco più che l’espressione di una visione del mondo ebraico-israeliana, con l’esclusione delle voci palestinesi.
Cominciamo con il rapporto di Amnesty International stesso. È stato redatto da un gruppo eterogeneo di esperti legali ed è stato rivisto più volte per aderire a standard di prova più rigorosi. È ben lungi dall'essere il primo rapporto redatto da esperti legali che giunge alla conclusione che si è verificato un genocidio, ed è di gran lunga l'analisi legale più approfondita sulla questione. Che si sia d'accordo o meno con le conclusioni del rapporto, la critica dovrebbe essere del tipo che è stato condizionato d aun finanziamento esterno. La posizione di Amnesty Israel sul rapporto è stata redatta da due membri dello staff ebrei israeliani che non sono giuristi, con assistenza esterna di esperti legali israeliani. Ciò che mancava ad Amnesty Israel in termini di competenza legale avrebbe potuto forse ottenerlo utilizzando una ampia diversità di punti di vista, dal momento che personale e membri del consiglio palestinesi avrebbero potuto lavorare insieme a quelli ebrei israeliani per scrivere qualcosa di veramente unico su questo tema e contribuire con una ottica che sarebbe stato difficile avere da parte di esperti esterni. Ma invece, nessun palestinese ha potuto dare alcun contributo all'analisi di Amnesty Israel sul rapporto sul genocidio.
Questo non perché non ci fossero palestinesi presenti. Amnesty Israel aveva personale e membri del consiglio di amministrazione palestinesi qualificati pronti a dare il loro contributo. Ma la questione non è che i palestinesi di Amnesty Israel non avessero competenze legali, dopotutto neanche il personale israeliano ne ha. È perché, come hanno sottolineato le attiviste e studiose palestinesi Haneen Maikey e Lana Tatour, il modo di procedere nelle organizzazioni progressiste israeliane è che i palestinesi possono fornire manodopera, traduzione, esperienza vissuta e traumi per alimentare l'analisi degli ebrei israeliani, ma non possono essere partner alla pari che possono fare l'analisi fianco a fianco e stabilire insieme le priorità. Amnesty Israel si trova nella scomoda posizione di non essere né una fonte di competenza legale, né di fornire una prospettiva diversificata sui diritti umani di israeliani e palestinesi. È solo un altro posto in cui gli ebrei israeliani possono esprimersi. Quando sono diventato presidente di Amnesty Israel nel gennaio 2024, non c'erano palestinesi nel consiglio di amministrazione o in posizioni dirigenziali nello staff. A titolo di paragone, questo è uno standard inferiore a quello riscontrato nella pubblica amministrazione israeliana e nelle società di proprietà del governo, che sono, secondo le linee guida del procuratore generale, almeno obbligate ad avere una rappresentanza adeguata di arabi "in tutti i ranghi e professioni, in ogni ufficio e unità ausiliaria", incluso il consiglio di amministrazione. Ho insistito sulla rappresentanza palestinese nei ruoli dirigenziali, ma non è cambiato nulla. I membri della dirigenza e del consiglio erano riluttanti a fare i necessari aggiustamenti strutturali. Alcuni delle staff mi hanno detto che c'era una regola secondo cui membri del personale palestinese devono essere consultati su questioni relative ai palestinesi, aspetto che Amnesty Israel ha evidenziato di recente nella sua difesa. Tuttavia, lo staff mi ha anche informato che frequenti discussioni derivavano dalla mancata applicazione di questa regola, e certamente non è stata applicata all'analisi di Amnesty Israel per la sua posizione sul rapporto sul genocidio. Ironicamente, questo schema di difesa citando una regola che non viene applicata rispecchia l'approccio dell'IDF, quando prometteva "un inasprimento delle normative" dopo una violazione dei diritti umani, a cui non seguivano fatti. Due membri palestinesi sono entrati nel consiglio durante il mio mandato ma si sono dimessi poco dopo che a uno di loro è stato detto in una riunione che le sue opinioni erano la prova di una mancanza di esperienza e quindi non era adatta a far parte del consiglio. Inoltre, l’amministrazione ha ripetutamente ignorato le sue suppliche di includere le voci palestinesi nelle decisioni ufficiali. Un membro del consiglio prima del mio arrivo ha sottolineato in un tweet che Amnesty Israel sembra incapace di includere i palestinesi. Devo sottolineare qui che non ho intenzione di diffamare nessuno e rispetto profondamente e ho a cuore molti dei miei colleghi di Amnesty Israel. Ma quando l'ingiustizia persiste, sia attraverso l'applicazione diretta, l'indifferenza o l'inerzia, restare in silenzio non farà altro che mantenerla in vigore. Trattare i palestinesi, o qualsiasi altro gruppo, come pedine, timbri di gomma o semplicemente manodopera invece che come partner paritari e decisori di un programma è inaccettabile, soprattutto in uno spazio progressista. Il desiderio di alcuni israeliani di esprimere posizioni sui diritti umani che non siano influenzate dalle esperienze di coloro che effettivamente subiscono tali violazioni dei diritti umani replica il modo in cui Israele si comporta in altre situazioni all'interno del mondo degli attivisti per i diritti umani. Se vogliamo vincere la lotta per una pace basata sui diritti umani, sulla giustizia e sull'uguaglianza, dobbiamo superare questa mentalità. Se ti stai battendo per i palestinesi, ma li escludi come pari al tavolo, trova un'altra causa.
Daniil Brodsky è commentatore politico a Gerusalemme ed ex presidente di Amnesty Israel.
Traduz. a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese