“Non dimenticheremo”: i palestinesi commemorano i 44 anni dal massacro di Sabra e Shatila

Mercoledì, alcune organizzazioni palestinesi hanno indetto un raduno a Shatila per commemorare i 44 anni dal massacro dei profughi avvenuto in quella località nel 1982.

The Palestine Chronicle, 17.09.2026

 

Punti chiave

  • Le fazioni palestinesi, i comitati popolari e le istituzioni civili hanno indetto un raduno a Shatila per commemorare il 44° anniversario del massacro.
  • Dal 16 al 18 settembre 1982, miliziani libanesi sostenuti da Israele massacrarono rifugiati palestinesi e civili libanesi a Sabra e Shatila.
  • I movimenti di resistenza palestinesi hanno affermato che decenni di impunità hanno contribuito a rendere possibili i crimini commessi oggi a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

«Non dimenticheremo»

Le fazioni palestinesi, i comitati popolari e le istituzioni civili di Shatila hanno invitato i residenti a radunarsi all’interno del campo profughi mercoledì per commemorare il 44° anniversario del massacro di Sabra e Shatila.

«Non dimenticheremo e non perdoneremo. I loro nomi rimarranno nella nostra memoria», hanno scritto gli organizzatori in un volantino che annunciava il raduno.

«Riuniamoci in occasione di questo doloroso anniversario e rinnoviamo il nostro impegno a portare avanti la causa palestinese nei nostri cuori e nelle nostre coscienze», aggiungeva il volantino.

Si prevedeva che fazioni palestinesi, comitati popolari e organizzazioni della società civile partecipassero alla commemorazione presso il campo in cui, nel settembre 1982, furono massacrati migliaia di rifugiati palestinesi e civili libanesi.

Il movimento di resistenza palestinese Hamas ha definito Sabra e Shatila «uno dei crimini più atroci commessi dall’occupazione israeliana e dai suoi agenti contro il popolo palestinese».

Il movimento si è impegnato a proseguire gli sforzi per perseguire i responsabili dei massacri e del genocidio contro i palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata e in Libano.

Oggi ricorre il 44° anniversario del massacro di Sabra e Shatila, avvenuto dal 16 al 18 settembre 1982.
Il video mostra quel massacro durato tre giorni che ha causato la morte di 3.500 civili palestinesi in Libano.
Israele costrinse quei palestinesi a trasferirsi in Libano e ad abbandonare la loro terra, per poi seguirli e ucciderli... pic.twitter.com/tYb8bz4tIj
— Saif Maher (@SaifMaher421388) 16 settembre 2026

Il movimento della Jihad Islamica Palestinese ha inoltre affermato che la mancata assunzione di responsabilità da parte dei colpevoli ha avuto conseguenze che vanno ben oltre il 1982.

Il «silenzio e l’incapacità del mondo» di perseguire i responsabili, nonostante le numerose prove e le testimonianze documentate, hanno incoraggiato «l’emergere di nuovi criminali all’interno dell’entità occupante oggi», ha affermato il movimento.

Ha sottolineato i continui attacchi di Israele contro i palestinesi e altri popoli della regione, in particolare a Gaza, nella Cisgiordania occupata, in Libano e in Siria.

Il movimento ha inoltre accusato la comunità internazionale di non aver protetto i campi dopo la partenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina da Beirut, lasciando i loro residenti in balia delle forze che hanno compiuto il massacro.

I nomi dietro i numeri

Sono trascorsi quarantaquattro anni da quando Sabra e Shatila sono diventati sinonimo di uno dei capitoli più bui della storia dei rifugiati palestinesi in Libano.

Per le famiglie sopravvissute al massacro, e per le generazioni nate molto tempo dopo, il 16 settembre rimane un giorno di commemorazione, lutto e domande senza risposta.

Il 16 settembre 1982, diverse migliaia di palestinesi nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila in Libano furono brutalmente massacrati dalle milizie delle Falangi libanesi su richiesta dell’esercito israeliano, che aveva assediato e bombardato la zona per giorni.

Lavorando a stretto contatto con i miliziani libanesi, l’esercito israeliano consentì loro l’accesso ai campi. Pur sapendo che all’interno venivano massacrati dei civili, l’esercito israeliano impedì ai palestinesi di fuggire.

Il massacro causò la morte di almeno 3.000 rifugiati palestinesi.

Nei tre giorni di uccisioni senza sosta, l’esercito israeliano ha continuato l’assedio e ha impedito l’ingresso agli operatori umanitari internazionali e ai giornalisti.

Di notte, i soldati israeliani lanciavano razzi illuminanti per illuminare il cielo, consentendo ai miliziani di muoversi attraverso gli stretti vicoli dei campi. Il massacro proseguì dal 16 al 18 settembre.

Al termine del massacro, i bulldozer israeliani iniziarono a scavare fosse comuni, in un evidente tentativo di nascondere la portata del crimine.

Nel 1983, la Commissione Kahan israeliana stabilì che Ariel Sharon, all’epoca ministro della Difesa israeliano, recava “responsabilità personale” per il massacro di civili palestinesi e libanesi.

 

Un campo circondato

Il massacro di Sabra e Shatila fu una conseguenza diretta della violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e dell’impunità concessa a Israele dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale nel Libano occupato.

In base a un accordo mediato a livello internazionale, i combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si ritirarono dalla capitale libanese. La loro partenza lasciò i rifugiati palestinesi a Beirut senza la protezione della presenza armata palestinese che vi era precedentemente presente.

Il 14 settembre, il presidente libanese eletto e leader falangista Bashir Gemayel fu assassinato in un attentato.

Il giorno seguente, le forze israeliane entrarono a Beirut Ovest, violando gli accordi che regolavano il ritiro dell’OLP, e stabilirono il controllo sull’area circostante il quartiere di Sabra e l’adiacente campo profughi di Shatila.

La sera del 16 settembre, membri armati delle Falangi libanesi e delle forze alleate entrarono nell’area con l’autorizzazione israeliana.

Nei tre giorni successivi, i miliziani si mossero tra le case e le stradine, uccidendo civili palestinesi e libanesi, tra cui donne, bambini e anziani.

Le truppe israeliane mantennero il controllo del perimetro e dei punti di accesso mentre le uccisioni continuavano. Le forze israeliane inoltre occupavano postazioni di osservazione che dominavano l’area e lanciavanorazzi illuminanti durante la notte. I residenti erano intrappolati all’interno.

Le testimonianze raccolte dopo il massacro hanno documentato esecuzioni sommarie, rapimenti, violenze sessuali e la scomparsa di un numero imprecisato di vittime.

Quando giornalisti e operatori umanitari sono entrati nella zona dopo il ritiro dei miliziani, hanno trovato cadaveri nelle case, nei vicoli e sotto le macerie degli edifici.

Il massacro suscitò indignazione internazionale e proteste di massa all’interno di Israele, costringendo il governo israeliano a istituire una commissione d’inchiesta.

Nel dicembre 1982, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che descriveva il massacro come un «atto di genocidio».

Tuttavia, non seguì alcun processo significativo di assunzione di responsabilità.

Quarantaquattro anni dopo, i palestinesi continuano a commemorare le vittime, mentre affrontano le conseguenze di quell’impunità a Gaza, nella Cisgiordania occupata e in Libano.

(Fonti: PC, media palestinesi)

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze