I fatti compiuti

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I fatti compiuti

 

Di Noam Chomsky
3 ottobre 2014
Il 26 agosto, Israele e l’Autorità Palestinese hanno entrambi accettato un accordo per il cessate il fuoco, dopo un assalto di 50 giorni a Gaza, che ha provocato la morte di 2.100 palestinesi e ha lasciato vasti panorami di distruzione.
L’accordo chiede una fine dell’azione militare da parte di Israele e di Hamas e anche un allentamento dell’assedio israeliano che ha strangolato Gaza per molti anni.
Tuttavia questo è il più recente di una serie di accordi pe il cessate il fuoco raggiunti dopo ognuna delle periodiche escalation di Israele nel suo incessante assalto a Gaza.
Fin dal novembre 2005 i termini di questi accordi sono rimasti essenzialmente gli stessi. Lo schema regolare è che Israele non osservi qualsiasi accordo sia deciso, mentre Hamas lo osserva – come ha ammesso Israele – fino a quando un brusco aumento della violenza da parte di Israele provoca una reazione di Hamas, seguita da brutalità ancora più feroce.
Queste escalation si chiamano “tagliare l’erba del prato” nel gergo di Israele. Quella più recente è stata descritta in modo ancora più preciso come “rimuovere lo strato superficiale di terra” da un anziano ufficiale militare statunitense, citato sul canale televisivo Al-Jazeera America.
Il primo di questa serie di accordi è stato l’Accordo sul Movimento e l’Accesso, raggiunto tra Israele e l’Autorità Palestinese nel novembre 2005.
Chiedeva l’attraversamento tra Gaza e l’Egitto a Rafah per l’esportazione di merci e per il transito di persone; la riduzione di ostacoli agli spostamenti all’interno della Cisgiordania; il passaggio di autobus e di convogli di camion tra la Cisgiordania e Gaza; la costruzione di un porto marittimo a Gaza, e la riapertura dell’aeroporto di Gaza, che i bombardamenti di Israele avevano distrutto.
Quell’accordo è stato raggiunto poco dopo che Israele aveva ritirato i suoi coloni e le forze militari da Gaza. Il motivo del ritiro è stato spiegato da Dov Weisglass, un confidente dell’allora presidente Ariel Sharon, che aveva l’incarico di negoziarlo e attuarlo.
“Il significato del piano di ritiro è congelare il processo di pace,” ha detto Weisglass ad Haaretz. “ E quando si congela quel processo, si impedisce la creazione di uno stato palestinese, si impedisce la discussione sui profughi, i confini, e Gerusalemme. In effetti questo intero “pacchetto” che si chiama lo stato palestinese, con tutto quello che comporta, è stato tolto indefinitamente dalla nostra agenda. E tutto con autorità e permesso. Tutto con la benedizione presidenziale [degli Stati Uniti] e la ratifica di entrambe le camere del Congresso.”
“Il ritiro è in realtà come la naftalina,” ha aggiunto Weisglass. “Fornisce la quantità di naftalina che è necessaria, in modo che non ci sarà un processo politico con i palestinesi.”
Questo schema è continuato fino a oggi: con l’Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009, fino al quella denominata Pilastro della Difesa nel 2012, e fino a quella di questa estate, Margine Protettivo, che è stato finora l’attuazione più estrema della pratica di “tagliare l’erba del prato”.
Per più di 20 anni, Israele si è impegnata a separare Gaza dalla Cisgiordania violando gli Accordi di Oslo che aveva firmato nel 1993, che dichiarano che Gaza e la Cisgiordania sono un’ unità territoriale inseparabile.
Uno sguardo alla carta geografica ne spiega la ragione fondamentale. Separate da Gaza, tutte le enclave lasciate ai palestinesi, non hanno accesso al mondo esterno. Sono compresse da due potenze ostili: Israele e la Giordania, entrambi stretti alleati degli Stati Uniti – e contrariamente alle illusioni, gli Stati Uniti son ben lontani dall’essere un “onesto mediatore” neutrale.
Inoltre, Israele si è sistematicamente impossessato della Valle del Giordano, cacciando via i palestinesi, creandovi degli insediamenti, scavando pozzi, e comunque assicurando che la regione – circa un terzo della Cisgiordania, dove c’è gran parte della sua terra arabile- sarà infine integrata in Israele insieme ad altre regioni che vengono acquisite.
I rimanenti distretti palestinesi saranno completamente imprigionati. L’unificazione con Gaza interferirebbe con questi piani che risalgono ai primi giorni dell’occupazione e che hanno avuto appoggio continuo dai maggiori blocchi politici israeliani.
Israele potrebbe pensare che la sua acquisizione di territorio palestinese in Cisgiordania finora è andata così avanti che c’è poco da temere da qualche limitata forma di autonomia per le enclave che rimangono ai palestinesi.
C’è anche una certa verità nell’osservazione del primo ministro Benjamin Netanyahu: molti elementi nella regione comprendono oggi che, nella lotta in cui sono minacciati, Israele non è un nemico, ma un socio.” Presumibilmente alludeva all’Arabia Saudita e agli Emirati del Golfo.
Il principale corrispondente di Israele nel campo della diplomazia, Akiva Eldar, aggiunge, tuttavia, che anche “tutti quei ‘molti elementi nella regione’ comprendono che non c’è alcuna mossa diplomatica coraggiosa e inclusiva all’orizzonte senza un accordo sulla creazione di uno stato palestinese basato sui confini del1967, e una giusta soluzione concordata per il problema dei profughi.”
Questo non è nel programma di Israele, fa notare Eldar, e di fatto è in conflitto diretto con il programma elettorale del 1999 della coalizione Likud al governo, mai annullato, che “rifiuta assolutamente la creazione di uno stato arabo palestinese a ovest del fiume Giordano.”
Alcuni esperti commentatori israeliani, specialmente l’opinionista Danny Rubinstein, crede che Israele sia a invertire il suo corso e ad allentare il suo controllo soffcante su Gaza.
Vedremo.
Le testimonianze di questi anni passati lasciano intendere altro e i primi segni non sono di buon auspicio. Quando è finita l’Operazione Margine Protettivo, Israele ha annunciato la sua più grande appropriazione di terra in Cisgiordania fatta in 30 anni, quasi 1.000 acri (circa 400 ettari).
Si sostiene comunemente da tutte le parti che, se l’accordo per i due stati è morto come conseguenza dell’acquisizione da parte di Israele delle terre palestinesi, allora il risultato sarà un solo stato a ovest del fiume Giordano.
Alcuni palestinesi accettano questo esito, prevedendo che possono impegnarsi in una lotta per uguali diritti sul modello della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Molti commentatori israeliani avvertono che il conseguente “problema demografico” di più nascite arabe che israeliane e la diminuita immigrazione ebraica indebolirà la loro speranza di uno “stato ebraico democratico.”
Ma queste diffuse convinzioni sono discutibili.
L’alternativa realistica a un accordo per i due stati, è che Israele continuerà a portare avanti i piani che è andata attuando da anni: acquisire qualunque cosa sia di valore per sé in Cisgiordania, evitando allo stesso tempo concentrazioni di popolazione palestinese e rimuovendo i palestinesi dalle zone che sta occupando. Questo dovrebbe evitare il temuto “problema demografico.”
Le aree che si stanno acquisendo comprendono una Grande Gerusalemme che si estesa ampiamente, l’area all’interno del muro della separazione, corridoi che solcano le regioni a est e probabilmente la valle del Giordano.
E’ probabile che Gaza rimanga sotto il suo solito brutale assedio, separata dalla Cisgiordania. E le Alture del Golan in Siria – come Gerusalemme annesse in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza – diventeranno tranquillamente parte della Israele più Grande. Nel frattempo, i palestinesi della Cisgiordania verranno messi in distretti che non saranno fattibili, con speciali alloggi per le elite nello stile neo-coloniale standardizzato.
Per un secolo, la colonizzazione sionista della Palestina è proceduta principalmente in base al principio pragmatico della tranquilla creazione dei fatti compiuti, che fondamentalmente il mondo doveva finire per accettare. E’ stata una politica che è riuscita molto bene. Ci sono tutte le ragioni di aspettarsi che continui fino a quando gli Stati Uniti forniranno il necessario appoggio militare, economico, diplomatico e ideologico.
Per coloro che sono interessati ai diritti di palestinesi trattati in modo brutale, non può esserci una probabilità maggiore che operare per cambiare le politiche degli Stati Uniti, un sogno non affatto fine a se stesso.
Il libro più recente di Noam Chomsky è: Power Systems: Conversations on Global Democratic Uprisings and the New Challenges to U.S. Empire. Interviews with David Barsamian [ Sistemi di potere: conversazioni sulle insurrezioni democratiche nel mondo e le nuove sfide all’impero statunitense. Interviste con David Barsamian]. E’ stato pubblicato nel 2013 in Italia dalla Casa editrice Ponte alle Grazie, con il titolo: Sistemi di potere. Conversazioni sulle nuove sfide globali.
Chomsky è professore emerito di Linguistica and Filosofia al Massachusetts Institute of Technology, a Cambridge.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/facts-on-the-ground
Originale: Truthout
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0