Eman Mohammed doveva partecipare come giurata al Word Press Photo ma il suo avvocato le ha detto che se avesse lasciato Washington non sarebbe rientrata
di Serena Danna
Corriere della Sera, 31.01.2017
Eman Mohammed, 29 anni, avrebbe dovuto partecipare in qualità di esperta alla giuria del più importante premio di fotogiornalismo, il Word Press Photo, in Olanda. Il giorno prima di partire insieme alle due figlie piccole, la fotoreporter palestinese, dal 2010 negli Stati Uniti (da quattro con un visto permanente), ha ricevuto un avvertimento dal suo avvocato: se fosse partita per Amsterdam, probabilmente non sarebbe rientrata in America a lungo. Peggio, lo scenario prospettato dal legale è che avrebbero fermato solo lei, trattenendole le figlie (cittadine americane grazie al papà) in qualche stanza dell’aereoporto in attesa dei servizi sociali. Il passaporto palestinese di Eman non rientra tra quelli a cui l’ ordine esecutivo di Trump ha vietato l’ingresso per 90 giorni, tuttavia la Palestina non è considerato un Paese dal governo americano, bensì un territorio occupato: una condizione troppo pericolosa nell’era Trump: «È come se una paura che ho sempre avuto stesse per realizzarsi», racconta Eman, nata in Arabia Saudita, cresciuta in Palestina, e diventata a 19 anni la prima e unica fotoreporter donna di base a Gaza. «Ma aver evitato il rischio oggi non mi fa sentire al sicuro», sottolinea.
«La paura così come l’impossibilità di tenere insieme il lavoro e la sicurezza della propria famiglia — racconta al “Corriere della Sera”— sono la normalità a Gaza, e in guerra», ma mai avrebbe pensato di provare la stessa angoscia a Washington D.C.: «Il mio timore, da sempre, è venire separata dalle mie figlie: era una sensazione quotidiana in Medio Oriente. Sono venuta in America per non provarla più, ma è proprio quello che sta succedendo». La salute di sua figlia minore è la ragione per cui Eman ha scelto gli Stati Uniti: «Quando aveva 1 anno e 3 mesi, durante un attacco a Gaza, è stata ferita da un bombardamento aereo, arrivando quasi alla morte – racconta -. Ho fatto richiesta di visto perché sentivo che le mie figlie sarebbero state più al sicuro qui che in Palestina ma la vita qui non è quella che speravo».
C’è molta amarezza nelle parole della fotografa: «Nelle zone di guerra capisci perché sei in pericolo, lo sai e te ne assumi la responsabilità. Sono abituata a vivere con un senso di insicurezza, speravo sarebbe andato via negli Stati Uniti ma non è così». Certo, i problemi non sono iniziati con Trump: «Gli immigrati sono comunque cittadini di serie b in questo Paese. Devo sempre spiegare ai controlli perché le mie figlie sono cittadine e io no, giustificare il mio passaporto palestinese in tutti i contesti». Ma di certo la sensazione di Eman è con la nuova amministrazione tutto potrebbe peggiorare: «Non so cosa fare, mi sono data sei mesi di tempo. Tornare in Palestina sarebbe troppo dura: ho sfidato troppi tabù per la mia cultura — sposare un americano, divorziare —. Mi sento una senzatetto internazionale, non so più dove sta la mia casa. Speravo potessero essere gli Usa ma non è così». La priorità per Eman resta una: «Non separarmi dalle mie figlie. La loro protezione, come la mia libertà l’ho conquistata»