Il mondo dell'arte sale sul palco per difendere un teatro palestinese

Dana Mills, +972 14 febbraio 2024, https://www.972mag.com/freedom-theatre-jenin-art-world-protests/

Nelle prime ore del 13 dicembre, le forze israeliane hanno fatto irruzione negli uffici del Freedom Theatre, un simbolo di espressione artistica di rilievo mondiale nella città occupata di Jenin, in Cisgiordania. I soldati hanno saccheggiato l’edificio, lo hanno deturpato con graffiti recanti simboli ebraici, e po hanno prelevato violentemente dalle loro case tre membri della comunità del teatro: il direttore artistico Ahmed Tobasi, il produttore Mustafa Sheta e un diplomato del programma di arti dello spettacolo del teatro, Jamal Abu Joas.  Jobasi è stato rilasciato il giorno successivo; Abu Joas una settimana dopo. Sheta, tuttavia, è stato condannato a sei mesi di detenzione amministrativa – una forma di arresto che consente a Israele di mettere chiunque ritenga un rischio per la sicurezza dietro le sbarre per un periodo indefinito, senza processo né capi di imputazione. Sheta, che si è unito a quasi 3.500 detenuti amministrativi palestinesi nelle carceri israeliane, ha potuto parlare con il suo avvocato solo per 10 minuti prima che l'avvocato a sua volta dovesse comparire in un processo militare a porte chiuse. Sebbene questo attacco avvenga nel contesto di una brutale repressione in tutta la Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza, rappresenta anche l’ultima escalation nella decennale persecuzione di Israele contro la sfera culturale palestinese in generale, e contro il Freedom Theatre di Jenin in particolare. Questa volta, tuttavia, l’aggressione di Israele non è rimasta incontrastata, e la risposta della comunità artistica internazionale in solidarietà con il teatro è stata senza precedenti.

Un attacco mirato alla cultura palestinese Fondato durante la Prima Intifada come Teatro di Pietra da Arna Mer-Khamis, l'esercito israeliano distrusse l'edificio originale del teatro durante l'assedio di Jenin durante la Seconda Intifada. Nel 2006, il figlio di Arna, Juliano, ha riaperto il teatro nella sua sede attuale – un centro culturale nel campo profughi di Jenin – con Zakaria Zubeidi. Tre anni dopo, un individuo sconosciuto lanciò bottiglie molotov contro l'edificio mentre era vuoto e nel 2011 un uomo armato mascherato uccise Juliano mentre usciva dal teatro. Il Freedom Theatre vede il proprio lavoro intrecciato con la lotta palestinese per la liberazione e rifiuta di ignorare decenni di apartheid, colonizzazione e occupazione militare israeliane. Offre uno spazio ai giovani in particolare per creare un immaginario politico diverso dalla loro realtà quotidiana, intriso com’è di disumanizzazione pervasiva, oppressione e violenza. Permette loro di coltivare una visione di uguaglianza e libertà e di metterla in pratica, rendendo tangibile ciò che immaginano. È, in breve, un luogo di resistenza, motivo per cui nel corso degli anni il teatro è stato un bersaglio così frequente degli attacchi israeliani.  Fin dalla sua nascita, il Freedom Theatre ha messo in scena oltre 25 spettacoli diversi offerti a decine di migliaia di persone a Jenin e oltre, anche attraverso tournée internazionali di successo. Il suo repertorio è apertamente politico ma con ampia visuale.

Tra le opere teatrali presentate nel teatro ci sono “La fattoria degli animali” di George Orwell, “Men in the Sun” di Ghassan Kanafani, “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, “The Caretaker” di Harold Pinter e opere originali come “Fragments of Palestine”. “Potere/veleno”, “Ritorno in Palestina”, “L’assedio” e “Nota suicida dalla Palestina”. Il teatro propone anche laboratori e attività didattiche per bambini.  Le opere sono così fortemente politiche in parte perché il teatro non può essere separato dall’ambiente violento circostante. Jenin è stata a lungo un luogo di oppressione israeliana, ma negli ultimi anni è arrivata ad essere oggetto di raid militari su base quasi settimanale. Dal 7 ottobre, questi raid si sono ulteriormente intensificati, con le forze israeliane che hanno ucciso 90 palestinesi nella sola Jenin negli ultimi quattro mesi.

Gli arresti di dicembre dei tre membri della comunità del Freedom Theatre sono quindi avvenuti in un duplice contesto: la violenza regolarmente inflitta a Jenin e l’assalto mirato alla cultura palestinese dall’inizio della guerra a Gaza – una campagna che ha compreso la distruzione di un luogo iconico quale la biblioteca principale di Gaza, l'edificio dell'Archivio Centrale e il Centro Culturale Storico Rashad al-Shawwa. Questi attacchi sono stati visti come forma del genocidio culturale: sforzi per cancellare la cultura, la lingua e gli aspetti religiosi dei palestinesi. Eppure l’evidnte obiettivo di Israele di mettere a tacere i critici culturali palestinesi gli si è ritorto contro. Mentre gran parte del mondo resta inorridito dalla brutalità di Israele nella conduzione della guerra a Gaza, l’effetto del suo ultimo attacco al Freedom Theatre è stato quello di elevare ancora più in alto il profilo internazionale del teatro. Dopo decenni di silenzio di fronte all’apartheid, all’occupazione e alla violenza quotidiana vissuta dai palestinesi, l’attenzione e l’opinione pubblica internazionale sembrano cambiare in modo decisivo.

In tutto il mondo, personaggi pubblici si esprimono contro l’aggressione israeliana, i campus universitari sono animati dai dibattiti sulla questione e le marce di solidarietà con Gaza stanno attirando un numero record di persone. C’è stato anche un cambiamento epocale nella comprensione a livello mondiale di come aspetti della vita palestinese siano soggetti a molestie di routine, disumanizzazione e una negazione strutturale dei diritti umani. Uno di questi aspetti, spesso trascurato ma di fondamentale importanza, è quello delle arti.

Solidarietà dal palco alle strade Sebbene le reti di solidarietà internazionale al Freedom Theatre si sia consolidata negli anni, quest’ultimo assalto al teatro – avvenuto nel contesto dell’aggressione genocida di Israele a Gaza – ha generato una risposta senza precedenti da parte della comunità artistica internazionale.Le lettere aperte di solidarietà hanno raccolto centinaia di firmatari da professionisti e organizzazioni del settore, prima tra tutte la statuninense PEN America.  A New York, i lavoratori del teatro e delle arti e dello spettacolo hanno organizzato il 19 dicembre una manifestazione immediata , in solidarietà con il Freedom Theatre e con la Palestina più in generale per protestare contro la detenzione dei membri del teatro. Gli interventi alla manifestazione hanno compreso brani letti da “The Revolution’s Promise” del Freedom Theatre. Altre azioni di solidarietà con il teatro si sono svolte in Francia, Scozia, Messico, Italia, Sud Africa, Belgio, Norvegia e Svezia. Nel Regno Unito, nel frattempo, più di 1.000 personalità di spicco del mondo del teatro, tra cui luminari come Caryl Churchill, Maxine Peake, Vicky Featherstone e Dominic Cooke, hanno chiesto il rilascio immediato di Sheta, Abu Joas e altri residenti di Jenin arrestati durante il raid israeliano del 13 dicembre.  In un’ondata internazionale di sostegno del Freedom Theatre, gli operatori culturali del Regno Unito si sono espressi contro il silenzio sulla Palestina all’interno della loro industria. Un nuovo collettivo chiamato Cultural Workers Against Genocide ha criticato le organizzazioni artistiche nel Regno Unito per la loro ipocrisia, sottolineando che “le espressioni di solidarietà prontamente offerte ad altri popoli soggetti a brutale oppressione non sono state estese ai palestinesi”.  Paul W. Flemming, segretario generale di Equity, il sindacato britannico delle arti dello spettacolo e dell’intrattenimento, ha detto a +972 che il sindacato aveva inviato fondi al Freedom Theatre in seguito all’attacco. “I membri si aspettano che il loro sindacato adotti in Palestina e Israele lo stesso criterio che abbiamo adottato in Ucraina e Russia: sostenere gli artisti e i sindacalisti affinché sopravvivano e combattano per la pace, la dignità e la libertà di espressione degli artisti, indipendentemente dalla loro nazionalità” ha detto.  Il 29 novembre, decine di lavoratori del settore culturale a Londra hanno organizzato uno sciopero a sostegno del Freedom Theatre, contro il silenzio delle istituzioni e delle organizzazioni culturali riguardo alla violenza in Palestina. Il giorno seguente, è stata pubblicata un’altra lettera aperta – firmata da esponenti di spicco del mondo dello spettacolo nel Regno Unito tra cui Olivia Coleman, Juliette Stevenson e Hassan Abdulrazzak – in cui si afferma: “Lungi dal sostenere le nostre richieste per la fine della violenza, molte istituzioni culturali nei paesi occidentali sstanno reprimendo, mettendo a tacere e stigmatizzando sistematicamente le voci e le istanze palestinesi”.

Solidarietà anche sul palco. Il 29 novembre, Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, il teatro Ashtar con sede a Ramallah ha invitato le compagnie teatrali di tutto il mondo a leggere ad alta voce i monologhi di Gaza. Messo in scena da 33 giovani nel 2010, dopo la prima guerra di Israele alla sulla Striscia succeduta al ritiro di coloni e soldati israeliani, lo spettacolo porta la voce dei giovani di Gaza nel mondo. Le parole scritte allora risuonano dolorosamente oggi: “Sogno di avere un giorno di sicurezza, sono sicuro che il mondo è troppo occupato per ricordare la nostra situazione; sono passati sei anni da quando abbiamo scritto i nostri monologhi e siamo ancora sotto assedio… Quando potremo vivere in pace come il resto del Mondo?” Compagnie di tutto il mondo hanno risposto all’appello dell’Ashtar Theatre, anche in diverse sedi negli Stati Uniti, in Sud Africa, in tutta l’Asia meridionale e nel Medio Oriente.

Queste campagne di solidarietà mostrano che esiste una crescente comprensione della responsabilità e dell’impegno dei produttori di teatro nei confronti dei loro compagni in Palestina, cosa questa particolarmente significativa nel momento in cui vi sono tentativi espliciti di mettere a tacere le voci palestinesi nel settore culturale. In ottobre, ad esempio, la Fiera del Libro di Francoforte ha annullato frettolosamente la cerimonia di premiazione di Adania Shibli semplicemente perché è palestinese. Reagire a quel fatto insieme alle campagne nel mondo del teatro, indica un percorso fondamentalmente nuovo per la comunità artistica.

Non si torna indietro   Mentre il mondo si stringe intorno alla causa palestinese, l’attacco al teatro e le campagne di solidarietà che ciò ha provocato sono indicative della la crudeltà che l’apartheid israeliano porta nella vita quotidiana dei palestinesi, ma anche il cambiamento nel modo in cui il mondo reagisce a questa forma di disumanizzazione. Due mesi dopo il raid al Freedom Theatre di Jenin, il suo produttore Mustafa Sheta è ancora in detenzione amministrativa. Ma è chiaro che la comunità artistica internazionale non sta tornando alle attività di spettacolo come al solito ma continuerà a lottare per la libertà palestinese. Le arti sono sempre state un potente meccanismo di sovversione e liberazione, ed è proprio per questo che Israele sta reprimendo la vita culturale palestinese.

Il 13 febbraio è stato annunciato che il Freedom Theatre è stato nominato per un premio Nobel per la pace. Il teatro ha risposto: “Il Freedom Theatre è un movimento artistico reso possibile dall’impegno effetto collettivo di migliaia di persone, che parte dal campo profughi di Jenin in Palestina e si diffonde in tutto il mondo”.

Oscar Wilde, il famoso drammaturgo irlandese, una volta scrisse: “Considero il teatro la più grande forma d’arte tra tutte le forme d’arte, il modo più immediato in cui un essere umano può condividere con un altro il senso di cosa significhi essere un essere umano.” Mentre gli attacchi di Israele contro i palestinesi raggiungono dimensioni sempre più estreme e raccapriccianti, coloro che amano il teatro e vi hanno dedicato la vita sembrano pronti a solidarizzare con il Freedom Theatre e a difendere l’umanità ovunque.

Dana Mills è una scrittrice, attivista, danzatrice e collaboratrice di +972/ Local Call. È autrice di Dance and Politics: Moving beyond Boundaries (2016), Rosa Luxemburg (2020) e Dance and Activism (2021). Il suo quarto libro, una raccolta di saggi su e contro la guerra, sarà in uscita nel 2024 con Five Leaves Press.

Traduzione a cura di Claudio Lombardi, Associazione di Amicizia Italo Palestinese