Middle East Monitor, 15 giugno 2025
Questa settimana, dieci cittadini indonesiani — tra cui celebrità come Wanda Hamidah, Zaskia Adya Mecca e Ratna Galih — sono atterrati al Cairo, non per un vertice politico, ma per unirsi alla Marcia Globale verso Gaza. Non portavano armi, né agende politiche, solo la ferma convinzione che l’umanità debba parlare dove il potere ha taciuto. Sono venuti per camminare.
Invece, sono stati sorvegliati. Monitorati. Di fatto detenuti. Secondo una dichiarazione pubblicata da Abdul Somad — un predicatore islamico molto rispettato in Indonesia — questi cittadini sono stati messi sotto stretta sorveglianza dalle autorità egiziane e non possono proseguire verso Rafah. Somad ha scritto su Instagram che i loro telefoni sono sotto controllo, i loro movimenti seguiti dalla polizia, e l’uso dei social media potrebbe metterli a rischio di arresto.
Queste azioni sollevano una domanda inquietante — a cui devono rispondere sia il governo indonesiano che quello egiziano: perché gli sforzi umanitari pacifici vengono trattati come cospirazioni criminali?
La Marcia Globale verso Gaza non è una trovata politica. È l’ultimo capitolo di un’ondata globale di indignazione per le sofferenze in Palestina — un’onda morale inizialmente sollevata dalla Madleen, una nave umanitaria bloccata nel tentativo di raggiungere Gaza. Quando la nave fu respinta con la forza militare, il suo impatto si è propagato in tutto il mondo. Dal mare al deserto, dalla nave allo scarpone, la coscienza del mondo ora marcia in avanti.
Nella calura rovente del Sinai, migliaia di persone ora stanno camminando verso Rafah — l’ultimo passaggio per entrare nella Gaza assediata. Non sono diplomatici. Non portano mandati governativi. Sono infermieri, pensionati, studenti e attivisti. Non vengono per protestare contro una nazione, ma per proteggere un popolo.
Eppure i loro passi incontrano non braccia aperte, ma cancelli chiusi. L’Egitto ha risposto alla marcia con detenzioni, deportazioni e, in alcuni casi, violenza. Video virali mostrano attivisti — inclusi americani ed europei — molestati nei pressi di Ismailia. Una donna americana sarebbe stata picchiata e le sarebbe stato strappato il velo. Il parlamentare irlandese Paul Murphy è stato detenuto e deportato.
E i cittadini indonesiani — venuti per camminare, non per combattere — ora sono bloccati in un limbo.
Ciò che rende questa situazione particolarmente scoraggiante è che appena due mesi fa, il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha incontrato al Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per elevare la relazione tra le loro nazioni a una partnership strategica. La Palestina era al centro delle loro discussioni. Entrambi i leader hanno affermato pubblicamente il loro impegno condiviso a sostenere il popolo palestinese e hanno condannato l’aggressione israeliana.
Il presidente Prabowo — a capo di un Paese la cui costituzione lo vincola esplicitamente alla lotta contro il colonialismo — ha chiarito che l’Indonesia considera la sofferenza dei palestinesi come un’ingiustizia globale. Al-Sisi, il cui Paese confina con Gaza e ha a lungo svolto il ruolo di mediatore, ha sottolineato la necessità di fermare la distruzione e avviare un recupero umanitario.
Ma se queste due nazioni sono così allineate nel loro sostegno alla Palestina, perché ora cittadini indonesiani pacifici vengono sorvegliati, ostacolati e impediti di esprimere proprio quella solidarietà?
Questa è la domanda a cui i governi indonesiano ed egiziano devono rispondere — non solo agli attivisti, ma ai propri popoli. La diplomazia è diventata così vuota che il sostegno pubblico a Gaza è permesso solo quando è conveniente? L’umanitarismo è stato ridotto a teatro politico?
L’Indonesia, in particolare, deve agire. I suoi cittadini vengono ostacolati per aver incarnato valori che la nazione afferma di sostenere. Deve chiedere la loro liberazione e la piena libertà di movimento. Deve convocare l’ambasciatore egiziano a Giacarta per rendere conto di queste azioni ingiuste. E deve sollevare la questione nei forum internazionali, inclusa l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), per denunciare ogni forma di ostruzione — dalle bombe di Israele alla burocrazia egiziana.
Rafah è più di un valico — è la linea di faglia tra paralisi morale e risveglio globale. Più viene chiusa, più forte batte il cuore della coscienza. La Marcia Globale non è solo una protesta. È una dichiarazione che l’umanità non distoglierà lo sguardo.
Dalla Madleen in mare ai marciatori sulla terraferma, il messaggio è lo stesso: nessun potere può sopprimere un movimento mosso dalla convinzione. E nessun silenzio può cancellare il dolore di Gaza.
I cittadini indonesiani non stanno camminando solo verso Gaza — ma verso l’anima della politica estera della loro nazione.
È tempo che il loro governo cammini con loro.
Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze
