Come Gaza ha cambiato l’Europa, mettendo in luce crepe che si allargano di settimana in settimana.

19/10/2026 di G - Invicta Palestina

La solidarietà con la sofferenza della Palestina viene punita, ma gli eurodeputati permettono una caccia alle streghe contro i musulmani europei.

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Shada Islam – 15 ottobre 2026

Per tre dolorosi anni, la guerra genocida di Israele a Gaza, in rappresaglia per gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, ha ucciso più di 74.000 palestinesi, ne ha feriti migliaia e ha ridotto gran parte del territorio in macerie. Ha cambiato la percezione di Israele in tutto il mondo, ha aumentato il sostegno alla Palestina e ha sollevato interrogativi sul potere degli Stati Uniti.

L’incapacità dell’Europa di chiedere conto al governo israeliano delle sue azioni le è costata credibilità e influenza a livello globale. Ma temo qualcosa di ancora più grave: Gaza sta cambiando l’Europa stessa.

I governi europei non hanno fatto nulla per cercare di fermare il genocidio; non ci sono state sanzioni collettive, né restrizioni commerciali, né interruzione delle vendite di armi a Israele. L’UE sanziona la Russia per la sua guerra in Ucraina, ma mantiene rapporti pressoché invariati con Israele, un palese doppio standard.

Gaza ha messo in luce come il presunto impegno universale dell’Europa per i diritti umani sia in realtà condizionato: dipende dalla sofferenza di quali vittime venga riconosciuta, da quali forme di resistenza vengano considerate legittime e da quali richieste di giustizia meritino ascolto. I responsabili politici dell’UE sono selettivi persino nella scelta delle donne da celebrare come eroine nella lotta contro l’occupazione e dei bambini di cui difendono il diritto alla vita.

Dopo questi tre anni sono convintaa che la questione palestinese sia diventata una prova di resistenza per la democrazia europea stessa. Le società democratiche possono prosperare solo quando c’è spazio per il dissenso, compreso quello scomodo, dirompente e politicamente scomodo. Eppure oggi, in tutta Europa, i governi – che si esprimono contro comportamenti antidemocratici all’estero – non si scusano più per aver imposto restrizioni alla libertà di espressione e alle proteste pacifiche in patria. La violenza della polizia contro le manifestazioni pro-palestinesi è diventata la norma, e coloro il cui unico crimine è quello di difendere pubblicamente i diritti dei palestinesi vengono sempre più spesso criminalizzati o resi oggetto di sospetto.

Quando ciò si ripete, mina la fiducia del pubblico nella legittimità dei governi e delle istituzioni democratiche. Come mi dice Rabin Baldewsingh, coordinatore nazionale olandese contro la discriminazione e il razzismo: “I governi e le istituzioni pubbliche hanno la responsabilità di non alimentare la polarizzazione quando la società è profondamente divisa”. Purtroppo, sembra che stia accadendo il contrario.

Molte fratture sociali esistevano già prima di Gaza, ma negli ultimi tre anni hanno acquisito nuova linfa e slancio. L’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali ha da tempo messo in guardia sia contro il razzismo anti-musulmano che contro l’antisemitismo. Ciò che è diventato sempre più preoccupante negli ultimi tre anni è l’inquadramento politico in cui l’antisemitismo legato a Gaza viene giustamente trattato come una minaccia alla democrazia, mentre l’islamofobia viene vista attraverso la lente della sicurezza e della lotta al terrorismo.

Non si può attribuire tutta la colpa all’estrema destra. È vero, alcuni gruppi estremisti nascondono i loro pregiudizi di vecchia data dietro l’accusa che siano stati musulmani e rifugiati ad “importare” l’antisemitismo in Europa. Ma anche il Partito Popolare Europeo (PPE) – la più grande “famiglia” politica dell’UE per i politici europeisti di centro-destra e conservatori, tra cui Ursula von der Leyen e Magnus Brunner, il più alto funzionario dell’UE in materia di migrazione – sta dando nuova e pericolosa linfa a vecchi e smentiti stereotipi islamofobi.

A giugno il partito ha appoggiato una risoluzione che condannava “l’ingerenza dell’islam politico” nei processi democratici europei. Se l’islam politico interferisse davvero nella democrazia europea, la risoluzione potrebbe avere una sua validità. Ma non vi sono prove a sostegno di tale affermazione, e certamente nessuna in questo documento, che si limita a riecheggiare le teorie complottiste francesi sull'” infiltrazione islamista” e invoca una repressione contro i presunti membri delle reti dei Fratelli Musulmani. Il documento pretende di distinguere tra “islam politico” e la fede islamica in sé, ma sembra piuttosto l’inizio di una caccia alle streghe contro i musulmani europei.

Una risoluzione ancora più severa del PPE, approvata a maggioranza dal Parlamento europeo l’8 ottobre, si spinge oltre, mettendo in dubbio la lealtà, l’attività e la partecipazione alla democrazia europea dei gruppi della società civile musulmana.

Hiba Latreche, presidente di Femyso , una rete paneuropea di organizzazioni giovanili musulmane esplicitamente citata nell’attacco del PPE, sottolinea il dilemma di tali accuse infondate. «Quando non siamo attivi veniamo accusati di comunitarismo, separatismo e mancanza di integrazione. Quando ci impegniamo ed esercitiamo la cittadinanza attiva veniamo accusati di avere secondi fini».

Un contesto del genere richiede azioni antidiscriminatorie ancora più incisive. Eppure, il più potente organismo europeo a favore dell’uguaglianza, la Rete europea contro il razzismo (ENAR), ha appena perso i finanziamenti della Commissione europea. Temendo che ciò possa comportare la cessazione delle sue attività entro la fine dell’anno, ENAR ha presentato ricorso contro la decisione presso il Tribunale dell’Unione europea.

Al di là di ciò che è visibile, all’interno dei corridoi del potere dell’UE si applicano molti codici non scritti post-Gaza, più difficili da misurare e contrastare. L’islamofobia è diventata “abbastanza palese”, mi dicono i funzionari dell’UE, con microaggressioni e commenti sul comportamento presumibilmente “irrazionale ed emotivo” dei musulmani. Come von der Leyen nel suo recente discorso sullo “stato dell’Unione” , molti ora parlano di Gaza come di un’emergenza umanitaria, ma non come di un genocidio perpetrato dall’uomo. C’è consenso sulla necessità di agire contro la violenza dei coloni e gli insediamenti illegali in Cisgiordania, che vengono presentati come opera di “estremisti”, ma confrontarsi con il governo israeliano rimane difficile.

Per molti, è stato anche un periodo di conversazioni scomode, relazioni personali interrotte e disillusione. Ma ci sono anche momenti di intensa solidarietà, poiché in tutta Europa i movimenti pro-palestinesi si sono estesi fino a includere sindacati, gruppi religiosi – compresi attivisti ebrei – studenti, celebrità e politici di alto livello. Ogni giovedì, i membri dello Staff per la Pace dell’UE si riuniscono per una veglia davanti alla Commissione e al Consiglio dell’UE. Ex commissari, ambasciatori e alti funzionari dell’UE continuano a scrivere ai loro superiori sollecitando azioni più incisive contro Israele.

Non tutto è perduto, quindi. Ma Gaza ha spazzato via molte delle rassicuranti convinzioni che molti di noi nutrivano sull’Europa. Con l’ascesa dell’estrema destra, troppi hanno dimenticato che le libertà democratiche raramente scompaiono all’improvviso. Iniziano a erodersi quando alcune voci vengono messe a tacere, alcune sofferenze vengono ignorate e i diritti di alcuni cittadini vengono considerati meno meritevoli di altri.

Shada Islam è una commentatrice di affari europei con sede a Bruxelles. Dirige New Horizons Project, una società di strategia, analisi e consulenza.

Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”

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