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E’ il concetto di normalizzazione complesso?
Che cos’è la normalizzazione? Di cosa bisogna essere consapevoli quando israeliani e palestinesi si incontrano per discutere a proposito di una soluzione politica o degli obiettivi che possono o devono essere raggiunti collaborando?

Il diritto al ritorno / Foto: archivio AIC
Lo scorso mese, circa 300 palestinesi e israeliani si sono incontrati ad Hebron con l’obiettivo di portare avanti una collaborazione israelo-palestinese per porre fine all’occupazione e alla discriminazione israeliana e per la promozione di una giusta pace per tutti nella regione. Lo slogan della conferenza è stato “sì alla lotta condivisa, no alla normalizzazione!”, un’affermazione chiara che deve essere alla base delle mosse future.
Il significato di normalizzazione è stato ulteriormente approfondito durante un workshop guidato da Johayna Saifi, direttrice di Hirakuma, un forum a cui collaborano dieci organizzazioni della società civile. Il numero dei partecipanti palestinesi e israeliani era relativamente bilanciato, mentre il numero dei giovani era superiore rispetto all’età media dei partecipanti alla conferenza in generale. La maggior parte dei giovani israeliani non avevano mai preso parte a un incontro simile prima d’allora, al punto tale che molte questioni hanno dovuto essere spiegate, come il significato di normalizzazione.
Gli internazionali e gli israeliani spesso ritengono che il concetto di normalizzazione sia poco chiaro. Durante la scrittura di alcuni progetti comuni, ad esempio, molti attivisti israeliani non capiscono l’importanza di una questione che di primo acchito sembra non c’entrare, come il diritto al ritorno. Inoltre, molti israeliani ritengono che porre delle condizioni, come il diritto al ritorno dei rifugiati, danneggi la causa palestinese.
Per esempio, Dan Goldenblatt, il direttore esecutivo del Centro di Ricerca e Informazione israelo-palestinese (IPCRI), in un articolo pubblicato da Ma’an News, afferma che “bloccando le possibilità per una ONG palestinese di collaborare con una ONG israeliana in ambito ambientale o sanitario danneggia l’ambiente e la salute palestinese. Alle volte fino al punto di ostacolare o compromettere lo sviluppo economico palestinese.”
In un altro articolo pubblicato sul sito di IPCRI, Goldenblatt ha scritto: “Campagne contro la normalizzazione sono fasulle e contro-producenti” e ha chiesto che Fatah “dimostri con le azioni che continueranno a cercare una vera pace con gli israeliani.”
Opinioni israeliane simili, che chiedono ai palestinesi di riconoscere il loro contributo allo sviluppo palestinese e al percorso verso la nascita di uno stato, ignorando la realtà della continua occupazione e l’inesistenza di uno stato palestinese, possono essere facilmente trovate in internet e nei media.
Gli israeliani spesso si chiedono se ci sia qualcosa di male in persone che si incontrano per dialogare, discutere e fare uno sforzo verso la pace. Tale domanda viene spesso riproposta da molti attivisti internazionali.
La risposta è SI’. All’inizio dello scorso mese si è potuto vedere cosa succede quando gli equilibri di potere vengono ignorati e il dialogo viene portato avanti a porte chiuse in una sistema che non include i movimenti di base. Durante una conferenza tenutasi a Ramallah dal titolo “La gente normale costruisce la pace” molti manifestanti hanno interrotto l’incontro, che era stato organizzato sotto gli auspici dell’organizzazione filo-israeliana Minds of Peace, con slogan come “normalizzazione è tradimento” e “no ai negoziati, no alla normalizzazione.” La protesta voleva essere un “messaggio ai palestinesi riuniti con gli israeliani in una conferenza in cui i primi non avevano il diritto di parlare e negoziare a nome di tutto il popolo palestinese, soprattutto perché non veniva preso in considerazione il diritto al ritorno dei palestinesi rifugiati e della diaspora”, ha spiegato, a The Electronic Intifada, Diana Alzeer, un’attivista palestinese.
Per chiarire tali aspetti e le linee guida vorrei citare la definizione di normalizzazione così come espressa durante la prima conferenza del BDS palestinese nel 2007 e utilizzata da Rifat Odeh Kassis in un saggio a questo proposito:
“Normalizzazione significa partecipare a qualsiasi progetto o attività, locale o internazionale, volti specificatamente a riunire (direttamente o indirettamente) palestinesi (e/o arabi) e israeliani, sia individui che istituzioni, che non mirano esplicitamente a mettere a nudo e a resistere l’occupazione e tutte le forme di discriminazione e oppressione perpetrate contro il popolo palestinese.”
La normalizzazione può prendere molte forme e include progetti che non riconoscono gli inalienabili diritti dei palestinesi sanciti dal diritto internazionale e le condizioni per l’affermazione della giustizia; progetti che prevedono uguaglianza tra i palestinesi e gli israeliani per quanto riguarda le responsabilità del conflitto o che dichiarano che la pace si raggiunga attraverso il dialogo, la comprensione e una maggiore cooperazione tra le controparti, senza il raggiungimento della giustizia; progetti che omettono di riconoscere la situazione dei palestinesi in quanto vittime del progetto coloniale israeliano; progetti che rifiutano, ignorano o ritengono poco importante il diritto del popolo palestinese all’auto determinazione o il diritto al ritorno come sancito dalla risoluzione ONU 194.
Tale definizione, anche se è una sola tra le molte, esprime il concetto principale delle posizioni contrarie alla normalizzazione. Per cogliere il meccanismo della politica israeliana profondamente legata agli incontri normalizzatori, si consiglia di leggere un articolo di Nassar Ibrahim che destruttura e analizza la normalizzazione come strumento per delegittimare la resistenza palestinese “riducendo i problemi a una campagna di relazioni pubbliche che svia il dibattito dal cuore del problema (l’occupazione) e ritiene il rifiuto palestinese nei confronti di ogni tentativo di stabilire delle relazioni normali con Israele la causa per un futuro fallimento nel processo di pace.”
Lo slogan “Sì alla lotta condivisa, no alla normalizzazione” della conferenza di Hebron è chiaro, ma ancora non era chiarissimo a tutti i partecipanti come comportarsi. Durante il workshop sono fuoriuscite le principali argomentazioni che determinano il discorso anti-normalizzazione. Secondo Johayna Saifi, una buona parte del discorso si è soffermato sul come comportarsi all’interno di una lotta condivisa e come distinguere la lotta condivisa dalle attività normalizzatrici. Come ci si può comportare diversamente ma allo stesso tempo collaborare per porre fine all’occupazione?
Per gli attivisti israeliani è stato importante ascoltare cosa si aspettano da loro i palestinesi. Come e se possono partecipare agli appelli della campagna del BDS? Quali sono le principali difficoltà? Qual è la situazione particolare degli israeliani che vivono in Israele, quando tutto dipende da Israele: le strutture, i prodotti, le relazioni sociali e accademiche? Quali sono le peculiarità della condizione dei palestinesi della Cisgiordania e Gaza?
Tornando alle differenze tra il concetto di normalizzazione e lotta comune, ci sono molti motivi per cui la conferenza di Hebron non è stata presa di mira dalle proteste come quella di Ramallah. A Hebron le relazioni tra palestinesi e israeliani erano basate sul pieno riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese. La conferenza è stato un dei molti risultati positivi di una lunga storia di collaborazioni tra partiti e organizzazioni, non un qualcosa di organizzato segretamente e che ha avuto luogo a porte chiuse. Il processo è stato trasparente per tutti coloro che hanno voluto informarsi e naturalmente anche i giornalisti sono stati invitati a prenderne parte. La conferenza è stato un esempio positivo di attività condivise e di una comune visione che non accetta la cultura dell’occupazione di Israele.
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