Un archivio in cartoon della storia palestinese

Un archivio in cartoon della storia palestinese

Chiara Cruciati Il Manifesto 5.6.2015

Intervista. Un incontro con l'artista di graphic novel Mohammed Saba’aneh, in mostra presso Alternative Information Center di Beit Sahour (Betlemme).

Moham­mad pre­fe­ri­sce non par­lare in pub­blico: che siano i suoi fumetti a par­lare per lui. La gente segue con lo sguardo i car­toon appesi al muro, sor­ride, si fa cupa. Lungo la parete dell’Alternative Infor­ma­tion Cen­ter di Beit Sahour (Betlemme), si sus­se­guono celle di pri­gione, muri che divi­dono gli uomini, olive che si tra­sfor­mano in bombe a mano.

Moham­med Saba’aneh, 36 anni, nato in Kuwait da una fami­glia pale­sti­nese ori­gi­na­ria di Jenin, è diven­tato in pochi anni uno dei più noti fumet­ti­sti pale­sti­nesi. Dal 2009 è mem­bro del Car­toon Move­ment, una rete glo­bale che è anche una piat­ta­forma per arti­sti di gra­phic novel di tutto il mondo, dà loro uno spa­zio per farsi cono­scere e per con­di­vi­dere idee, pro­getti, esperienze.

La sto­ria del fumetto pale­sti­nese ha radici pos­senti, è uno stru­mento d’arte capace di arri­vare con qual­che tratto di penna al cuore della que­stione, di fare satira, cri­ti­care e sma­sche­rare in una tavola la fac­cia dei regimi e i loro sche­le­tri nell’armadio. Il mae­stro indi­scusso resta Naji al-Ali, il padre di Han­dala, per­so­nag­gio sim­bolo della lotta pale­sti­nese per la libe­ra­zione, il pic­colo rifu­giato che da decenni non mostra il suo volto e assi­ste con ama­rezza al dolore del suo popolo e all’indifferenza del mondo arabo.

«È stato Naji al-Ali a farmi ini­ziare – rac­conta Moham­mad men­tre ci mostra alcuni dei suoi ultimi fumetti – Da bam­bino, in Kuwait, mia madre mi rac­con­tava la sto­ria della Pale­stina attra­verso le sue stri­sce. Quando ho comin­ciato a dise­gnare, non ho fatto che seguirne i passi. Non dal punto di vista sti­li­stico, ma poli­tico. Sento di avere il dovere di cri­ti­care il sistema poli­tico pale­sti­nese, l’Autorità Nazio­nale e le tante fazioni che divi­dono il nostro popolo. Molti mi con­si­de­rano il suc­ces­sore di Naji al-Ali, è un onore per ogni arti­sta pale­sti­nese. Non penso di poter aspi­rare a tanto, ma c’è qual­cosa che ci uni­sce: Al-Ali era un indi­pen­dente, non era legato a par­titi poli­tici. Pro­prio per que­sto motivo la sua arte aveva tanto potere».

Un potere che non si è mai affie­vo­lito: sui muri dei campi pro­fu­ghi della Cisgior­da­nia, i fumetti dell’artista assas­si­nato nel 1987 dal Mos­sad a Lon­dra si sus­se­guono, come se le pareti fos­sero le pagine di un gior­nale. La dimo­stra­zione dell’influenza di un solo fumetto: «Il car­toon è l’arte visiva e la forma di comu­ni­ca­zione più sem­plice per­ché arriva a tutti, a chi ha edu­ca­zione e a chi non ha avuto accesso all’istruzione – con­ti­nua Moham­mad – È un lin­guag­gio che parla alle per­sone. Que­sto è il mio obiet­tivo, rap­pre­sen­tare il mio popolo e la nostra causa. È uno stru­mento dop­pio: è arte ma è anche poli­tica. Io, gene­ral­mente, non uti­lizzo testo ma solo imma­gini, così da poter rag­giun­gere anche altri paesi, uscire nel resto del mondo».

«Guar­date i fumetti di Naji al-Ali, segui­rete la sto­ria della Pale­stina: il car­toon è il suo archi­vio — con­ti­nua Moham­med Saba’aneh -. Alcuni dei miei fumetti rac­con­tano l’attualità, gli scon­tri a Geru­sa­lemme, la cre­scita delle colo­nie; ma molti altri appro­fon­di­scono pro­blemi strut­tu­rali, dai pri­gio­nieri ai pro­fu­ghi. L’occupazione ripete se stessa: per que­sto è neces­sa­rio mostrarne l’essenza, l’idea generale».

Con il tempo, Saba’aneh ha svi­lup­pato una nuova tec­nica, abban­do­nando il com­pu­ter e tor­nando a penna e inchio­stro. I tratti cam­biano, a volte sono sec­chi, altre mor­bidi. L’obiettivo, come rac­conta l’artista stesso, è par­lare al mondo, usare un lin­guag­gio che sia com­pren­si­bile anche dove spesso si deci­dono (o meglio, si nascon­dono sotto la sab­bia) le sorti del popolo pale­sti­nese. Que­sto fine rende neces­sa­rio inda­gare temi che il mondo capi­sca: «La mia nuova mostra andrà a coprire que­stioni inter­na­zio­nali, dalla fuga dei rifu­giati verso l’Europa alla libertà di espres­sione – spiega ancora Moham­mad – I pale­sti­nesi sono parte di que­ste que­stioni. Così, magari, sarà più facile per chi vive fuori com­pren­dere la nostra causa, avvi­ci­narla alla pro­pria e pro­vare empatia».

Chi segue le vicende pale­sti­nesi sa che molto spesso a far paura all’occupazione israe­liana non sono solo atti­vi­sti poli­tici e par­titi. Anche chi fa arte, dise­gna, chi va in scena a tea­tro è peri­co­loso per­ché la potenza del mes­sag­gio ne esce qua­dru­pli­cata. Moham­mad Saba’aneh ha tra­scorso cin­que mesi in una pri­gione israe­liana, dal feb­braio al luglio 2014. È stato arre­stato al con­fine di Allenby, men­tre tor­nava dalla Gior­da­nia. L’accusa uffi­ciale? Essere un soste­ni­tore di Hamas e girare aiuti al movi­mento isla­mi­sta, di cui non solo non ha mai fatto parte, ma che è spesso tar­get delle sue cri­ti­che. Tanto da atti­rarsi accuse da parte di soste­ni­tori del partito.

Quell’esperienza nella pri­gione di al-Jalameh, vicino Haifa, e poi in car­cere in Naqab – in iso­la­mento, senza la pos­si­bi­lità di vedere la fami­glia o di par­larci al tele­fono – si è tra­dotta in una mostra, orga­niz­zata al Kha­lil Saka­kini Cul­tu­ral Cen­ter di Ramal­lah, lo scorso novem­bre: «La pri­gio­nia ha modi­fi­cato il mio lavoro. Quando qui si parla di pri­gio­nieri si pensa agli eroi, come se chi fosse dete­nuto fosse felice di esserlo. Ma i reclusi sono esseri umani a cui viene a man­care la vita, la quo­ti­dia­nità, la fami­glia, i pro­pri sogni. Spesso si dimen­tica que­sto ele­mento. Così, quando sono stato rila­sciato, ho orga­niz­zato un’esposizione chia­mata Cella numero 28, il numero della cella dove ero in iso­la­mento. Senza luce, senza nes­suno con cui par­lare, imma­gi­narsi dise­gnare. Finito l’isolamento, ho tro­vato una penna e alcuni fogli e così, den­tro il car­cere, ho ini­ziato il mio lavoro: volevo mostrare l’essere umano die­tro il prigioniero».

A sen­tirsi minac­ciato non è solo Israele: da tempo atti­vi­sti, arti­sti, acca­de­mici denun­ciano la cen­sura e la repres­sione da parte dell’Autorità Nazio­nale Pale­sti­nese. E Moham­mad, che spesso pub­blica per Al-Hayat Al-Jadida (La nuova vita), organo dell’Anp, non vuole porsi limiti. «A volte, cri­ti­care il sistema poli­tico come fac­cio io non è sem­plice, sia per la cen­sura dall’alto che per quella dal basso. Se non è l’Anp o Hamas che ti attac­cano, lo fanno i loro soste­ni­tori: una cen­sura sot­tile che è comun­que parte del sistema. Mi è suc­cesso spesso. Tale atteg­gia­mento è la prova della divi­sione del popolo pale­sti­nese in fazioni: sem­bra che oggi riu­sciamo ad unirci solo durante periodi par­ti­co­lari, come quando avvenne l’attacco di Gaza del 2014».