9 Ottobre 2016
By Amjad Alqasis
Le pratiche e le politiche di Israele sono una combinazione di apartheid, occupazione militare e colonizzazione. Questo comportamento non si limita ai palestinesi che vivono nei territori occupati (OPT) della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma coinvolge anche i palestinesi che risiedono sul lato israeliano della Linea dell'Armistizio del 1949, così come coloro che vivono in esilio forzato. Infatti, il trattamento di Israele nei confronti di Palestinesi non-ebrei in tutto Israele, nei Territori Palestinesi Occupati(OPT) e della Diaspora costituisce un regime discriminatorio globale volto a controllare la quantità massima di terreno con il minor numero di palestinesi autoctoni.
Molte organizzazioni palestinesi per i diritti umani, tuttavia, limitano il loro mandato ai territori palestinesi occupati o al solo Israele, conformandosi così alle categorie giuridiche imposte da Israele, che mirano ad isolare geograficamente queste aree le une dalle altre. Alcune organizzazioni circoscrivono il loro ambito di intervento in maniera ancora più restrittiva - per esempio, solo alla Cisgiordania, la Striscia di Gaza, l’Area C all'interno della Cisgiordania, o a Gerusalemme est. Quando limitano il loro mandato in questo modo, i gruppi per i diritti umani nei territori palestinesi occupati confermano in realtà l'idea che il problema che stanno cercando di combattere si limiti solo alle aree occupate nel 1967. In realtà, per le organizzazioni che limitano le loro operazioni solo a questi territori, il punto di partenza implicito potrebbe anche essere il 1993, firma degli accordi di Oslo, che ha consolidato le restrizioni di movimento tra Gaza e la Cisgiordania.
Eppure la realtà che noi tutti dobbiamo affrontare non è iniziata nel 1993, né nel 1967. E’ iniziata con l’insorgere della colonizzazione sionista della Palestina - il punto di partenza della “questione” Palestinese - e devono essere riconosciute come tali nella ricerca di una soluzione. Nessuna organizzazione troverà o addirittura si avvicinerà ad una soluzione se credono o pretendono di credere il contrario.
La pratica di dividere da un punto di vista geopolitico i palestinesi è iniziata nel 1948. Israele aveva bisogno prima di tagliare rapporti esistenti e legami tra palestinesi e lo ha fatto attraverso la Nakba, che ha lacerato il tessuto sociale della società palestinese. Tutti i palestinesi, compresi quelli che sono riusciti a rimanere sul territorio che è diventato lo Stato di Israele, avevano una sorella, un cugino, un cognato, uno zio , un vicino di casa che è stato forzatamente costretto all’esilio o hanno perso la loro casa, o i terreni agricoli, o le proprietà. Dopo aver tagliato quel tipo di relazioni tra le persone e le comunità, Israele ha mantenuto la dispersione geografica dei palestinesi vietando loro di tornare alle proprie case e inibendo legami sociali con i palestinesi nei cosiddetti "stati nemici" - Stati arabi in cui la maggior parte dei profughi palestinesi sono stati costretto a fuggire. Lentamente nel corso dei decenni, i legami sociali sono stati persi, e l'isolamento geografico ha facilitato la creazione di divisioni politiche.

La terminologia è un altro fattore chiave nella classica strategia coloniale del "divide et impera", che produce ulteriori divisioni politiche che si basano sulla frammentazione. Ma ciò che è più preoccupante è che, troppo spesso, ci troviamo con la terminologia introdotta da Israele stesso, perché , semplicemente parlando, Israele sta dominando il discorso. Ad esempio, Israele tratta i Drusi come una nazionalità distinta dagli arabi e le ONG palestinesi all'interno di Israele operano in base a questi parametri ed hanno relazioni con "villaggi drusi" e "comuni drusi." Questo perché Israele applica diversi quadri legali, bilanci, e dipartimenti ministeriali a queste comunità, e quindi ha spinto i palestinesi ad adottare un approccio corrispondente.
Ancora, i beduini palestinesi nel Naqab sono una categoria amministrativa separata, questo è stato deliberatamente fatto da Israele per dividerli con l’inganno dagli altri palestinesi. Purtroppo, vediamo gli stessi palestinesi usare il termine “Beduini” come una classificazione separata. Eppure, lo spostamento dei beduini palestinesi nel Negev è chiaramente collegato allo spostamento forzato durante ed oltre il Mandato della Palestina, compresi i milioni di rifugiati palestinesi che attualmente vivono in esilio forzato e che non possono tornare nelle loro case e nei luoghi di origine.
In questo contesto, il lavoro sui diritti umani non dovrebbe essere arbitrariamente limitato da confini giuridici. Ciò che è necessario è utilizzare la comprensione della Nakba palestinese come una lente per lo sviluppo di un approccio generale che sia trasversale a queste delimitazioni e riconosca una lotta che copra tutta la Palestina del Mandato e comprenda tutti i Palestinesi. La comprensione di questa situazione che guidi ed unifichi la lingua della nostra analisi è di vitale importanza per il nostro lavoro nel trattare con la domanda Palestinese per la libertà, la liberazione ed i diritti umani.
Come attivisti e organizzazioni per i diritti umani, dobbiamo essere più attenti al modo in cui comunichiamo la realtà ed alla terminologia che usiamo. Se la società civile palestinese cerca di lottare contro il processo di trasferimento forzato, non dobbiamo stratificare la nostra gente, ma piuttosto usare il linguaggio per costruire una lotta comune contro un progetto coloniale che mira a cancellare la presenza della comunità indigena palestinese. Non dobbiamo, anche in modo indiretto, sostenere questo tipo di distruzione del popolo palestinese pur accettando la divisione fatta dal potere coloniale. Dobbiamo controllare il nostro discorso, a sfidare il dominio locale e internazionale della narrazione fatta da Israele.
La chiave, dunque, per le organizzazioni per i diritti umani è sottolineare sempre le due dimensioni del tempo e dello spazio. Per quanto riguarda il ‘tempo’ si deve affermare che la situazione attuale è direttamente collegata anzi una continuazione di quello che è successo in1948 o anche prima di quello. E per quanto riguarda lo 'spazio', si deve riconoscere che ciò che sta accadendo oggi a Betlemme, Jenin, Gaza e Gerusalemme sta accadendo anche a Haifa, Jaffa, Iqrith e Naqab.
Questo articolo è stato pubblicato su Nakba file. Il progetto "La Nakba & The Law" - un'iniziativa congiunta di Adalah: Il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele e la Columbia University Center for Palestine Studies.
L'autore:
Amjad Alqasis detiene un LL.M. (Master) in diritto pubblico internazionale ed è un avvocato per i diritti umani, ricercatore legale, e un membro della rete di sostegno legale di BADIL Centro Risorse per la Residenza palestinese ed i diritti dei rifugiati. Negli ultimi quattro anni, è stato il coordinatore del programma di difesa internazionale e legale di BADIL. Dal mese di agosto 2014, Amjad è stato consigliere di Al Haq Center per l’applicazione della Legge Internazionale. Ha pubblicato numerosi articoli e ricerche su vari argomenti riguardanti il conflitto israelo-palestinese.
http://english.pnn.ps/2016/10/09/decolonizing-the-vocabulary-of-palestinian-human-rights-work/
Tradotto da Marina Maltoni per Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus