Da Ramallah Amira Hass
Internazionale 1247 | 16 marzo 2018
Tre settimane fa ho ricevuto
una telefonata da MahmoudR.
Ci ho messo un po’ per ricordarmi
di lui: sulla cinquantina,
abitante del villaggio di
Einabus (a sud di Nablus, in
Cisgiordania), proprietario di
una copisteria, padre di almeno
cinque figli e tre figlie.
Mi ha chiesto se avessi saputo
del pastore attaccato dai
coloni. È suo figlio, Zaher. I coloni
hanno massacrato le sue
pecore. “Le avevamo comprate
un anno fa, quando le speranze
di mio figlio di ottenere
un permesso di lavoro in Israele
sono svanite”. Alcuni israeliani
con il volto coperto, provenienti
da un avamposto illegale
dell’insediamento di Yitzhar,
hanno preso a bastonate
Zaher, che in quel momento
era nei campi da solo. Poi hanno
ucciso almeno cinque pecore
e molte altre sono scomparse.
Il ragazzo è rimasto sconvolto.
Dieci giorni dopo Mahmoud
mi ha chiamata di nuovo
e mi ha dato un’altra notizia.
Alcuni coloni di Yitzhar
avevano attaccato l’autista di
un trattore, distruggendo il
mezzo. I ragazzi del villaggio
sono corsi in suo aiuto. Sono
arrivati anche i soldati e hanno
sparato, mentre i coloni tiravano
pietre. Due figli di Mahmoud,
tra cui Zaher, sono stati
feriti dalle pietre e un altro dai
proiettili di metallo ricoperti di
gomma. Negli ultimi mesi i coloni
di Yitzhar hanno compiuto
almeno sei attacchi contro i
villaggi vicini. “Cosa possiamo
fare?”, mi ha chiesto Mahmoud
sperando in un mio articolo.
“Mi dispiace”, ho risposto,
“ma scrivere non serve a
cambiare le cose”.