Trasforma i palestinesi in nient’altro che oggetti di sospetto e paura per i soldati. O come una donna palestinese ha detto a Yesh Din: “Il modo in cui arrivavano ed irrompevano in casa era come se entrassero in una stalla con gli animali, non con le persone.”
Terrorizzare i palestinesi, anche i bambini, diventa rapidamente parte della monotona routine dei “doveri” militari.
Guerra psicologica
Ma soprattutto, le irruzioni nelle abitazioni traumatizzano i palestinesi con modalità studiate per consolidare l’occupazione e renderla permanente. Sono una forma di guerra psicologica, una campagna di terrore, contro le famiglie e le comunità in cui vivono. Rafforzano il messaggio che l’esercito israeliano è ovunque, controllando i più piccoli dettagli della vita dei palestinesi.
Diversi soldati hanno raccontato a Breaking the Silence che l’obiettivo era far sentire i palestinesi perseguitati. Uno ha osservato: “La missione più grande era infondere un senso di persecuzione nella popolazione palestinese. Questa non è una mia frase, è una frase che è effettivamente stata detta in presentazioni e riunioni militari.”
I soldati prendono a cuore queste indicazioni. Uno ha detto di aver capito che lo scopo di nascondere il volto “era quello di essere più intimidatorio, più spaventoso, e quindi forse trovare meno resistenza”.
L’attività di “mappatura” è progettata per far credere ai palestinesi che qualsiasi tipo di opposizione all’occupazione è inutile o controproducente. Le invasioni domestiche lasciano cicatrici permanenti, poiché le donne spesso descrivono di sentirsi violate e di perdere un senso di orgoglio nella loro casa, mentre gli uomini soffrono del trauma associato all’incapacità di proteggere mogli e figli. I bambini soffrono di ansia e disturbi del sonno e fanno fatica a scuola.
C’è un ulteriore obiettivo in queste operazioni di “mappatura” quando gli insediamenti ebraici sono stati costruiti vicino alle famiglie palestinesi prese di mira. Le invasioni domestiche avvengono regolarmente per queste famiglie, e servono come forma di pressione per incoraggiarle ad abbandonare le loro case in modo che i coloni possano occuparle.
Un sondaggio delle Nazioni Unite del 2019 su un’area di Hebron ambita dai coloni ha rilevato che in un periodo di tre anni, il 75% delle case palestinesi nel quartiere era stato “mappato”. Un residente la cui casa è stata perquisita più di 20 volte ha detto ai ricercatori di Yesh Din: “Penso che le irruzioni dei soldati siano solo un deterrente, per cacciarci di casa”.
Spiare i palestinesi
Persino alcuni ex soldati capiscono che le motivazioni della raccolta di informazioni per queste invasioni sono fasulle. Molti hanno detto ai gruppi per i diritti umani che le informazioni presumibilmente ottenute da queste operazioni non sono mai state utilizzate in seguito. Nessuno è stato in grado di indicare una banca dati in cui venivano archiviate le informazioni.
Anche se le operazioni di mappatura riguardavano principalmente la raccolta di informazioni, l’esercito ha mezzi molto più efficaci per spiare e controllare la popolazione palestinese nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Il lavoro dell’Unità 8200, una delle tante squadre dell’esercito per raccolta di informazioni, include l’ascolto delle comunicazioni palestinesi per trovare segreti che possono essere usati per ricattare ed estorcere ai palestinesi la collaborazione con le autorità di occupazione.
Una cosiddetta unità informatica nel Ministero della Giustizia israeliano ha il compito di spiare Internet e le comunicazioni sui social media dei palestinesi. E Israele ha infinite altre fonti di informazione sui palestinesi: collaboratori, il registro della popolazione palestinese che controlla, documenti di identità biometrici, tecnologia di riconoscimento facciale, interrogatori ai posti di blocco, uso di droni e sequestro di palestinesi per interrogatori.
La complicità dei tribunali
Ancora più importante, l’esercito sa che può continuare come prima con queste invasioni domestiche usando altri pretesti. Comprenderà le operazioni di “mappatura” all’interno di tipologie ancora più violente di incursioni notturne, come la ricerca di armi, gli interrogatori di bambini sul lancio di pietre o gli arresti.
Purtroppo, i tribunali israeliani hanno sempre mostrato la volontà di colludere con l’esercito proprio in questo tipo di inganni salva-faccia e ciniche manipolazioni del linguaggio. Non c’è motivo di credere che il sistema giuridico israeliano farà qualcosa di concreto per garantire che le invasioni domestiche, sia per “mappatura” che per qualsiasi altro scopo, abbiano fine.
I resoconti dei tribunali israeliani sono stati costantemente pessimi nel proteggere i palestinesi dagli abusi dell’esercito israeliano. Anche quando i tribunali si pronunciano tardivamente contro i protocolli militari che violano palesemente il diritto internazionale, l’esercito trova invariabilmente il modo di indebolire la sentenza, di solito con la complicità del tribunale. Per anni, l’esercito ha continuato a usare i palestinesi come scudi umani, trascinando avanti procedimenti legali riqualificando la pratica come una cosiddetta “procedura di vicinato” o “preavviso”.
Non è difficile immaginare che “l’intel mapping” possa ricevere un simile rifacimento linguistico usando un nuovo gergo. E c’è un motivo in più per essere scettici: Più di 20 anni fa, l’Alta Corte israeliana ha vietato la tortura dei detenuti palestinesi, eppure, è continuata quasi senza sosta perché la Corte ha creato una scappatoia per i casi definiti come “bombe ad orologeria”, quando cioè gli interrogatori presumibilmente devono affrontare una corsa contro il tempo, a causa di un pericolo imminente, per estorcere informazioni “necessarie” per salvare vite umane.
Dopo la sentenza, sembrava che ogni palestinese sequestrato dall’esercito fosse una “bomba a orologeria”. Infine, nel 2017, la Corte ha annullato la sua sentenza del 1999 consentendo però la tortura a condizione che gli interrogatori non superassero una soglia di dolore che si è rifiutata di determinare in anticipo.
La realtà è che quando Israele tratta la sua occupazione come permanente, allora preservare l’infrastruttura dell’occupazione, per sorveglianza, controllo, intimidazione e umiliazione, diventa una necessità assoluta. Quando l’occupante cerca inoltre di cacciare i palestinesi per sostituirli con la propria popolazione di coloni, il marciume è ancora più profondo. Uomini, donne e bambini palestinesi sono ridotti a nient’altro che pedine da spazzare via da una scacchiera.
Per questo motivo, le invasioni domestiche, il terrore delle famiglie nel cuore della notte da parte di soldati mascherati, continueranno, qualunque sia l’eufemismo usato per giustificarli
(*) Jonathan Cook è vincitore del Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi libri includono “Israele e lo Scontro di Civiltà: Iraq, Iran e il Piano per Ricostruire il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Palestina Scomparsa: Gli Esperimenti di Israele Nella Disperazione Umana” (Zed Books). Visitate il suo sito web www.jonathan-cook.net.
Traduzione: Beniamino Rocchetto per Invictapalestina.org