Nella Striscia di Gaza le scorte alimentari sono finite o sono state distrutte dalle bombe.
Ma Israele continua a ostacolare l’ingresso dei convogli di aiuti umanitari
Amira Hass, Haaretz
Internazionale 1553 | 8 marzo 2024
Tra i posti di guardia israeliani nel
nord della Striscia di Gaza, dove
i soldati possono contare su un
rifornimento costante di acqua
e viveri, vagano centinaia di migliaia di
palestinesi assetati e affamati che sopravvivono
nutrendosi di mangime per il pollame,
erba e acqua inquinata. Non sappiamo
se osservatori indipendenti israeliani
o palestinesi saranno in grado di determinare
cos’abbia causato il maggior numero
di morti tra le persone che aspettavano gli
aiuti alimentari il 29 febbraio.

Israele non permette ai giornalisti stranieri di entrare
a Gaza, così può liquidare come faziosi i
resoconti dei giornalisti palestinesi. Inoltre
in Israele tutte le agenzie delle Nazioni
Unite sono considerate collaboratrici di
Hamas, quindi le dichiarazioni dei vari dipendenti
dell’Onu secondo cui la maggior
parte dei feriti aveva ferite da proiettile
saranno derubricate come “di parte”.
In ogni caso, sparare su una folla di
persone che aspettavano la farina da ore
mostra che i comandanti israeliani non si
sono resi conto che a Gaza i palestinesi rischiano
di morire di fame. Se anche hanno
capito la gravità della situazione, a
quanto pare non l’hanno comunicata ai
loro subordinati. Altrimenti le forze armate
si sarebbero preparate all’arrivo dei camion
e avrebbero istruito adeguatamente
i soldati. I comandanti non avrebbero permesso
ai loro sottoposti d’interpretare
come una minaccia la tragica vista di migliaia
di persone affamate e assetate che si
precipitavano verso i camion degli aiuti.
La condotta fallimentare dei soldati il
29 febbraio – che ha portato alla morte di
118 civili – si può spiegare con il fatto che i
comandanti israeliani s’informano solo
sui mezzi d’informazione nazionali, i quali
raramente si occupano di eventi che non
possano essere giustificati come attacchi
contro i terroristi. Mostrano invece tolleranza
e comprensione di fronte alle immagini
di soldati che umiliano e abusano i
palestinesi, immagini condivise sui social
media dagli stessi militari. L’errore indica
una negligenza da dilettanti, se non altro
dal punto di vista delle relazioni pubbliche
e della diplomazia.
Israele e le sue forze armate dovranno
presto cercare di convincere la Corte internazionale
di giustizia dell’Aja che stanno
effettivamente permettendo l’ingresso
di aiuti umanitari a Gaza come una delle
misure per prevenire il genocidio. L’esercito
deve collaborare con il coordinatore
delle attività governative nei territori
(parte del ministero della difesa israeliano),
che pubblica quotidianamente informazioni
in inglese sui camion di aiuti autorizzati
a entrare a Gaza e cerca con tutte
le sue forze di dare l’impressione che Israele
stia facendo tutto il possibile affinché i
civili palestinesi bombardati abbiano di
che sfamarsi.

Senza protezione
I governi occidentali appoggiano Israele e
sostengono la sua guerra, che anche per
questo continua. A quanto pare non sono
d’accordo con quanto dicono i palestinesi:
cioè che la popolazione di Gaza è affamata
di proposito, come richiedono le frange
più estreme del governo di estrema destra
israeliano in base alla teoria, che già si è
rivelata sbagliata, secondo cui più pressioni
si fanno più rapidamente gli ostaggi saranno
rilasciati.
Ma l’occidente ascolta anche gli allarmi
lanciati dalle organizzazioni umanitarie
internazionali sulla carestia e sulla fame.
Dalla metà di dicembre questi organismi
denunciano la fame in aumento, soprattutto
nel nord di Gaza, dove i bombardamenti
e le operazioni di terra hanno distrutto
i raccolti e gli allevamenti. Le
scorte alimentari si sono esaurite o sono
state distrutte. Israele ha ostacolato il
coordinamento nella consegna degli aiuti e
del carburante.
Inoltre, con l’aggravarsi della carestia
aumentano anche gli episodi di “distribuzioni
spontanee”, come le organizzazioni
umanitarie chiamano le incursioni sui camion
fatte da singoli o gruppi per prenderne
il carico. Un’altra ragione dello scarso
numero di camion è che gli autisti temono
per la loro vita, perché nessuno li protegge
dalle bande armate che saccheggiano le
merci per venderle al mercato nero. È difficile
verificare in modo indipendente
l’entità delle razzie che Hamas compie per
rifornire di vivere i suoi miliziani. Ma i residenti
di Gaza raccontano anche di poliziotti
mandati a proteggere i convogli e
uccisi dall’esercito israeliano. Al di fuori di
Israele, hanno avuto un’ampia risonanza
gli annunci delle agenzie dell’Onu che
non cercheranno più di consegnare i rifornimenti
nel nord di Gaza a causa dei numerosi
ostacoli. Il 29 febbraio il segretario
generale del Norwegian refugee council,
il diplomatico Jan Egeland, ha detto di
aver visto bambini “visibilmente malnutriti,
ridotti a cercare da mangiare e aiuto
per le strade”. Riferendosi al sud di Gaza,
ha commentato: “È inimmaginabile che
un’intera popolazione sia lasciata morire
di fame mentre grandi quantità di provviste
sono ferme a pochi chilometri di distanza”.
Il ministero della sanità di Gaza,
gestito da Hamas, ha riferito che diciotto
bambini sono morti di recente per malnutrizione
e disidratazione.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento
degli affari umanitari riferisce
che il rischio di morire di fame a Gaza
colpisce in modo sproporzionato i bambini
e le donne incinte. Su 416 donne in stato
di gravidanza che si sono rivolte alla clinica
del progetto Hope a Deir al Balah tra il 5
e il 24 febbraio, circa un quinto mostrava
segni di malnutrizione, una condizione
che aumenta i rischi di emorragia post
partum, potenzialmente letale, di parto
prematuro e di neonati sottopeso.
Forse i comandanti e i loro soldati pensano
che sia tutta propaganda di Hamas.
Forse deducono dai rapporti in inglese del
Cogat, l’ente militare israeliano per gli affari
civili a Gaza, che la fornitura di viveri
ai palestinesi è costante e sufficiente, e
forse pensano che i palestinesi che assaltano
i camion siano solo criminali.
Gli spari del 29 febbraio contro o verso
la massa di persone affamate non sono
stati un incidente casuale dovuto alla
stanchezza mentale. Rispecchiano lo spirito
militare che ha preceduto il massacro
del 7 ottobre e si è intensificato subito dopo:
da un lato, il disprezzo per i palestinesi,
considerati come persone meno degne
degli israeliani, e dall’altro, la loro
criminalizzazione come gruppo che rappresenta
una minaccia per definizione.
Se è accettabile bombardare gli edifici
residenziali e i civili che ci abitano perché
all’interno c’è un singolo dirigente di Hamas,
allora si è autorizzati a sparare alle
persone al buio, senza tenere conto che
genitori affamati e anziani o figli piccoli
stanno aspettando il loro ritorno a casa
con un po’ di farina.
Amira Hass è una giornalista israeliana.
Vive a Ramallah, in Cisgiordania, e scrive
per il quotidiano Haaretz.