The New Arab, Regno Unito
Il governo di Benjamin Netanyahu ha deciso di avviare un’operazione per conquistare l’intero territorio palestinese

Il 5 maggio il governo israeliano ha svelato la sua ultima strategia mili tare per la Striscia di Gaza, chiamata sinistramente “carri di Gedeone” (Merkavot Gideon). Approvata all’unanimità dal gabinetto di guerra, formalizza quello che i suoi critici definiscono come un progetto di occupazione permanente, trasferimento forzato di massa e intensificazione della violenza contro la popola zione palestinese assediata. Israele ha detto che darà tempo a Hamas fino alla f ine del viaggio del presidente statunitense Donald Trump in Medio Oriente, cioè dieci giorni, dopo di che l’“operazione ‘carri di Gedeone’ comincerà con estrema forza e non si concluderà finché tutti i suoi obiettivi non saranno raggiunti”. Tuttavia, resta poco chiaro quale tipo di accordo Hamas dovrebbe accettare, considerato che il gruppo palestinese ha già acconsentito a un piano dettagliato di cessate il fuoco che prevederebbe il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra.
Secondo i funzionari israeliani l’obiettivo dell’operazione è smantellare Ha mas e recuperare gli ostaggi, ma si preannuncia una notevole escalation nella logica della punizione collettiva e una potenziale occupazione permanente di parte o di tutta la Striscia, che sembra la finalità della guerra di Israele fin dall’ottobre 2023.
Modello Rafah
Secondo un alto funzionario israeliano il piano prevede l’uso di una forza schiacciante per via terrestre, marittima e aerea, e il ricorso a macchinari pesanti per demolire qualsiasi infrastruttura ritenuta una minaccia dall’esercito israeliano. A differenza delle offensive precedenti le forze israeliane non si ritireranno al ter mine delle operazioni militari. Al contra rio, rimarranno a tempo indeterminato nelle aree conquistate, trasformando intere porzioni della Striscia in una vasta zona cuscinetto o, come hanno detto alcuni funzionari in modo inquietante, una cintura di sicurezza “sanificata”.
Il funzionario ha confermato che le aree sgomberate dall’esercito seguiranno il “modello Rafah”, un eufemismo per indicare la completa distruzione dei quartieri civili e la loro integrazione nelle zone controllate da Israele. Questo linguaggio riflette un cambiamento non solo nella tattica ma anche nell’ambizione politica: la lenta annessione di gran parte della Striscia con il pretesto della sicurezza. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha lasciato poco spazio all’ambiguità: “Stiamo occupando Gaza per restarci. Basta fare dentro e fuori. Questa è una guerra per la vittoria”. Smotrich è andato oltre, affermando che gli israeliani dovrebbero smettere di aver paura della parola “occupazione” e che “un popolo che vuole vivere deve occupare la sua terra”, lasciando intendere che Gaza è considerata parte del territorio israeliano.
Un pilastro centrale del piano è il trasferimento forzato dei palestinesi dal nord di Gaza. Anche se i funzionari israeliani parlano di “trasferimento volontario”, l’intento e la portata dell’operazione equivalgono a uno sfollamento forzato e alla pulizia etnica, in violazione del diritto internazionale se condotti senza garanzie di ritorno o di sicurezza. I civili sa ranno spinti verso sud e radunati in zone strettamente controllate dagli israeliani.
Gli aiuti umanitari, già fortemente limitati al punto da causare condizioni di carestia, saranno usati ancora di più co me un’arma. Secondo il piano le forniture di aiuti riprenderanno solo dopo l’inizio delle operazioni militari e il trasferimento della popolazione. A quel punto saranno distribuiti da agenzie di sicurezza private autorizzate dall’esercito israeliano, in zone messe in sicurezza dove i destina tari saranno solo quelli selezionati.
Retroscena sinistro
Nella cultura ebraica Gedeone rievoca il guerriero biblico che guidò pochi prescelti ad annientare i madianiti, un antico popolo arabo. L’uso del termine dà all’operazione carri di Gedeone l’aura di una vendetta divina e di una conquista etnica. È un nome carico di violenza storica, oggi riciclato per presentare un moderno attacco militare come una legittima crociata. Il termine merkavot (carri) aggiunge a questo simbolismo un ulteriore livello di minaccia. Evoca sia i mitici strumenti di guerra sia i carri armati israeliani Merka va impiegati per distruggere case e vite umane a Gaza e in Cisgiordania. La fusione tra mito teologico e guerra meccanizzata caratterizza una campagna condotta con il linguaggio della guerra santa e con gli strumenti della distruzione di massa. C’è un retroscena ancora più sinistro. Secondo il giornale online israeliano Ynet, durante la discussione del gabinetto sul nome da dare all’operazione un ministro ha detto scherzosamente che si sarebbe dovuta chiamare “Che io muoia con tutti i filistei”, un inquietante riferimento agli antichi abitanti di Gaza, dai quali deriva il nome dei palestinesi.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe liquidato la proposta con gelida chiarezza: “No. Noi non vogliamo morire con loro. Vogliamo che muoiano da soli”. Questo scambio, in parte batti becco “scherzoso” in parte rivelatore di un intento genocida, mette a nudo un modo di pensare nel quale la violenza di stato è ammantata di scritture sacre e sarcasmo, e la cancellazione di un popolo non è solo una linea politica, ma anche una battuta finale.
In mancanza di qualche forma di accordo di pace, l’operazione carri di Gedeone rappresenta una svolta fondamenta le nell’approccio di Israele alla sua deva stante guerra a Gaza: dall’assedio alla conquista, dall’invasione temporanea all’occupazione. Le organizzazioni per i diritti umani, gli osservatori internazionali e i giuristi avvertono che questa mos sa delinea un quadro in cui la strategia militare diventa una copertura per la pulizia etnica e l’occupazione.
Hamas ha condannato l’operazione, accusando Israele di usare gli aiuti umanitari per mascherare la conquista di territori e lo sfollamento forzato.
Intanto, le famiglie degli ostaggi – che in teoria sarebbero la ragion d’essere dell’operazione – hanno reagito con sdegno. Molti considerano il piano un tradi mento, che sacrifica i loro cari per conquistare territori e vantaggi politici.
La loro rabbia è stata inasprita da un recente commento di Smotrich, secondo cui salvare gli ostaggi “non è l’obiettivo più importante”.
Internazionale 1613 | 9 maggio 2025