Palestina Dalla scuola biblica francese di Gerusalemme alla moschea Al-'Umari, ex tempio di Zeus. Fabrice Virgili, membro del progetto Gazahistoire: «Nella Striscia si sono succeduti 5mila anni di storia»
L’aviazione israeliana non ha risparmiato il deposito dell’Ebaf, la Scuola biblica e archeologica francese di Gerusalemme, ubicato al piano terra di una torre di Gaza City demolita negli scorsi giorni. Malgrado il repentino ordine di evacuazione del 10 settembre e gli scarsi mezzi a disposizione, l’istituto diretto dal domenicano Olivier Poquillon ha trasferito in un luogo «sicuro» della Striscia parte delle decine di migliaia di oggetti riportati alla luce in venticinque anni di scavi archeologici, promossi nel territorio di Gaza dal programma Intiqal coordinato da René Elter per l’Ong Première Urgence Internationale.
INOLTRE, la rivista Terresainte.net riferisce che molti reperti erano già andati in frantumi durante il saccheggio del magazzino, i cui scaffali sono stati usati dalla popolazione come legna da ardere.
«Ci battiamo per salvare cocci, anfore e iscrizioni ma ciò non significa che diamo più importanza alle pietre che ai gazawi costretti a fuggire», dice al manifesto Fabrice Virgili, membro del progetto Gazahistoire. «All’indomani del 7 ottobre 2023, le collezioni archeologiche, al pari dei siti e dei monumenti con valore patrimoniale della Striscia, hanno costituito un bersaglio», prosegue lo specialista di guerre mondiali. «La volontà di annientare il patrimonio gazawi per indurre a credere che in quei luoghi non vi fosse niente è palese – afferma Virgili –. A Gaza si sono succeduti 5mila anni di storia. I campi profughi e i palazzi sono attorniati da monumenti di epoca romana, bizantina, islamica, mamelucca e ottomana. Il nostro compito è raccontare il passato ma anche rendere note le devastazioni perpetrate dall’esercito israeliano». Il gruppo interdisciplinare Gazahistoire, afferente all’Università Parigi-Sorbona e al Centro Nazionale delle Ricerche (Cnrs), è impegnato nell’inventario del patrimonio bombardato (gazahistoire.hypotheses.org), che descrive – attraverso schede dettagliate e una carta interattiva a cura di Sébastien Haule – lo stato di 106 siti archeologici e spazi culturali prima e dopo il 7 ottobre.
TRA I LUOGHI finora colpiti si annovera il museo collocato all’ingresso dell’hotel al-Mathaf, a nord del campo profughi di Shati. Nato nel 2008 dalla raccolta privata dell’imprenditore gazawi Jawdat al-Khoudary per far fronte alle razzie israeliane che alimentano il mercato illecito di beni culturali, illustrava la storia di Gaza fin dalle origini. Un centinaio di reperti di tale collezione sono attualmente visibili all’Istituto del mondo arabo (Ima) di Parigi nel quadro della rassegna sui «tesori» di Gaza.
I crateri provocati dall’esercito israeliano per la ricerca di tunnel hanno inghiottito le testimonianze del porto di Anthedon (Al-Balakhiya), lungo 2.500 anni sbocco naturale verso la Penisola arabica per il commercio di spezie, profumi, pietre preziose e tessuti colorati. Anche la Grande Moschea Al-‘Umari, nel cuore di Gaza City, è stata gravemente danneggiata dalle bombe. L’edificio, trasformato in luogo di culto musulmano nel XII secolo, era impiantato sulle strutture di una chiesa, che aveva a sua volta sostituito un santuario ellenistico dedicato a Zeus Marnas. Mentre il genocidio del popolo palestinese si compie nell’ignavia dei governi internazionali, il composito e stratificato patrimonio di Gaza scompare nel silenzio generale. «In futuro speriamo di poter seguire la ricostruzione dei monumenti danneggiati o rasi al suolo – dichiara Virgili –. È fondamentale divulgare tutte le informazioni in nostro possesso, affinché nessuno possa dire che Gaza era un deserto».
L’ONDATA emotiva che accompagnò nel 2015 l’occupazione e la distruzione delle spettacolari architetture romane di Palmira da parte dell’Isis è un’eco lontana. Poiché l’archeologia non è mai disgiunta dal potere politico, la comunità internazionale fu allora capace di reagire in massa a un nemico, stigmatizzato dai media globali, che minacciava le rassicuranti radici europee rappresentate dal prestigioso sito Unesco della Siria. L’esigenza di condannare apertamente il massacro dei civili e le distruzioni del patrimonio continua a essere sentita oggi da quanti credono che la salvaguardia della memoria dell’umanità sia inscindibile dal territorio di Gaza e dalla sopravvivenza del popolo palestinese.
«Gaza non era un deserto»: la distruzione del patrimonio archeologico | il manifesto