Un bulldozer militare israeliano demolisce un edificio nel campo profughi di Nur Shams, a est di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata, il 31 dicembre 2025.
Zena Al Tahhan The Electronic Intifada 5 febbraio 2026
Decine di migliaia di palestinesi nel nord della Cisgiordania occupata ricordano oggi il primo anniversario della loro espulsione forzata dalle proprie case nei campi profughi di Tulkarem, Nur Shams e Jenin.
I campi rimangono sotto assedio militare e le forze israeliane sono ancora stanziate al loro interno.
Quando l'assalto a Jenin e Tulkarem ebbe inizio nel gennaio 2025, Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano, dichiarò che le sue truppe sarebbero rimaste nei campi fino alla fine dell'anno. Nel giro di poche settimane, circa 40.000 persone furono cacciate dalle loro case, molte sotto la minaccia delle armi da fuoco , in quella che fu descritta come la più grande espulsione di massa dal 1967.
Mentre i residenti entrano nel loro secondo anno di sfollamento, senza che si intraveda una fine dell'operazione, si pongono gravi questioni legali, politiche e morali.
Al centro di questa crisi c'è la grave e diretta minaccia allo status giuridico protetto dei rifugiati palestinesi, i quali, in base alla risoluzione 194 delle Nazioni Unite , hanno il diritto di tornare nelle loro terre d'origine, dalle quali furono violentemente espulsi durante la creazione di Israele come stato coloniale di insediamento nel 1948.
La questione dei rifugiati palestinesi, la più lunga crisi di rifugiati irrisolta al mondo, è ora entrata in una nuova e pericolosa fase, poiché le stesse famiglie sono costrette a spostarsi per la seconda volta in 77 anni, tanto in Cisgiordania quanto a Gaza.
L'attacco, che secondo i gruppi per i diritti umani costituisce crimini di guerra e crimini contro l'umanità, è andato ben oltre il semplice sfollamento. Migliaia di case sono state sistematicamente distrutte, interi quartieri rasi al suolo e infrastrutture civili distrutte.
Le autorità di occupazione israeliane hanno affermato che non sarà permessa la ricostruzione degli edifici residenziali demoliti; a riferirlo è l'organizzazione per i diritti umani Adalah, con sede ad Haifa, che ha rappresentato i residenti nei ricorsi contro la demolizione delle loro case. Ciò suggerisce un tentativo deliberato di cancellare definitivamente i campi profughi come spazi politici e fisici, assicurandosi così che molti rifugiati non abbiano più nulla a cui tornare, anche qualora l’assalto militare dovesse terminaare.
Parallelamente alle operazioni militari, il governo israeliano sta adottando misure concrete per limitare e porre fine al ruolo dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l'UNRWA, un'organizzazione creata in seguito alla fondazione di Israele e alla conseguente crisi dei rifugiati.
"Ciò che sta accadendo nella parte settentrionale della Cisgiordania non è altro che la distruzione di tre campi profughi, nel tentativo israeliano di distruggere non solo l'UNRWA, ma l'intero diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nelle loro terre d'origine, in base alle risoluzioni delle Nazioni Unite", ha dichiarato il leader politico palestinese Mustafa Barghouti a The Electronic Intifada.
"Israele pensa che se distrugge un campo, distruggerà il diritto al ritorno", ha continuato. "I rifugiati palestinesi, invece, non rinunceranno mai al loro diritto al ritorno, qualunque cosa accada".
Nell'ultimo anno, questi campi profughi si sono trasformati in città fantasma, prive di vita. I residenti espulsi restano sulle cime delle colline circostanti, il più vicino possibile, osservando i soldati israeliani occupare i loro campi, dormire nelle loro case e distruggere i loro ricordi davanti ai loro occhi.
Mentre lo sfollamento si aggrava e il mondo distoglie lo sguardo, la domanda non è più se questa crisi sia temporanea, ma se il mondo permetterà la cancellazione permanente, con la forza, dello status protetto dei rifugiati palestinesi.
“Questione di esistenza”
Negli ultimi anni, Israele ha adottato una serie di misure legali, amministrative e operative che hanno significativamente limitato la capacità dell'UNRWA di operare. Tra queste, una legge approvata alla fine del 2024 dal parlamento israeliano, che vieta all'UNRWA di operare all'interno di Israele.
Nel gennaio 2026, le forze israeliane hanno demolito parte degli uffici e delle strutture dell'UNRWA nella Gerusalemme Est occupata. Hanno anche interrotto l'elettricità alle strutture dell'agenzia nel campo profughi di Qalandia a Kufr Aqab e minacciano di chiudere il centro di formazione del campo, che offre istruzione professionale a centinaia di giovani studenti palestinesi.
Sebbene il divieto imposto all'UNRWA non ne vieti formalmente l'attività in Cisgiordania e a Gaza, esso impedisce qualsiasi contatto ufficiale israeliano con l'agenzia e annulla accordi e intese che in precedenza ne agevolavano il lavoro, incluso il rilascio di visti ai dipendenti stranieri. Queste misure hanno interrotto l'erogazione di servizi nei settori dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria e dell'assistenza umanitaria sia nella Striscia di Gaza occupata che in Cisgiordania.
Per oltre un decennio, l'UNRWA ha operato nonostante una cronica carenza di finanziamenti. Con gli Stati Uniti – storicamente il principale donatore dell'agenzia – che negli ultimi anni hanno sospeso a intermittenza i finanziamenti all'UNRWA, l'agenzia ha segnalato carenze di bilancio e riduzioni dei servizi che hanno colpito milioni di rifugiati palestinesi registrati.
"I campi profughi palestinesi ricadono sotto la diretta responsabilità amministrativa dell'UNRWA", ha dichiarato a The Electronic Intifada Bashir Mataheen, portavoce del comune di Jenin. "Oggi, l'UNRWA si trova a un bivio molto pericoloso, con evidenti riduzioni dei servizi e la minaccia di una chiusura totale".
Questo, ha detto, indicando il campo profughi di Jenin sotto assedio alle sue spalle, è un “problema di esistenza” per i residenti del campo.
“La popolazione del campo di Jenin è stata sfollata nel 1948 e questo è il secondo sfollamento, ripetuto nel 2025. Questa situazione è estremamente pericolosa e minaccia il loro intero futuro.”

E, ha avvertito Mataheen, costringere l'UNRWA ad andarsene o a chiudere avrebbe implicazioni che vanno oltre la dimensione umanitaria.
"Mette in discussione la posizione politica di queste famiglie e il futuro del loro diritto al ritorno. Una volta scomparso l'organismo internazionale che formalmente tutela il loro status di rifugiati, tale diritto rimarrà senza un quadro normativo chiaro e senza garanzie. Si creerà un grave vuoto politico e una crisi".
Il 21 dicembre 2025, Philippe Lazzarini, commissario generale dell'UNRWA, ha dichiarato sul suo account ufficiale X che la "campagna coordinata per smantellare l'UNRWA ha raggiunto livelli mai visti" negli ultimi due anni.
"Un mito diffuso è che l'UNRWA mantenga i rifugiati palestinesi in un limbo. La verità è che, ovunque si trovino, i rifugiati rimangono rifugiati in assenza di soluzioni politiche giuste e durature per la loro situazione", ha scritto.
“Smantellare l’UNRWA non porrà fine allo status di rifugiati dei palestinesi in assenza di una soluzione politica”.
Status politico
Israele ha lanciato il suo assalto nel nord della Cisgiordania occupata il 21 gennaio 2025, appena due giorni dopo l'annuncio di un secondo cessate il fuoco, poi fallito, nell'ambito del genocidio ancora in corso nella Striscia di Gaza occupata. La scelta temporale ha evidenziato uno spostamento del focus militare invece che una de-escalation, e le forze israeliane hanno rapidamente intensificato i propri attacchi in tutta la Cisgiordania.
L'offensiva, iniziata quasi esattamente un anno fa, si è concentrata sulle città di Jenin e Tulkarem, dove le forze di occupazione hanno condotto raid prolungati, attacchi aerei e incursioni di terra, uccidendo decine di palestinesi e ferendone molti altri. L'assalto ha comportato l’impiego di centinaia di truppe di terra, incluse forze speciali e cecchini, insieme a droni armati, aerei da ricognizione, veicoli blindati e carri armati.
Quartieri residenziali e i campi profughi sono stati messi sotto assedio, con la distruzione diffusa di case, strade e infrastrutture civili, segnando il più lungo assalto militare nella zona dalla seconda intifada degli anni 2000.
Secondo le immagini satellitari ottenute dalle Nazioni Unite, entro maggio 2025, meno di sei mesi dopo l'inizio dell'assalto, circa il 43% del campo profughi di Jenin era stato distrutto, così come il 35% del campo di Nur Shams e il 14% del campo di Tulkarem.
"Nemmeno un edificio nel campo profughi di Jenin è rimasto indenne dai danni. Le statistiche preliminari indicano che oltre 1.500 case nel campo sono state completamente distrutte", ha detto Mataheen.
"Le perdite alle infrastrutture, tra cui elettricità, acqua, sistemi fognari e reti stradali nel solo campo, hanno superato i 320 milioni di dollari", ha continuato.
"Per i residenti, questa non è solo una crisi umanitaria e di rifugiati", ha affermato Mataheen. "Si tratta della possibile cancellazione dello status politico che hanno mantenuto per quasi ottant'anni".
Zena Al Tahhan è una scrittrice e reporter televisiva indipendente che vive nella Gerusalemme occupata.
https://electronicintifada.net/content/jenin-and-tulkarm-refugees-fear-permanent-displacement-again/51207
Traduzione a cura di Associazione di Amicizia-Italo Palestinese Onlus, Firenze