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Terra rimossa Cisgiordania sigillata: in una settimana di guerra all'Iran, l'esercito israeliano ha istallato altri blocchi alle comunità. I coloni ne approfittano per intensificare gli attacchi: in quarantotto ore hanno ucciso quattro persone
Michele Giorgio
TURMUS AYYA
La barriera di colore giallo all’ingresso di Turmus Ayya è chiusa. Abbiamo un appuntamento con Marzouk Abu Wahid, il vicesindaco di Maghayyer. Ma il nostro viaggio si interrompe in questo punto. L’unico percorso possibile passa di qui: le stradine interne di campagna non sono praticabili con l’auto, anche per la pioggia caduta copiosa un paio di giorni fa.
Alle nostre spalle i coloni israeliani sfrecciano con le loro auto sulla superstrada 60: da Gerusalemme in pochi minuti raggiungono i loro insediamenti senza difficoltà e si muovono in assoluta libertà ovunque nella Cisgiordania occupata, grazie a una rete stradale sempre più concepita per favorire i loro spostamenti.

INVECE, DA QUANDO Israele e Stati uniti hanno attaccato l’Iran dando inizio alla guerra che da una settimana infiamma mezza regione, i palestinesi sono chiusi nei loro centri abitati. Più di mille i cancelli, le recinzioni e le barriere che l’esercito israeliano ha montato negli ultimi due anni intorno a villaggi e città palestinesi, in aggiunta ai posti di blocco. Sabato scorso un ordine dei comandi militari ne ha imposto la chiusura."
Arriva un taxi palestinese. Scendono tre donne dirette a Turmus Ayya. All’autista chiediamo se è possibile aggirare lo sbarramento e raggiungere Maghayyer. Abdul Rahman Abayat, questo è il suo nome, scuote la testa. Lui le strade le conosce tutte: è il suo lavoro e il suo impegno quotidiano riportare le persone a casa superando ostacoli di ogni tipo.
«Non c’è modo, è tutto chiuso, è pericoloso anche camminare da un posto all’altro – ci dice – Dalle torrette di sorveglianza i soldati vedono tutto e, se si insospettiscono, rischi di farti ammazzare». Le chiusure, aggiunge, spingono anche i pochi che hanno un permesso di lavoro a non uscire dai villaggi per recarsi in città: «Puoi rimanere bloccato e devi trascorrere la notte fuori casa, in officine, cantieri edili, dove capita».
Tornando indietro, passiamo accanto a Sinjil. Lo scorso anno le forze armate israeliane hanno completato una recinzione alta alcuni metri intorno al villaggio, per «impedire i lanci di sassi contro le auto dei coloni». Ma da allora da Sinjil si esce solo con un’autorizzazione dei militari. Qualche giorno fa, riportano i media palestinesi, nel villaggio di Duma (Nablus) un’anziana di 86 anni ha avuto una crisi cardiaca. Il consiglio del villaggio ha dovuto inviare una foto della donna e del suo accompagnatore, insieme a uno dei documenti d’identità e chiedere l’aiuto della Croce rossa.
Solo dopo ore le autorità militari hanno consentito a un’ambulanza di raggiungerla. La vita dei palestinesi sotto occupazione è segnata da decenni di ostacoli quotidiani, tuttavia, nell’ultima settimana le difficoltà si sono moltiplicate. Le forze armate tengono chiuso per ore il checkpoint di Zaatara, a metà strada tra Ramallah e Nablus a nord, e quello tra Ramallah e Betlemme a sud, i principali nodi di collegamento in Cisgiordania.
TELEFONIAMO ad Abu Wahid. Gli spieghiamo l’impossibilità di raggiungere Maghayyer. «Purtroppo non mi stai dicendo nulla di nuovo – ci risponde il vicesindaco – Gli accessi al villaggio sono quasi sempre chiusi. L’ingresso orientale è chiuso dal 7 ottobre 2023; da lì si raggiungono circa 100 ettari di nostri terreni agricoli, ora occupati dai coloni israeliani». Anche l’ingresso occidentale, aggiunge, «è spesso bloccato. Molte volte il posto di blocco resta chiuso dalle 7 del mattino fino a sera, impedendo alle persone di andare al lavoro»."
Maghayyer, a est di Ramallah, conta 4mila abitanti. È una comunità che vive principalmente di agricoltura e allevamento. Dopo il 7 ottobre le aree di pascolo sono state limitate e i coloni israeliani agiscono indisturbati: diversi pastori sono stati aggrediti, le pecore rubate o uccise.
«Fino a due anni fa – prosegue Abu Wahid – avevamo 35mila mucche, pecore e altri animali, oggi ne restano 6-7mila. Molti allevatori sono stati costretti a vendere. I contadini non possono raggiungere campi e frutteti. Quando provano a farlo arrivano coloni armati a mandarli via». Due anni fa centinaia di coloni diedero fuoco a 16 abitazioni e 50 automobili a Maghayyer. Un giovane, Jihad Abu Alia, fu ucciso.
La violenza dei coloni in questi giorni non ha freni. Ieri a Wadi Rakhim, a sud di Hebron, per la seconda volta in meno di una settimana, i coloni israeliani hanno sparato e ucciso. Le vittime dell’attacco sono fratelli, proprio come i due palestinesi assassinati lunedì a Qaryout (Nablus). Amir Shanaran, padre di due bambini, è stato colpito a morte da colpi d’arma da fuoco; suo fratello Khaled è in condizioni critiche. I coloni erano entrati nei terreni del villaggio per far pascolare il bestiame. I palestinesi usciti per allontanarli sono stati raggiunti da spari. L’esercito, aggiungono, è rimasto a guardare."