Imporre la pace in Medio Oriente

Information Clearing House

08.01.2010  

http://www.informationclearinghouse.info/article24353.htm

 

“Imporre la pace in Medio Oriente”

  di Henry Siegman

Un'azione di forza dall'esterno è l'unica alternativa al mantenimento di una situazione di status quo instabile e pericolosa.
 

 

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Henry Siegman, direttore del progetto U.S./Medio Oriente a New York, è un professore invitato responsabile della ricerca presso il programma Sir Joseph Hotung per il Medio Oriente, Istituto di studi orientali e africani, Università di Londra.Il presente articolo si basa su uno studio di più lunga durata commissionato dal centro norvegese per la pace di Oslo.

 


L'inesorabile marcia di Israele per ottenere "fatti compiuti" nella West Bank occupata, che prosegue addirittura in violazione del modesto congelamento degli insediamenti promesso dal primo ministro Benjamin Netanyahu, sembra finalmente essere riuscita a sancire l'irreversibilità del progetto coloniale. Grazie a questo risultato "positivo", che vari governi successivi di Israele avevano cercato a lungo di ottenere per impedire la possibilità di una soluzione a due Stati, Israele ha raggiunto il limite per passare da "l'unica democrazia in Medio Oriente" all'unico regime di apartheid nel mondo occidentale.

 

L'inevitabilità di tale trasformazione è stata voluta non dagli "israeliani violenti" ma dagli stessi leader del paese. Il primo ministro Ariel Sharon aveva prospettato quel pericolo, e così anche il primo ministro Ehud Olmert, che aveva allertato che Israele sarebbe diventato un regime di apartheid se non avesse rinunciato a "quasi tutti i territori, se non tutti", comprese le parti arabe di Gerusalemme est.

Olmert ha messo in ridicolo gli strateghi della difesa israeliani che, a suo dire, non hanno imparato niente dal passato e hanno conservato la mentalità della guerra di indipendenza del 1948. "Con loro, si parla solo di carri armati e territori e controllo dei territori e la sommità di questa o quella collina" ha affermato "tutto ciò non ha alcun valore. Chi pensa seriamente che guadagnare un'altra sommità di collina o altri centro metri sarà significativo per la sicurezza di base dello Stato di Israele?".

 


È adesso ampiamente riconosciuto in molti circoli israeliani, sebbene sia negato dal governo di Israele, che gli insediamenti sono diventati così numerosi e così profondamente radicati nella West Bank da precludere a questo o ai prossimi governi israeliani la possibilità di spostarli (eccetto per alcuni più isolati e scarsamente popolati) a meno che Israele non sia obbligata a farlo per un intervento internazionale, un'eventualità sinora reputata altamente improbabile.
Non è solo la proliferazione e la dimensione degli insediamenti che rende impossibile il loro smantellamento.

Altri fattori sono stati ugualmente decisivi: l'influenza del settore industriale per la sicurezza dei coloni, che ha concepito e attuato questa politica; la recente scomparsa di un partito politico durevole a favore della pace in Israele; e l'infiltrazione di coloni e di loro sostenitori nei campi religioso-nazionale nelle posizioni dirigenti chiave degli apparati militari e di sicurezza in Israele.
Olmert si sbagliava su un punto, quando ha affermato che Israele sarebbe divenuto un regime di apartheid quando la popolazione araba nel Grande Israele avrebbe superato la popolazione ebrea: il numero relativo della popolazione non è il fattore decisivo in una trasformazione di questo genere. Il punto di svolta è raggiunto piuttosto quando uno Stato nega l'autodeterminazione a una parte del suo popolo, anche se una minoranza, al quale ha negato anche il diritto di cittadinanza.

Quando uno Stato nega i diritti individuali e nazionali a un'ampia porzione della popolazione in modo permanente, non è più una democrazia. Quando la ragione di questa duplice negazione è l'identità etnica e religiosa di un popolo, lo Stato sta allora mettendo in atto una forma di apartheid, o di razzismo, non molto distante da quella che ha caratterizzato il Sud Africa fra il 1948 e il 1994. La democrazia che Israele assicura ai cittadini di prevalente origine ebrea non può nascondere il cambiamento del suo carattere. Per definizione, una democrazia riservata a cittadini privilegiati, mentre tutti gli altri sono tenuti dietro check point, barriere di filo spinato o muri di separazione voluti dall'esercito israeliano, non è democrazia ma è il suo contrario.Gli insediamenti ebraici e le loro infrastrutture di supporto, che si estendono nella West Bank, da est a ovest e da nord a sud, non sono sorti spontaneamente come le erbacce del giardino. Ma sono stati attentamente progettati, finanziati e protetti dai governi israeliani che si sono succeduti e dall'esercito israeliano. Lo scopo degli insediamenti era negare al popolo palestinese l'indipendenza e una nazione, o più precisamente, conservare il controllo di Israele sulla Palestina "dal fiume sino al mare", un obiettivo che preclude l'esistenza di uno Stato palestinese durevole e sovrano ad est della frontiera di Israele come era prima del 1967.

Un ricordo vivido di quando ero a capo dell'American Jewish Congress è un volo in elicottero sulla West Bank, sul quale mi aveva portato Ariel Sharon. Con mappe grandi e consunte in mano, mi indicava tutte le posizioni strategiche per insediamenti presenti e futuri sugli assi est-ovest e nord-sud che, come Sharon mi assicurava, avrebbero impedito un futuro Stato palestinese.Solamente un anno dopo la guerra del 1967, Moshe Dayan, ministro della difesa, descriveva il piano di Israele per il futuro dei territori come "la realtà attuale". "Il piano è effettivamente in via di attuazione" ha detto, "quello che esiste oggi deve rimanere come sistemazione permanente nella West Bank". Dieci anni dopo, ad una conferenza svoltasi a Tel Aviv che verteva sul raggiungimento di una soluzione del conflitto israelo-palestinese, Dayan ha detto: "la domanda non è "qual è la soluzione?" ma "come vivere senza una soluzione?""

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Secondo le condizioni poste dal primo ministro Netanyahu per un Stato palestinese, le frontiere e lo spazio aereo internazionali della Palestina resterebbero sotto il controllo di Israele, così come l'intera valle del Giordano; i coloni resterebbero dove sono; e il rimanente territorio di tale Stato sarebbe frammentato. Le condizioni poste da Netanyahu negherebbero inoltre ai palestinesi anche quelle parti di Gerusalemme Est che Israele ha unilateralmente annesso alla città subito dopo la guerra del 1967, zone che non hanno mai fatto parte di Gerusalemme prima della guerra. In altre parole, le condizioni poste da Netanyahu per la creazione dello Stato palestinese soddisferebbero l'obiettivo di Dayan di lasciare di fatto in piedi l'occupazione Israeliana.Dalla disposizione di Dayan di mantenere lo status quo fino alla prescrizione di Netanyahu di una soluzione a due Stati, Israele ha vissuto senza una soluzione, non per incertezze o negligenza ma a causa di una politica deliberata, continuando di nascosto l'espansione degli insediamenti fino al punto di irreversibilità e facendo finta di cercare "un partner palestinese per instaurare la pace".

Prima o poi la Casa bianca, il Congresso e l'opinione pubblica americana, per non parlare della classe dirigente ebraica che ignora la mutevole opinione che la che le sue nuove generazioni  hanno del comportamento di Israele, dovranno affrontare il fatto che il rapporto speciale che l'America ha con Israele sostiene un'impresa colonialista.La resa del presidente Obama riguardo al congelamento degli insediamenti di Netanyahu è stata percepita in molti casi come il crollo dell'ultima speranza di raggiungere un accordo sulla soluzione a due Stati.

Ha profondamente screditato il concetto che la moderazione palestinese sia la via per ottenere uno Stato e pertanto ha anche screditato il presidente dell'autorità palestinese Mahmoud Abbas, maggior fautore della moderazione in Palestina, che ha annunciato la sua intenzione di non candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.
Il modesto congelamento di Netanyahu è stato definito dall'amministrazione Obama come "senza precedenti", sebbene le deroghe – 3000 abitazioni di cui apparentemente sono già state gettate le fondamenta, edifici pubblici e costruzione senza limite a Gerusalemme est – abbiano consentito la costruzione totale là  dove era stato previsto anche in assenza di congelamento. Difatti, Netanyahu ha assicurato ai dirigenti dei coloni e al suo gabinetto che, dopo i dieci mesi di congelamento, la costruzione riprenderà – secondo il ministro Benny Begin a un ritmo anche più sostenuto di prima – anche se Abbas concordasse di tornare a negoziare. Infatti la stampa israeliana ha segnalato che nonostante il congelamento, è in corso un boom edilizio negli insediamenti.

L'amministrazione Obama non ha rimproverato pubblicamente questi comportamenti e non ha imposto il genere di sanzioni che sono inflitte ai Palestinesi quando violano gli accordi.
Ma quello che è ampiamente ritenuto essere stato il colpo di grazia inflitto alla soluzione a due Stati potrebbe invece rivelarsi la condizione necessaria per il suo eventuale raggiungimento. Tale condizione è l'abbandono dell'idea del tutto errata che uno Stato palestinese possa nascere senza un'azione di forza dall'esterno.

La comunità internazionale ha dato segni di esasperazione davanti agli inganni e all'ostruzionismo di Israele e anche per il fatto che Washington non abbia dimostrato che ci sono conseguenze non solo per le violazioni degli accordi da parte dei palestinesi, ma anche per quelle da parte di Israele. L'ultima cosa che la comunità internazionale desidera è la ripresa di negoziati prevedibilmente insignificanti fra Netanyahu e Abbas.

Al contrario, in molti stanno spostando l'attenzione su un'azione di forza di un terzo, idea che non è più un tabù.
È ironico che sia proprio Netanyahu adesso a insistere sulla ripresa dei negoziati di pace. Per lui, una sospensione prolungata dei negoziati rischia di svelare l'irreversibilità degli insediamenti, e quindi di far perdere il carattere democratico di Israele, giustificando un'azione esterna come unica alternativa a una situazione attuale instabile e pericolosa.

L'amministrazione Obama potrebbe essere riluttante a sostenere una tale azione, ma potrebbe anche non essere più disposta a bloccarla.
Questi non sono timori immaginari. Il 9 dicembre i capi israeliani dell'intelligence militare, lo Shin Bet e altri funzionari della difesa hanno detto al gabinetto di Netanyahu responsabile della sicurezza che lo stallo del processo di pace aveva creato un vuoto pericoloso "che vari Stati stanno riempiendo con proprie iniziative, nessuna delle quali è a favore di Israele". Hanno anche sottolineato che "il fatto che l'azione degli Stati Uniti sia senza prospettive peggiora il problema".

Se questi timori diventeranno realtà e la comunità internazionale abbandonerà un processo di pace moribondo a favore di determinate azioni di terzi, la soluzione a due Stati può ancora essere possibile. Una proposta recente della presidenza svedese dell'Unione europea è forse il primo segno della determinazione della comunità internazionale di reagire in modo più significativo all'intransigenza di Netanyahu. La proposta, adottata dai ministri degli esteri dell'Unione europea l'8 dicembre, ha riaffermato una precedente dichiarazione del Consiglio europeo secondo la quale l'Unione europea non riconosce i cambiamenti apportati unilateralmente dagli israeliani alla situazione delle frontiere come era prima del 1967. La risoluzione contesta anche le misure israeliane che negano la presenza di un futuro Stato palestinese a Gerusalemme. L'approvazione della dichiarazione del primo ministro dell'autorità palestinese Salam Fayyad, che prevedeva un'iniziativa di rafforzamento delle istituzioni della durata di due anni, lascia dedurre la futura disponibilità di agire a favore della dichiarazione di uno Stato palestinese a seguito del previsto completamento dell'iniziativa.

Nella sua prima dichiarazione sul conflitto israelo-palestinese in qualità di nuovo Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, la baronessa Catherine Ashton ha affermato: "Non possiamo tollerare, e la regione dubito che potrebbe sopportarlo, un'altra tornata di negoziati infruttuosi".
Una soluzione imposta comporta dei rischi che però non sono nemmeno confrontabili con i rischi del perdurare del conflitto senza controllo. Inoltre, poiché alle due parti  è chiesto solamente di accettare ciò cui si erano già impegnati in accordi formali, la comunità internazionale non sta imponendo le sue idee ma semplicemente insistendo affinché le parti rispettino gli obblighi esistenti.

Questo genere di intervento, o di "imposizione", non è affatto senza precedenti; è il pane quotidiano della diplomazia internazionale. Definisce i rapporti dell'America con gli alleati e parimenti con i paesi con i quali i rapporti sono meno amichevoli.
A Obama non occorrerebbe un'audacia straordinaria per riaffermare la posizione ufficiale di tutti i precedenti governi statunitensi, compreso quello di George W. Bush, secondo la quale i cambiamenti alla situazione prima del 1967 non possono essere introdotti unilateralmente, a prescindere dal fatto che alcune modifiche possano essere auspicabili o necessarie.

Anche Bush, che in Israele è chiamato "il migliore presidente americano che Israele abbia mai avuto", aveva affermato categoricamente che questo principio inviolabile si applica anche agli insediamenti che Israele insiste di voler annettere. Parlando di questi insediamenti in una conferenza nel maggio 2005, Bush ha affermato che "i cambiamenti all'armistizio del 1949 devono essere concordati dalle due parti", precisazione ampiamente ignorata dai governi israeliani (e dallo stesso Bush). L'anno successivo il segretario di Stato, Condoleeza Rice, era stata ancora più esplicita, affermando che " il presidente lo ha affermato al momento dello status definitivo, sarà necessario tenere conto di nuove realtà che sono realmente cambiate dal 1967, ma in nessun caso....si potrà farlo preventivamente e in maniera predeterminata, perché si tratta di questioni oggetto di negoziati sullo status definitivo".

Naturalmente Obama non può lasciare dubbi che per gli Stati Uniti è inconcepibile non soddisfare appieno le reali esigenze di sicurezza di Israele, indipendentemente da quanto sia scontento di una particolare politica del governo di Israele. Ma allo stesso tempo non deve lasciare dubbi sul fatto che è del pari inconcepibile abbandonare i valori fondamentali dell'America o comprometterne gli interessi strategici per mantenere al potere il governo di Netanyahu, in particolare quando sostenere questo governo significa sostenere un regime che discrimina ed espropria il popolo palestinese.

In sintesi, le iniziative per ottenere la pace in Medio Oriente continueranno a fallire e la possibilità di una soluzione a due Stati scomparirà se la politica statunitense continua a ignorare gli sviluppi avvenuti realmente nei territori occupati e all'interno di Israele, che adesso possono essere invertiti solo mediante un'azione esterna. Il presidente Obama è in una posizione favorevolissima per aiutare Israele a rivendicare gli ideali ebraici e democratici sui quali si fondava lo Stato, se smette di condurre la politica di sempre.

Ma non è stata proprio la sua promessa di rifiutare la solita politica che lo ha portato alla presidenza e gli ha fatto guadagnare la meraviglia e il rispetto del mondo intero?
 
 

(tradotto da Francesca Agostini)