Sabra e Chatila, storia di un massacro rimosso


La storia di un massacro volutamente rimosso: Sabra e Chatila

Pagine tratte da:
“La diaspora palestinese in Libano e i tempi della guerra civile”- 2008

di Mariano Mingarelli

 

Antefatto: Il 6 giugno 1982, con l’Operazione “Pace in Galilea” le armate israeliane, forti di 60.000 soldati, affiancati da mezzi corazzati e supportati dalla marina e dall’aviazione, invadono il Libano e il 13 giugno sono già a Beirut, dove, per 88 giorni, pongono sotto assedio i quartieri occidentali della città, che vengono inesorabilmente bombardati da terra, dal cielo e dal mare dalle forze israeliane.

                            

sabra_chatila_massacre_01ab

 

“Il 19 agosto1982, la proposta libanese sull’intervento di una “Forza Multinazionale di interposizione”  viene accettata dai rappresentanti di USA, Francia, Italia e Israele.
 Lo scopo del piano è quello di garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut.
Il mandato ha la durata di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre 1982,  e prevede la presenza  di 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani.

Partiti i combattenti palestinesi entro il 4 settembre, la forza multinazionale deve collaborare con l’esercito libanese per portare una sicurezza durevole in tutta la zona di operazioni e garantire l’incolumità dei civili palestinesi rimasti. 

Tra la fine di agosto e i primi di settembre, 15.000 combattenti palestinesi e tutta la dirigenza politica dell’OLP sono costretti ad abbandonare i campi e imbarcarsi per Tunisi sotto la protezione delle truppe dell’ONU.  

Il 23 agosto 1982 il Parlamento libanese, riunito nel settore Est controllato dai falangisti e circondato dai tank  israeliani, elegge Beshir Gemayel a Presidente della Repubblica. 
Israele ha realizzato il suo obiettivo: ha ora al potere l’uomo che per anni ha armato e sostenuto e che vuole portare a termine non solo il disarmo di tutti i palestinesi, ma anche la cancellazione della loro presenza nel Paese dei Cedri. 
Nel settore Ovest di Beirut ci sono ancora le milizie armate “Morabitun” dei nasseriani, quelle degli sciiti del movimento Amal, dei comunisti, e dei drusi del partito social-progressista  di Walid Jumblatt, che sono in possesso anche di armi pesanti, in quanto i palestinesi in partenza  hanno lasciato loro perfino blindati e mortai.
Beshir Gemayel  per imporre la sua autorità anche su Beirut Ovest deve appoggiarsi all’azione repressiva delle truppe israeliane di occupazione.
Quelle delle UN risultano essere  solo d’intralcio per l’attuazione dei progetti successivi. Esse vanno fatte ripartire il più presto possibile. 
Nonostante la richiesta  di alti esponenti di governo, sunniti e cristiani, perché la Forza Multinazionale rimanga a presidiare Beirut fino alla partenza delle truppe israeliane, questa si  imbarca in anticipo sulla data stabilita, lasciando libero il campo all’invasione di Beirut Ovest. 

Il 9 settembre partono i marines, l’11 i bersaglieri italiani e il 13 settembre salpano i francesi. 

Il 12 settembre le Forze libanesi ammassano a Shweifat camion per il trasporto di truppe e bulldozer per demolire i sottostanti campi di Sabra e Chatila, oltre che per scavare le fosse  comuni dove seppellire le future vittime: il progetto di Beshir Gemayel sta per realizzarsi.

Il 14 settembre una carica di tritolo esplode nella roccaforte cristiana delle “Forze Libanesi” ad Ashrafieh facendo 21 morti, tra i quali il presidente Beshir Gemayel.

Responsabile dell’attentato è un appartenente al “Partito social-nazionalista siriano”, di nome     Habib Shartuni, che ha agito per vendicare la morte del padre, assassinato dalle squadre di Beshir Gemayel. 

Il 15 settembre le truppe israeliane invadono Beirut Ovest, circondano i campi profughi e bloccano ogni possibilità di accesso e di circolazione all’interno della città 
Nonostante le “precise garanzie” per l’incolumità dei civili palestinesi date al rappresentante del governo statunitense, Philip Habib, il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo delle “Forze Libanesi” di affidare il comando dell’operazione di “pulizia etnica” a Sabra e Chatila al responsabile dei servizi speciali libanesi, Elias Hobeika. 

                                
Prima dell’azione delle forze libanesi, soldati israeliani appartenenti al corpo d’élite “Sayyeret Maktal”, setacciano i campi e i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti credendosi al sicuro perché non hanno partecipato ai combattimenti  Di essi hanno nominativi e relativi indirizzi.
I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti terrorizzati e, appena viene identificata la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all’istante  con una pallottola alla nuca.
In questo modo vengono assassinate 63 persone. 


sayyeret maktal 02ab 

Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre i miliziani libanesi penetrano nei campi e iniziano la mattanza, in un’orgia di sangue e di follia.

Dopo la prima “eliminazione mirata” effettuata dagli specialisti del “Sayyeret Maktal”, nei campi, sui camion militari dell’esercito israeliano, vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito  del Sud del Libano, al comando del maggiore Saad Haddad.
L’unità di questi ausiliari dell’esercito israeliano è guidata dal capitano Camille Khoury. 
Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità. 
Oltre alle  milizie cristiane gli israeliani trasportano nei campi anche milizie  musulmane sciite. 

                                                                           sabra_chatila_massacre_05ab  
                                                 
Palestinesi, siriani e libanesi subiscono lo stesso destino. Cumuli di carte di identità libanesi accanto  alle vittime fanno capire dell’inutile tentativo di trovare scampo alla morte.
Dapprima il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, usando coltelli, accette, pugnali. Sventrando, sgozzando, decapitando, violentando, squarciando i corpi vivi delle vittime.
Paralizzata dal terrore la gente dei campi resta chiusa nelle case fino a che su di lei viene ad abbattersi irrimediabilmente la furia omicida degli assassini.
Dopo i primi spari ed un tentativo di resistenza il massacro prosegue ancora più feroce.
Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi di bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri delle madri, squarciati insieme ai feti. Teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Corpi di donne impudicamente discinte per la ripetuta violenza subita e poi decapitate. Uomini abbattuti e poi castrati. I corpi di coloro che sono stati trascinati legati ai mezzi blindati o squarciati come fossero animali da macello.
Brandelli di corpi incastrati trai i cingoli dei carri armati. Corpi di bambini tagliati e ricomposti in modo osceno a spregio di ogni senso di umanità. File di corpi di uomini fucilati.
Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o in fosse comuni. Camion carichi di cadaveri e camion di uomini in procinto di divenire cadaveri. 
Il rastrellamento avviene casa per casa perché nessuno possa sfuggire al suo tragico destino.

 

sabra_chatila_massacre_08ab

Il tutto sotto l’occhio vigile dei soldati e degli ufficiali israeliani che dall’alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze disumane che non ebrei stanno compiendo su altri non ebrei. 

Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero.
Coloro che hanno cercato rifugio nell’ospedale vengono trascinati via. Alcuni sono assassinati subito, altri prima di arrivare alla Città sportiva. 

Venerdì 17 settembre la notizia della strage comincia a circolare e varie ambasciate informano i loro governi. 

Le Forze libanesi ora hanno fretta, devono finire presto il lavoro loro commissionato dai vertici israeliani, per cui sparano su tutto ciò che si muove a Chatila, alla rinfusa, lasciando i cadaveri accatastati nei vicoli.
Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri tra le macerie dello stadio bombardato, presso i campi palestinesi.
Di molti di questi ostaggi non è poi dato sapere più nulla, solo alcuni più tardi vengono trovati nelle  fosse comuni.    
                                              

sabra_chatila_massacre_09ab

Israele nel frattempo partecipa alla strage con il lancio continuo di razzi che illuminano a giorno le vie dei campi dove avviene il massacro.
Israele fornisce agli assassini supporto in armi, in bevande alcoliche e in razioni alimentari.
Soldati e ufficiali israeliani sono direttamente presenti sulla scena a dirigere l’azione dei miliziani libanesi. Osservano compiaciuti le atrocità che vengono commesse. Ai posti di blocco respingono uomini e donne palestinesi e libanesi che cercano scampo nella fuga. Scacciano donne disperate che chiedono informazioni sui loro cari trascinati fuori prigionieri per essere interrogati nella Città sportiva o consegnati alle Forze libanesi per la loro definitiva  eliminazione fisica. 

All’alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro a sé un numero imprecisato di morti sparsi nelle strade, nei vicoli, entro le case, sommersi dai cumuli di detriti delle case abbattute.  

Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa riescono finalmente ad entrare nei campi l’immagine che si presenta loro è spaventosa, insopportabile. Molti di loro piangono in modo incontenibile,  altri, riversi sui muri, vomitano.

                                              sabra_chatila_massacre_07
                    
Centinaia di cadaveri in putrefazione sbarrano loro la strada. Fetore, mosche e l’orrore di quanto si presenta loro davanti hanno un effetto devastante, specie se comparato all’indifferenza con la quale i soldati israeliani osservano il loro stupore prima di allontanarsi per lasciare libera la zona del massacro. 
Il numero totale delle persone assassinate e di quelle scomparse nel nulla è di circa 3.000 vittime. 

sabra_chatila_massacre_02ab

Secondo i testimoni il massacro è stato compiuto da 1500 uomini che parlavano il dialetto di Beirut ed indossavano le uniformi delle Forze libanesi. Tra gli assassini si erano distinti i reparti dei comandanti Elias Hobeika, Dib Anastas, Joe Eddé, Pussy Ashar. 

Le testate giornalistiche internazionali trattano l’argomento per pochi giorni. 

Il Newsweek decreta addirittura che la notizia più importante della settimana trascorsa è data dalla morte della principessa Grace. Il massacro è ormai volutamente rimosso.

Tant’è vero che, la settimana successiva lo stesso giornale titola: <<Il tormento di Israele.>> 

                                                            sabra_chatila_massacre_12ab

In breve tempo, i mezzi internazionali di comunicazione si sono dati da fare per  riciclare l’immagine disonorata d’Israele, trasformandola in quella “pietosa” della vittima ingiustamente infangata! “