Sulla mostra "Anche questo è Gaza"

Jadaliyya
16.01.2013

http://www.jadaliyya.com/pages/index/9599/on-the-exhibition-this-is-also-gaza

Sulla mostra “Anche questo è Gaza” 

di Samia Halaby  

Per scrivere queste annotazioni vorrei attingere alla mia conoscenza di storico della pittura palestinese del XX secolo, così come alla mia personale esperienza con alcuni di questi artisti quando fui co-curatrice della mostra “Williamsburg Bridges Palestine” all’Al Jisser Group a New York. Inoltre, mi sono fatta un po’ di esperienza visitando Gaza ed entrando in contatto sul posto con questi artisti. In una delle mie visite in qualità di consulente ho portato a Gaza il direttore dello Station Museum di Houston, in quanto parte dello sviluppo della mostra “Made in Palestine”. Questo saggio sarà limitato alla dissertazione su immagini statiche – pittura e fotografia; ma la mostra è un misto di arti pittoriche statiche, film e video, oltre che di musica.
                                
                                        Abdelraouf Alajouri

 


La mia prima impressione della mostra e di questi artisti è la buona salute del loro morale. Può sembrare strano che uno storico dell’arte parli di salute morale all’interno di parametri di estetica. Il fatto è che l’arte non può essere compresa isolandola geograficamente o disciplinarmente. E così, nel momento in cui rapporto questo corpo di opere d’arte di Gaza all’estetica generale e alla rilevanza morale di gran parte della produzione internazionale, la sincerità e l’onestà degli artisti di Gaza risulta insolita. 

Sono commossa per il loro eroismo. Essi continuano il lavoro e la produzione artistica in mezzo alla distruzione e al dolore imposto dalle incursioni e dall’accerchiamento israeliano. Superano la depressione e le avversità e continuano a essere sinceri. Molti di questi artisti hanno sperimentato l’angoscia di perdere non solo le case, ma anche quanto contenuto nei loro studi a seguito dei bombardamenti israeliani. Eppure, resistono ancora e continuano ancora a lavorare. La mostra di Shareef Sarhan, Majed Shala e Basilea El-Maqousi tra i resti del Red Crescent Hospital, intitolata “Resque”, parla di ciò in modo più eloquente di quanto non lo possano fare le parole. Non è forse questa l’essenza dello Sumoud [fermezza,n.d.t.], quella determinazione a resistere che ha ispirato e motivato la precedente generazione degli Artisti della Liberazione degli anni ’70, ’80 e ’90? 

La maggior parte degli artisti di Gaza presenti in questa mostra si sono formati nel mondo arabo. Un numero consistente, forse la maggioranza, si è formata negli istituti d’arte palestinesi, per lo più a Gaza. Alcuni hanno ricevuto la loro educazione artistica in Russia. Rari sono tra loro quelli che hanno studiato in Occidente. Alcuni erano auto-didatti. La maggior parte vive e lavora a Gaza, ma tra loro ci sono anche quelli che vivono o nella West Bank o in esilio. Molti sono nati nei campi profughi e lo dicono apertamente, facendo così propria la preziosa fioritura culturale dei campi palestinesi. Ma, indipendentemente da dove vivono, Gaza ha lasciato una forte impronta sulla loro coscienza estetica. 

Uno dei prodigiosi attributi della mostra è che è onnicomprensiva. Essa è curata in modo piacevole con un tocco di mano molto leggero. Non ha l’aspetto del museo ad origine dispotico e della galleria espositiva. Ciò che le è proprio è la varietà e l’energia. Si vedono le opere realizzate da artisti quali Mohammed Al Hawajri e Tayseer Barakat esposte insieme alle opere di pittori neo-diplomati alla scuola d’arte. Allo spettatore viene offerta l’importante occasione di decidere da solo ciò che ritiene importante. A detta di Jasmine Melvin-Kouski, assistente curatrice della mostra, la Casa d’Arte e Design araba Alhoush utilizza la tecnologia del web per “mostrare l’emozionante diversità naturale che esiste all’interno dell’arte araba.” Inoltre, per gli artisti di Gaza, il web è divenuto una porta preziosa rivolta al mondo, un tunnel naturale attraverso il cordone israeliano. 

Gli artisti di Gaza hanno fatte proprie le tradizioni dell’autonomia artistica. Hanno organizzato esibizioni, gallerie, centri di studio, pagine web, club e gruppi di artisti. Gli atelier del Red Crescent Hospital abbinati al programma di seminari e alla Galleria Iltiqa, ne sono esempi. Essi continuano le tradizioni instaurate dalle precedenti generazioni. Non è stato uno storico accademico, bensì lo stupendo artista Ismail Shammout a scrivere, nel 1989, il primo prezioso libro sull’arte contemporanea palestinese a Beirut, negli anni della rivolta. Sono stati artisti di Beirut, della West Bank e di Gaza quelli che hanno organizzato l’Unione degli Artisti Palestinesi e le numerose mostre d’arte palestinese in tutto il mondo e l’hanno collocata stabilmente sulla mappa internazionale. Il loro duro lavoro costituisce la base per la ricca varietà della scena artistica palestinesi di oggi. 

Gli artisti di Gaza, anche se vivono in condizioni molto difficili, sono comunque a conoscenza del mondo. Le correnti della storia dell’arte e della scena artistica contemporanea sono visibili sia nella forma che nel contenuto delle loro opere. La raffigurazione di occhi nell’arte di Liberazione della Palestina è stata usata come un simbolo per comunicare che siamo consapevoli, sappiamo ciò che ci sta accadendo e vediamo il mondo con chiarezza. E’ interessante notare che ci sono molti occhi nei dipinti di artisti provenienti da Gaza. Prendo atto di particolari dipinti focalizzati in tal modo sugli occhi nei ritratti di Nariman Farajallah, Dina Matar, May Murad, Majed Shala, Shafiq Radwan ed altri. Anche nei volti tristi dei bambini nei dipinti di Abdelraouf Alajouri gli occhi parlano di una consapevolezza precoce. Tra le eclettiche fotografie del giovane artista Mahmoud Abu Hamda c’è un primo piano di un occhio che riflette il mondo esterno e sembra condividere, volutamente o no, le idee degli artisti della Liberazione. Inoltre, presenta un principio di interno/esterno che si può applicare a situazioni diverse da Gaza. 

Da nessuna parte, però, ci sono occhi che, in modo evidente, siano maggiormente rivelatori della conoscenza del mondo di quelli nei manifesti del progetto Gazawood, la serie di poster di Ahmad Abu Nasser (alias Tarzan) e Mohammad Abu Nasser (alias Arab). Questi manifesti esprimono la consapevolezza delle minute differenze di significato nelle notizie propagandistiche dei principali media internazionali e delle pratiche culturali dell’Occidente sia nei film che nell’arte post-moderna. 

Ma c’è una differenza tra le opere postmoderne dei fratelli Nasser e la mostra di dipinti di Gaza. Tale differenza riflette le due tendenze della produzione visiva palestinese nella nostra era attuale . Mentre la Palestina rimane il soggetto principale in entrambe le tendenze, esse si differenziano nella forma. Una, la pittura contemporanea palestinese, è visiva e pittorica, legata per il suo messaggio al simbolismo visivo; l’altra, l’arte postmoderna palestinese, è partecipe formalmente delle tendenze contemporanee postmoderne internazionali, che utilizzano la tecnica mista interdisciplinare e contano soprattutto sul linguaggio verbale. L’arte postmoderna non è pittura; è una disciplina completamente diversa. 

La prima tendenza, la pittura contemporanea palestinese, anche se comprensibile da tutto il mondo e in parte rivolta ad esso, resta di per sé rivolta ai palestinesi e al mondo arabo. In tale lavoro è visibile la sua derivazione dall’arte del movimento di Liberazione. Dipende da essa anche nel suo linguaggio formale, nonostante se ne differenzi leggermente nel contenuto e nell’uso del simbolismo. Al contrario, la tendenza postmoderna palestinese è diretta a un pubblico internazionale di lingua inglese. Utilizza il linguaggio formale postmoderno, ma ne sovverte il contenuto. Combina immagini statiche e in movimento, e una varietà di supporti interdisciplinari tra cui fotografia, video, installazioni, performance e la parola detta e stampata. Come il postmoderno internazionale, per la comunicazione si affida al linguaggio verbale più che a quello visivo. Questo non vuol dire che non fa uso di immagini, ma queste hanno bisogno di essere tradotte in parole per avere un senso. Il suo messaggio non fa uso della lingua araba, propria dei suoi esordienti, ma piuttosto di quella inglese che ora è divenuta internazionale. 

Tuttavia, ciò che risulta di primaria importanza è che la tendenza postmoderna palestinese differisce intrinsecamente da quella internazionale. Il soggetto del suo argomento è sinceramente impegnato nel campo delle aspirazioni palestinesi. Essa non afferma l’elitarismo e l’arroganza del soggetto tipico del postmoderno internazionale. A tale proposito, è un’arte sovversiva, un’arte che prende in prestito le forme contemporanee internazionali e le riempie di aspirazioni politiche palestinesi, prende le forme dell’oppressione e le colma del contenuto degli oppressi. I fratelli Nasser lo fanno con una spavalderia unica, come a dire: si è capito come ci imprigionate, allora date un’occhiata a come si comprende bene la vostra prigione. Perciò, in Gazawood gli occhi in primo piano sono espressione di intelligenza, umorismo e di consapevolezza internazionale. 

Non compresa in questa mostra, ma ragguardevole in quanto un’altra opera postmoderna di Gaza, è la “Metro Gaza” di Mohammed Abusal. Abusal fotografa un cartello della metropolitana in varie parti di Gaza, soddisfacendo così un desiderio, nonostante esprima una toccante considerazione sull’anomalia della vita di Gaza. Pur essendo sarcastico e dolorosamente spiritoso, racconta a un pubblico internazionale di come l’aspetto della vostra vita non è come il nostro. 

La pittura palestinese contemporanea, praticata dalla maggioranza degli artisti di Gaza, è un prosieguo delle tradizioni precedenti. Visibili non sono solo le influenze formali della precedente generazione palestinese di pittori, ma anche quella dell’arte araba storica come pure delle arti antiche della regione. Il resto di questo saggio si occupa di pittura e di fotografia palestinese contemporanea in quanto singole immagini statiche dapprima per quanto riguarda forma e, infine, per il loro contenuto. 

A differenza degli artisti della Liberazione, i pittori di Gaza tendono a essere più espressionisti che simbolisti. L’influenza dell’espressionismo sul loro lavoro è giunta direttamente tramite l’agenzia di Darat al Funun di Amman dove avrebbe insegnato, per un certo periodo, nel suo programma estivo l’artista siriano, residente in Germania, Marwan Kassab Bachi, e dove la sua brava direttrice , Suha Shoman, si assicurò che molti artisti di Gaza venissero a studiarvi. Nei dipinti di Marwan, i volti formano un soggetto importante e si distinguono per la meravigliosa pennellata. Dopo il ritorno a Gaza della prima ondata di studenti, nei loro dipinti cominciarono ad apparire, in modo marcato, sia volti che free brushing. Essi vengono utilizzati con un buon esito nei dipinti di Shafiq Radwan, dove i volti di varie dimensioni sono accostati l’uno accanto all’altro o l’uno dentro l’altro, tutti a guardare noi nelle loro varie pose. Il meraviglioso uso del pennello di Marwan colpisce Abdel Nasser Amer, Ruqaia al Lulu e Mohammed Harb (il quale usa un pennellare pieno per dipingere volti espressivamente distorti e figure a colori vivaci). 

Un’altra tendenza formale che ha fatto mostra di sé negli artisti dell’arte della Liberazione e che ha le sue origini nell’astrazione geometrica del medioevo arabo (islamico) è la propensione ad installare forme aderenti l’una all’altra in modo da ricoprire lo spazio piatto del piano dell’immagine. L’uso più evidente di ciò è da ricercarsi nelle opere di Rima Al Mozayyen, che riempie il quadro con forme appiattite sistemate in modo da colmare la superficie del quadro. Anche le fotografie di Majed Shala rivelano l’innata estetica dell’arte medioevale araba (islamica) nel modo in cui le parti sono in relazione tra loro anche se il soggetto è contemporaneo. Shala concentra la sua visuale su piccole sezioni intime dell’architettura del campo dove le superfici rivelano che esse sono vecchie, usate ed eterogenee. Esse palesano i costruttori del campo per come rendono la povertà e la maestria delle loro mani. Inoltre, frammenti di graffiti disvelano la privazioni di diritti dei residenti in quanto questi non hanno che i propri muri per esprimere le loro ideologie politiche e religiose. Alcune delle fotografie di Khalil Al Mozayen potrebbero essere pure incluse in questa esposizione dove la trama dell’architettura di Gaza è un tema centrale atto a rivelare le conseguenze della distruzione e dell’uso. Mozayen è un fotografo altamente qualificato e di grande esperienza. Salman Nawati, Shadi Alassar e Omar Shala presentano tutti fotografie molto buone.
                                        

 

                                                     Majed Shala

 

L’influenza delle antiche arti della regione sono visibili nelle opere di Tayseer Barakat, dove file di immagini sono influenzate in modo riconoscibile dalle arti degli antichi egiziani, assiri e sumeri. Nel lavoro di Barakat, le immagini in filari e comparti ci raccontano dei piccoli comparti della vita nei campi profughi. I dipinti di Raed Issa raffigurano immagini che sembrano essere quelle di giovani che lottano contro soldati israeliani attaccanti. Sebbene questo dipinto rappresenti la vita a Gaza, esso è formalmente consapevole del rapporto dello spazio da negativo a positivo, così chiaramente visibile nel lavoro di Mustafa Hallaj, nell’astrazione geometrica araba come pure nella calligrafia araba e nelle arti antiche della regione. 

Considerato che le caratteristiche formali della pittura contemporanea palestinese devono molto al passato, come è giusto, l’argomento del soggetto riflette la vita contemporanea a Gaza. Alla mostra, il dipinto senza titolo di Nariman Farajallah rappresenta filari di figure, bendate, avvolte, in movimento circolare, piegate, appese o sepolte nei detriti. I dipinti di Abdelraouf Alajouri ci riportano i bambini di Gaza e il bambino terrorizzato presente in ogni adulto. Si può leggere il gravame psicologico penetrato a forza nei cuori della gente di Gaza , in questi bambini nudi e fragili. Le figure nei dipinti di Iyad Sabbah combinano le sensazioni contraddittorie di rifugio e tortura. Il dolore della vita a Gaza è evidente pure nelle figure dipinte da Mohammed Joha, che sono realizzate in modo da assomigliare a manichini malridotti. Non c’è sangue, eppure si è colpiti da figure che sono crocefisse, a testa in giù e bendate. Le fotografie di Nidaa Badwan appartengono a questo gruppo di opere che esprimono l’angoscia della vita a Gaza. Nidaa utilizza un assortimento di espressioni facciali con un sacchetto nero di plastica legato attorno al capo che sottintende soffocamento e spazzatura. Tutti questi artisti hanno trovato il modo per esprimere le loro percezioni di angoscia a Gaza, rendendo l’espressione visiva di gran lunga più potente delle parole.
                         

 

                                        Nidaa Badwan - senza titolo

 

Per ciò che riguarda l’argomento del soggetto, l’opera di Dina Matter riporta alla mente i dipinti di Ahmad Nawash. Come Nawash, l’impianto pittorico è superbo. Nei suoi dipinti, aquiloni, uccelli, figure e altri oggetti non mancano di un certo umorismo e danno piacere, ma posseggono pure una struttura chiaramente avvincente che non è né informale né sbadatamente inventata. L’osservatore comincia a decifrare ciò che sembra una storia intenzionale e inizia a mettere in discussione ciò che sta accadendo tra i personaggi dei dipinti. Questo è proprio il particolare che riporta alla mente Ahmad Nawal. Potrebbe benissimo essere una somiglianza di vita e di esperienza o di una diretta influenza, non fa differenza alcuna come una cultura visiva ha modo di permeare la nostra coscienza in guise delle quali siamo a mala pena consapevoli. Quello che trovo di interessante è che i suoi dipinti riportano pure alla mente i pittore spagnolo Joan Mirò, ma anche se la rassomiglianza con Mirò sia all’apparenza stretta, essa è molto più scarsa di quanto sia convincente la somiglianza con l’approccio al lavoro del vecchio maestro, Ahmad Nawash.
                            

 

                                       Dina Mattar – senza titolo, 2009

 

Le opere visive presentate in questa mostra meritano una molto attenta considerazione e rispetto. Si ritagliano uno spazio nel mondo dell’arte che è unico. Anche se gli artisti di Gaza vivono in una dolorosa prigione, sono circondati da materiale adatto alla poesia in forma epica e riescono a trovare la genuinità e la forza di volontà per resistere e per usarlo. Riescono a tener testa non solo alle dolorose occasioni di una vita difficile, ma reggono anche malgrado la schiacciante propaganda dell’oppressione sia programmata per farli sentire inferiori. Questo è in netto contrasto con le società agiate dove gli artisti non sono in grado di resistere alle tentazioni di una propaganda elitista ideata per farli sentire superiori e producono opere visive che sono insulse. Gli artisti di Gaza sono invece degli eroi. 

Video: THIS IS also GAZA
http://www.youtube.com/watch?v=bpZMFw-OTYs&feature=player_embedded
 

http://www.youtube.com/watch?v=oL6a9i60sS8&feature=player_embedded 

Samia Halaby è un’artista e studiosa palestinese che vivee lavora a New York. E’ ampiamente riconosciuta come uno dei pittori contemporanei più importanti del mondo arabo e una delle principali innovatrici della scuola dell’astrattismo nell’arte araba. Le sue opere sono ospitate nelle più grandi gallerie e musei d’arte del mondo. Come studiosa indipendente ha contribuito alla documentazione dell’arte palestinese del XX secolo. E’ autrice del testo l’Arte della Liberazione della Palestina (2002) ed è responsabile dell’organizzazione di numerose mostre d’arte negli Stati Uniti e nel mondo per la promozione degli artisti palestinesi e delle loro opere. 

(tradotto da mariano mingarelli)

 


Iniziative

Notizie

Gaza – È difficile descrivere ed esprimere il significato di un’esistenza vissuta in una tomba all’aria aperta, perché il mondo concepisce le tombe solo per coloro che sono morti. Ma il mondo non sa che esiste anche una tomba per chi ancora è in vita ma ha perso il proprio diritto a vivere come un...
(9)

Leggi tutto: Striscia di...

di Giorgio Cafiero  – 13 luglio 2019 Da metà del 2014 la Libia è impantanata in una guerra civile che mette il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli riconosciuto dall’ONU contro un’amministrazione rivale di Tobruk, la Camera dei Rappresentati (OhR) che è alleata dell’Esercito Nazionale...
(10)

Leggi tutto: ...

Israele sta isolando le università palestinesi costringendo gli studiosi internazionali a lasciare le loro posizioni accademiche nella Cisgiordania occupata. Due gruppi palestinesi per i diritti umani, nonché l’Università Birzeit, chiedono a Israele di eliminare le restrizioni che impediscono agli...
(12)

Leggi tutto: Israele isola...

Interventi

di Dareen Tatour La poetessa palestinese Dareen Tatour riflette sul periodo trascorso in una prigione israeliana dove ha conosciuto Shorouk Duyat, una palestinese di Gerusalemme condannata per un tentato attacco a un israeliano nel 2015. MondoWeiss, 07.02.2019...
(488)

Leggi tutto: La...