Israele ha il diritto di esistere? Una domanda a trabocchetto

di Yousef Munayyer


Forward, 22.01.2019

https://forward.com/opinion/417930/does-israel-have-a-right-to-exist-is-a-trick-question

C'è una famosa scena nel film del 1992 "My Cousin Vinny", dove la parrucchiera disoccupata Mona Lisa Vito, interpretata da Marisa Tomei, si presenta al banco dei testimoni in un processo. Il pubblico ministero, con lo scopo di screditare e sminuire Vito, le pone una domanda contorta sul preciso funzionamento del motore di un'auto specifica.

"Questa è una domanda del cazzo!" grida Mona Lisa. E in risposta al sorriso compiaciuto del pubblico ministero, procede spiegando che l'auto in questione non esiste.

La performance ha fatto guadagnare un Oscar alla Tomei e vale la pena di essere rivista.

È qualcosa di più di una scena deliziosa. È un modello utile per quel tipo di domande che sembra sincero ma è in realtà una tattica di evasione.

E dunque utile per coloro che criticano le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi.

Ho immediatamente pensato a questa scena quando ho visto una recente intervista a Tamika Mallory. A Mallory è stato chiesto da Margaret Hoover del programma "The Firing Line" una domanda che è costantemente posta ai critici delle politiche israeliane: "Israele ha il diritto di esistere?"

Questa è, come direbbe Mona Lisa Vito, una domanda del cazzo.

Mallory, da parte sua, lo ha capito. "Credo che tutti abbiano il diritto di esistere", ha detto più volte, prima di interrompere il discorso e chiedere a Hoover di andare avanti.

Una reazione assolutamente corretta. Perché si tratta di una domanda a trabocchetto.

La verità è che nessuno stato ha un "diritto di esistere" - né Israele, né la Palestina, e neanche gli Stati Uniti. Nemmeno lo Zimbabwe, il Cile, la Corea del Nord, l'Arabia Saudita o il Lussemburgo hanno un "diritto di esistere".

Gli Stati esistono; sono circa 200 nel nostro mondo di oggi, anche se ci sono migliaia di gruppi etno-religiosi o etno-linguistici.

E questi stati non esistono perché hanno un "diritto" ad esistere. Esistono perché certi gruppi di persone hanno accumulato abbastanza potere politico e materiale per fare rivendicazioni territoriali e stabilire governi, talvolta con il consenso degli abitanti, e spesso a loro spese.

La maggior parte delle persone lo capisce. Non ho mai sentito nessuno chiedere di sapere se la Svizzera, o anche gli Stati Uniti, hanno "un diritto di esistere". Gli Stati vanno e vengono nel corso della storia; i confini possono cambiare, i nomi possono cambiare, i regimi possono cambiare e sì, anche i sistemi discriminatori alla base dei regimi possono cambiare. Ma c'è uno stato che esige di essere immune da critiche sulla base di un mitico "diritto di esistere": Israele.

Potete immaginare di chiedere agli americani nativi e agli attivisti per i loro diritti - che lottano per i diritti di una popolazione le cui lingue, società, cultura e possedimenti sono stati categoricamente decimati nel processo di costruzione degli Stati Uniti - se gli Stati Uniti hanno un "diritto di esistere"?

Il fatto che questo sia inimmaginabile prova l'ingenuità della domanda. Perché questa domanda è posta - quasi sempre ai critici delle politiche israeliane - non per favorire il dibattito e il ragionamento, ma piuttosto per creare un momento di difficoltà che mini la credibilità della persona intervistata.

È una domanda intellettualmente disonesta e destinata, quasi sempre, a mettere a tacere i critici e le critiche alle politiche israeliane.

Peggio ancora, fattori come la sfortunata confusione fra lo Stato di Israele e l'ebraismo mondiale, insieme alla terribile storia della persecuzione degli ebrei, portano al fatto che chiunque non risponda alla domanda sul diritto di Israele a esistere con un inequivocabile "sì" rischi di essere ritratto come un fanatico eliminazionista degno di etichette come "antisemita", e altrimenti emarginato.

In altre parole, è una messinscena.

Criticare le politiche di Israele nei confronti della gente palestinese, anche durante la sua creazione e nel periodo successivo, le politiche discriminatorie contro il rimpatrio dei rifugiati, non dovrebbe mai essere confuso con l'eliminazione. Le politiche di tutti gli stati dovrebbero essere aperte alle critiche.

Come ha giustamente osservato Mallory, sono gli esseri umani, non gli stati, che hanno il diritto di esistere. Questo include tutte le persone: quelle che si identificano come israeliani e palestinesi allo stesso modo, insieme a sette miliardi di altre persone.

Le persone hanno anche tutta una serie di altri diritti: i diritti umani, che gli stati non possono negare. Questi includono il diritto alla libera circolazione, il diritto di acconsentire ad essere governati, il diritto di entrare e uscire dal proprio paese, il diritto di non essere torturato o collettivamente punito, e così via.

È solo dalla garanzia di questi diritti che gli stati possono trarre la propria legittimità morale; non da qualche mitico "diritto all'esistenza" o addirittura da un "bisogno storico" della propria gente, ma piuttosto dalla misura in cui le loro politiche rispettano i diritti delle persone.

La domanda non dovrebbe essere "Israele ha il diritto di esistere", ma piuttosto "È giusto il modo in cui Israele esiste?"

E almeno per noi palestinesi, la risposta è chiaramente no.

Per i palestinesi, l'istituzione dello stato di Israele ha avuto conseguenze molto reali e orribili. Ha significato per la stragrande maggioranza della nostra gente di essere costretta a lasciare la propria terra, separandosi dalle famiglie e dalla proprietà.

Ha significato che i loro villaggi, a centinaia, sono stati distrutti e che quindi non avrebbero avuto case dove tornare.

Ha significato che avrebbero potuto morire in un campo profughi, desiderando tornare a coltivare i loro campi ancestrali. Oppure ha significato che avrebbero vissuto come cittadini di seconda classe, visti come una "minaccia demografica" per lo stato. E ha significato che se si opponevano a tutto questo, o anche solo cercato di tornare a casa, potevano essere uccisi o imprigionati.

Vi sembra giusto? Suona come qualcosa che uno stato dovrebbe avere il "diritto" di fare?

Sin da quando la creazione dello stato di Israele ha operato questi orrori per i palestinesi, chiedere ai sostenitori dei diritti palestinesi se "Israele ha il diritto di esistere" significa in realtà chiedere loro di accettare il diritto di Israele a trattare i palestinesi in questo modo.

Le persone che usano questa domanda intellettualmente disonesta per tentare un gioco al massacro partecipano, consapevolmente o meno, al tentativo di mettere a tacere e marginalizzare le critiche contro le politiche violente di Israele. E così facendo, chiedono alle vittime delle politiche israeliane di tacere, difendendo l' orribile occupazione dietro una rivendicazione al "diritto ad esistere".

Poteva il regime di apartheid del Sud Africa difendere le sua politiche dietro l'affermazione che il regime aveva un "diritto di esistere"? Jim Crow in Alabama poteva rivendicare un "diritto all'esistenza" per difendere le sue politiche segregazioniste ed inique? L'ultima volta che ho controllato, il Sud Africa e l'Alabama esistevano ancora; così come le popolazioni bianche e nere in entrambi i paesi, ed entrambi esercitavano l'autodeterminazione attraverso uguali diritti al voto. Ciò che non esiste più sono le politiche palesi e sistemiche di apartheid, anche se in entrambi i luoghi rimane molto lavoro da fare per raggiungere una reale uguaglianza.

Dovremmo lottare per questo risultato in Israele/Palestina, dove i diritti di tutte le persone alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza vengono prima dei cosiddetti "diritti" di qualsiasi stato a negarli.

Israele può continuare a cercare di negare i diritti dei palestinesi per qualche tempo, ma diventerà una cosa sempre più difficile ogni giorno che passa. Il tentativo di nascondersi dietro trucchi retorici disonesti non funzionerà più per molto tempo.

Yousef Munayyer, analista politico e scrittore, è direttore esecutivo della campagna statunitense per i diritti dei palestinesi.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze


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