Hebron 14 Agosto 2010 (foto di ST McNeil) – Se a qualsiasi tassista di Hebron dici Herbawi, vieni catapultato nella sfavillante fabbrica di materassi della famiglia Herbawi, un nome che appare su diversi cartelloni pubblicitari piazzati in bella mostra sulle curve della tortuosa e faticosa strada che attraversa Wadi Nar, tra Ramallah e Hebron (l’unica strada che i palestinesi possono percorrere, quella nota anche come del Container checkpoint, per raggiungere il sud della Cisgiordania).

Solo quando spieghi che vuoi comprare delle kefiah,  vieni portato nella piu’ modesta fabbrica tessile, di Yasser Herbawi, a poche centinaia di metri dall’ingresso nella citta’ vecchia.

Yasser Herbawi e suo figlio Abd- Alazzeem, sono stati avvertiti, dal piu’ fortunato e conosciuto venditore di materassi, che dei giornalisti stanno arrivando a visitare la fabbrica. Sara’ per questo che ci sorge il dubbio, che gli affaticati e superati macchinari di marca giapponese, siano stati accesi apposta per noi. In uno stanzone deserto e scuro, dove resistono due sparute lampade a neon e un unico impiegato che si aggira tra i macchinari. 

 

Difficile davvero credere che la fabbrica Herbawi possa avere un futuro. Un miracolo che sia sopravvissuta fino ad adesso, quasi affondata dall’import a basso costo delle kefiah made in Cina.

Accasciato sul divano, nella stanzetta che e’ anche ufficio, Yasser Herbawi, con i suoi quasi 80 anni, cuce ancora a mano le rifiniture delle kefiah. Intorno a lui in esposizione una serie di impolverate buste di plastica: ognuna una kefiah, ognuna un colore, la tradizionale a scacchi bianchi e neri, quella di Arafat, diventata simbolo internazionalmante riconosciuto del popolo palestinese e della lotta per l’indipendenza; quella rossa, quella azzurra, quelle piu’ fashion, iridiscenti. 

 

Yasser Herbawi ha passato qui dentro 50 anni della sua vita. L’ha messa in piedi lui questa fabbrica, iniziando con soli due macchinari, nel 1961; una volta contava 10 impiegati, 16 macchinari che negli anni Novanta erano tutti in funzione e produceva tra le 500 e le 700 kefiah al giorno. Oggi ne produce giornalmente circa 70 e si regge sui figli di Herbawi.  

La kefiah di Herbawi certo costa un po’ di piu’, 25 shekel (circa 5 euro) contro quelle cinesi vendute anche a 10. “Ma sulla qualita’ dei materiali non c’e’ paragone”, ci tiene a precisare Abd-Alazzeem, “75% cotone e solo 25% poliestere”. Che le kefiah cinesi siano tutte in poliestere, al turista poco importa e nemmeno ai rivenditori palestinesi locali, che le comprano all’ingrosso. La globalizzazione e’ un polipo che ha tentatoli ovunque, anche in Cisgiordania. Un commercio, quello del tessile, distrutto anche per via degli  Accordi di Oslo, con cui il mercato palestinese si e’ aperto all’import dei prodotti stranieri. Perche’ se quella Herbawi e’ l’unica industria di kefiah rimasta in tutta la Cisgiordania, non sono poi tante le industrie tessili che sovravvivono contro l’import a basso costo. 

Infatti se anche la fabbrica Herbawi decidesse di riconvertirsi, verso quale prodotto? Basta fare un giro nei negozi della Cisgiordania per notare che – almeno per l’abbigliamento – la scelta e’ tra la fatturazione e i modelli importati da Israele (per una clientela piu’ sofisticata) oppure l’import dalla Turchia e dalla Cina, quello dei prodotti a basso costo. 

Oggi Herbawi sopravvive grazie ai gruppi di turisti e all’export in Francia e altri paesi europei dove le kefiah vengono acquistate da gruppi di solidarieta’ e di attivisti. Ma sotto al ritratto di Yasser Arafat, che del copricapo a scacchi bianchi e neri, ha fatto un simbolo identitario piu’ che un prodotto nazionale, Abd-Alazzeem sussurra, stanco per via del primo giorno di Ramadan, “e’ una tradizione della Palestina e dovrebbe rimanere tale, prodotta in Palestina.” Fino all’ultima kefiah. (Nena News)