Notizie dal Libano: Work Camp a Nahr al Bared

Associazione Za'atar
10/08/2010
 http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=876&Itemid=1

Report dal Work Camp Nahr al Bared
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Nahr el Bared, Agosto 2010:
racconto di un breve esperimento di felicità

Dentro uno spazio, fuori dal tempo...
Nahr el Bared è un limbo. 
                                          

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E’ un limbo perché è un luogo e un non-luogo al tempo stesso. Luogo fisico e geografico, luogo di tentativi di vita, luogo di prove di rinascita. Ma è anche – o soprattutto – un non-luogo: lontano geograficamente dalla città, lontanissimo simbolicamente e materialmente da tutto il resto del Libano grazie alla minuziosa opera di distruzione operata dall’esercito libanese nel 2007; lontano dalla normalità grazie alle schiere di soldati che ogni giorno, con la loro sola presenza, rinferiscono continue ferite alla dignità dei palestinesi del campo. E infinitamente lontano dalla Palestina, molto più di quei 200 km che lo separano dal confine geografico con la loro terra. Probabilmente resterà un non-luogo perché probabilmente era proprio questa la ragione che scatenò la guerra nel 2007.

Hamad Said al-Mawed, uno studioso palestinese di Yarmouk (Damasco), ha definito la Nahr el Bared ante 2007 come una realtà molto particolare in cui uno sviluppo economico piuttosto fiorente ha convissuto con un certo conservatorismo sociale e religioso, derivante in buona parte dal fatto che i palestinesi del campo provenivano da piccoli villaggi e non da grandi centri urbani.

Oggi, nella Nahr el Bared del 2010, lo sviluppo economico del campo consiste nella riapertura di qualche stanzina e  garage adibiti a negozietti; a livello socio-culturale permane una mentalità meno “progressista” rispetto ad altre realtà in Libano. Anzi, la tragedia vissuta nel 2007 ha comprensibilmente aumentato la chiusura e la diffidenza verso l’esterno (così come ha aumentato le divisioni politico-partitiche all’interno).

In questo senso Milad e il suo PCYI hanno importato una piccola “rivoluzione” – usando un termine caro ai nostri amici Cuevaristi del PFLP (Popular Front for the Liberation of Palestine) – ospitando volontari stranieri e facendo sì che uomini e donne dormissero in stanze adiacenti e condividessero molti momenti della giornata anche con volontari/e locali (pur non mancando alcune incomprensioni e disattenzioni interculturali di cui anche noi siamo stati responsabili).

Nell’attesa (vana?) di altre e più grandi rivoluzioni, siamo stati co-protagonisti di questo piccolo esperimento di iniezione di felicità in un campo che ha ancora nei timpani i razzi e le bombe della Nakba 2007 e nei cuori la disperazione tramandata della Nakba del 1948. 
                           
Troppo dolore per sapere

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Due catastrofi, anzi tre se si considera l’esodo del 1967. I palestinesi di Nahr el Bared hanno perduto la loro terra e hanno visto distrutto il surrogato della loro terra, quel surrogato che iniziavano a sentire loro. Ed è questo che rende spiegabile l’inspiegabile, cioè il fatto che alcuni abitanti abbiano fatto ritorno alle loro case distrutte preferendo vivere in edifici che potrebbero cadere a pezzi da un giorno all’altro piuttosto che restare a Beddawi o da qualche altra parte.

L’identità si crea e si mantiene con la lingua e ancora di più con la terra e gli abitanti di Nahr el Bared non vogliono abbandonare la loro “seconda Palestina” continuando ad amare un luogo che – agli occhi di un ajnab (straniero) – sembrerebbe impossibile da amare.

Troppo dolore, troppo bisogno di sopravvivere per riuscire a sapere cosa succede lì, a pochi chilometri di distanza, tra le terre della Cisgiordania divorate dai coloni israeliani. Quasi nessuno a Nahr el Bared sa cosa sta accadendo in Palestina, nessuno dà o chiede informazioni, pareri, opinioni sui quotidiani episodi di cui sono vittime i palestinesi unpo’ più a Sud.

Una delle conseguenze del nostro etnocentrismo culturale è l’aspettarsi (e a volte il pretendere) che i cosiddetti “popoli oppressi” del mondo condividano le nostre basi ideologiche e politiche e che ragionino sempre in maniera (da noi definita) complessa; ciò che spesso dimentichiamo è che noi possiamo permetterci di lottare per degli ideali e dei valori perché abbiamo lo stomaco pieno e il privilegio di poter studiare. Ma gran parte della gente di Nahr el Bared non ha né l’uno né l’altro.

E quindi, per un processo di estrema semplificazione ideologica e culturale, la “loro” Palestina è un’entità ferma nel tempo, in un tempo: quello della Nakba. Semplificare e congelare il tempo: a Nahr el Bared più (forse molto più) che in altri campi profughi in Libano, la storia si è fermata.

Nel corso delle group discussions dell’ultimo giorno- cui hanno partecipato volontari italiani e palestinesi – è stato chiesto ad ognuno di scrivere ciò che più piace, che si desidera, che si odia e successivamente sono stati presentati degli oggetti che richiamavano – più o meno direttamente – la Palestina.

Nessuno dei volontari locali ha accennato alla drammatica situazione attuale dei Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, nessuno ha parlato di soluzioni future per il popolo palestinese; molti palestinesi hanno scelto un foglietto con i 99 nomi di Allah oppure un libro di grammatica araba, senza nemmeno un cenno alla “loro” Palestina. Tutto questo si può considerare “deludente” dal nostro punto di vista solo se torniamo a rintanarci nel nostro etnocentrismo, trappola in cui a volte io stesso mi sento di cadere.

PCYI: dove Che Guevara balla la Dhabka e fuma il Narghilè

La “nostra” Palestina vissuta in Libano ha la forma, i colori e i suoni del PCYI. Questo centro giovanile gestito dal PFLP a Nahr el Bared è un “vero” centro sociale. Aperto fino a notte, è un continuo brulichio di ragazzi, bambini, ospiti e mi trasmette quella splendida sensazione di libertà condita da una piccola dose di anarchia. Ovunque campeggia l’immagine del Che: magliette, murales, spille. Assenti o quasi le icone di Yasser Arafat e anche di Ahmad Sa’adat (segretario generale del PFLP) e di George Habash (fondatore del PFLP). Ma forse anche qui la mia sorpresa nel sentirmi a Cuba ha delle ragioni politico-simboliche più inafferrabili di quanto io possa credere.

                    

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La colonna sonora delle nostre giornate è sempre la Dhabka, danza popolare palestinese che funge da coagulante identitario e che, nei suoi movimenti concitati e ritmici, richiama alla mente lotte passate ormai cristallizzate in un momento mitico. Tutto il centro mi trasmette una profonda sensazione di vita, allegria e affetto che mi stupisce ogni volta di più: tra Dada, Jihad, Ghouda, Rim, Denia, Lina, Ali, Ala, Khalil (e i suoi “Mimu, Mimu.... Diego, Diego.... Manu, Manu...) è un continuo chiamarsi, dirsi “jalla!” “shukran!”, “majnun!”, abbracciarsi, ridere, fumare narghilè e mangiare. E l’opulenza nel cibo è un chiaro sintomo di quanto si voglia vivere l’ hic et nunc, rendere felice quel momento in quel posto, spendere i soldi per il cibo e non conservarli, una cosa che riesce a emozionarmi nella sua disarmante semplicità e “umanità” .

All’interno del centro tutti i pianeti e i satelliti del PCYI girano intorno al “sole” Milad, vero lìder màximo del centro, amatissimo dai suoi compagni e da molta gente dentro e fuori Nahr el Bared.

La forza della sua scelta di vita – abbandonare un lavoro ben retribuito per darsi anima e corpo al PCYI – e la sua innegabile personalità fanno apparire più sfocate ai miei occhi le altre figure, dal momento che tutti (o quasi) delegano le  decisioni a lui e comunque non fanno un passo senza aspettare la sua opinione. Come un vero leader di comunità, Milad accentra su di sé tutto, “inventandosi” palestinese conservatore o occidentale trasgressivo in base alle esigenze e ai momenti della giornata.

Pregi e difetti dei leader, ma di fatto la sua perseveranza e dedizione superano il suo egocentrismo. Tra i suoi grandi meriti uno dei maggiori, a mio parere, è quello di dare quotidianamente visibilità e sostanza al PFLP, partito marxista-leninista che ha subito un lento declino dopo gli Accordi di Oslo e che in molti campi profughi libanesi (così come a Gaza e in varie zone della West Bank) ha un ruolo marginale, offuscato dai contrasti interni all’ OLP e dall’ideologia di Hamas, sotto molti aspetti antitetica rispetto a quella del Fronte Popolare. La mia speranza è Milad riesca a mantenere forte il PFLP all’interno del campo e che sia capace di formare in futuro persone con buone menti e non solo con buone braccia.

Il Milad center si riempie durante il nostro soggiorno di bambini, giovani, musica, cibo e sembra davvero un luogo dentro un non-luogo, una vera isola felice. Ogni mattina, però, uscendo dalla porta, guardo sempre le mura trivellate del primo piano, penso di avere il dovere di farlo, di avere il dovere di ricordarmi dove sono e perché, di avere il dovere di ricordare a me stesso che questo workcamp è un paragrafo di gioia in un libro di sofferenza.

Ai miei occhi, è una dolcissima anestesia regalata ad un malato che ha – e sa di avere - poche possibilità di guarire.

                        

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Right to play (at least for one week...)

Tra tutte le esperienze che ho vissuto nei 10 giorni di campo la più forte è stata vedere la marea di bambini e ragazzi fiondarsi alle 6 del pomeriggio in quel pezzo di cemento con due porte e un canestro che prende il nome di “right to play”. Uno dei pochissimi spazi di gioco per i bambini del campo che viene lasciato permanentemente chiuso e che ha deciso di schiudere le sue porte solo durante i giorni della nostra permanenza. Situato nel settore E di Nahr el Bared, il campo sportivo sorge in mezzo a macerie, spazzatura e containers dove i palestinesi vengono fatti vivere come animali (e questo
non solo nel settore E). Stanzette di pochi metri quadrati con un water, una cucina grande quanto un water e uno spazio vitale indegno che diventa torrido d’estate e gelido d’inverno. Nei corridoi che fungono da perimetro dei containers corrono bambine e bambini armati di pistole giocattolo, di palloni o di semplici urla e sorrisi.

    

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Ogni volta che percorriamo la strada verso “right to play” coi tamburi ci trasformiamo in tante calamite per i bambini che ci seguono e si scagliano con una splendida foga contro il cancello del campo di calcio. E’ un’emozione indescrivibile, è uno dei momenti in cui capisco davvero il perché della nostra presenza e, al tempo stesso, è il momento in cui capisco che la brevità della nostra presenza mi impedirà di gioire troppo.

Un giorno, in particolare, arriviamo davanti al cancello sommersi da bambini festanti: erano più di 150 quel giorno, così come erano tantissimi tutti gli altri giorni. Vedere questi bambini - moltissimi dei quali hanno vissuto lo shock della guerra – urlare e saltare di gioia per avere la possibilità di calpestare uno spazio di cemento e di giocare con una palla o una pallina - come se vedessero realizzato il loro sogno più grande - scatena in me una guerra di emozioni e sensazioni, facendomi capire nello stesso istante quanto di immenso e quanto di irrisorio stiamo facendo noi per loro.

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Bambini cresciuti con gli occhi e il cuore gonfi di proiettili, spari, macerie; bambini che urlano e strillano per sfogare un’energia che per loro diventerà in futuro solo rabbia e frustrazione; bambini che gridano a squarciagola decine di volte al giorno “Israil adua” (Israele è il nemico) tra un ritornello e un gioco di gruppo; bambini e ragazzi che ballano “Onadikum” e riescono a evocare decenni di lotte e sofferenze di un popolo con un semplice incrocio di pugni, un bacio sulla mano e due braccia protese in avanti; e bambini e ragazzi che vengono messi quotidianamente in competizione tra loro in una ricerca ossessiva della “vittoria”, del “primato”, del “io prima...” o “io di più...”, mentre in Palestina, a pochi chilometri di distanza, la partita si gioca con una sola squadra perché l’altra non è stata fatta nemmeno entrare in campo; bambini e ragazzi che, forse, sognano più l’Europa che la Palestina; bambini e ragazzi che, forse, non possono nemmeno permettersi il lusso di sognare.

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Cosa abbiamo fatto noi lì a Nahr el Bared? Cosa abbiamo fatto per noi e cosa per loro? Probabilmente in questa splendida esperienza abbiamo fatto anche molte cose per noi, per quella sorta di egoismo altruistico che permea ogni esperienza di volontariato. Ma la folla di bambini urlanti che spingono per entrare nel campo di calcio rimarrà sempre nei miei ricordi e credo che resterà sempre nei ricordi di tutti quelli che vi hanno messo piede. E sarà un ricordo vivo, un ricordo dal quale partire per dare non solo un diritto al gioco, ma anche un diritto alla speranza.  

              

 

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Davide