I mercati dei contadini surclassano gli aiuti stranieri alla Palestina

The Electronic Intifada
28.02.2013
http://electronicintifada.net/content/farmers-markets-bypass-foreign-aid-palestine/12240

 

I mercati dei contadini surclassano gli aiuti stranieri alla Palestina.

 

Ramallah – Cibo locale per la popolazione locale, questa è l’idea alla base dell’organizzazione palestinese Sharaka (“partenariato” in arabo), interamente gestita da volontari, che si propone di portare i prodotti coltivati localmente direttamente sulle tavole dei palestinesi. 

di Jillian Kestler-D’Amours  

La nostra prospettiva e quella di una Palestina autonoma dal punto di vista alimentare, in cui siamo economicamente indipendenti, usiamo le nostre risorse locali e ci sosteniamo reciprocamente. Il che porta a uno sviluppo umano. E’ economia locale. Tramite un’economia locale e un sistema alimentare locale, è così che si costruisce una comunità,” ha sostenuto Aisha Mansour, volontario e co-fondatore di Sharaka. 
                             

Mansour ha detto che nonostante sia stata spesso una lotta convincere sia i contadini palestinesi che i consumatori a partecipare, Sharaka ha organizzato con successo a Ramallah diversi mercati degli agricoltori e continua a sensibilizzare l’opinione pubblica sui benefici di un’alimentazione locale.

Il gruppo si è anche rifiutato di prendere qualsiasi sovvenzione internazionale per sostenere il proprio lavoro. “E’ un sistema guasto. Tutti sanno che,” ha affermato Mansour riferendosi agli aiuti internazionali e al modello di sviluppo attualmente in vigore, “la gente del posto che conosce la propria comunità, che vuole sviluppare e sostenere, fa cose. Ecco come si sviluppa. Come avviene lo sviluppo, ma non è una cosa imposta dall’esterno”.

Miliardi spesi

I palestinesi sono tra i maggiori beneficiari al mondo di aiuti internazionali pro capite. Dal 1994 - quando arrivò il flusso dei pacchi internazionali di pronto soccorso nella West Bank e a Gaza – fino ai giorni nostri , sono stati spesi miliardi di dollari.

Per fornire un sostegno finanziario ai palestinesi, la prima conferenza dei donatori venne convocata a Washington nel mese di ottobre del 1993, poco dopo la firma degli Accordi di Oslo tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

L’accordo di Oslo tra l’OLP e Israele non avrebbe avuto successo, non avrebbe funzionato, non sarebbe durato, senza il sostegno dei donatori”, ha dichiarato il dottor Samir Abdullah, direttore generale dell’Istituto di Ricerca della Politica Economica Palestinese (MAS) di Ramallah . Egli ha affermato che le restrizioni imposte ai palestinesi dagli Accordi di Oslo, che prevedevano la ricezione di solo l’80% delle entrate fiscali palestinesi e la possibilità di accesso a solo al 40% della terra della West Bank, sono state un fattore limitante della crescita e dello sviluppo economico.

Di conseguenza, l’Autorità Palestinese – il governo palestinese creato a seguito degli Accordi di Oslo – è stato costretto a contare subito sui donatori internazionali per colmare le lacune del suo bilancio.

Onere del debito


“Ora l’AP ha 3 miliardi di dollari di debito,” ha detto Abdullah. “Se continua così, l’Autorità crollerà. Se i donatori non si faranno carico dell’onere, pagando il debito, questo diventerà insostenibile per l’Autorità.”


Nel suo piano di sviluppo nazionale per il periodo 2011 – 2013, l’AP ha dichiarato: “Il gettito fiscale e di liquidazione, spinto verso l’alto dalla crescita del settore economico privato e dalla migliorata gestione delle entrate, ridurrà progressivamente la nostra dipendenza dagli aiuti esterni “ (Piano di Sviluppo Nazionale 2011-2013, aprile 2011).


Ma gli sforzi per far perdere la dipendenza dell’AP dagli aiuti stranieri si sono dimostrati privi di successo.

Per mantenere l’organizzazione a galla, i donatori internazionali hanno garantito all’AP 1 miliardo di dollari nel 2011 e nel 2012.


Dato che in seguito, tale somma non è stata mai trasferita completamente, l’AP si è venuta  trovare di fronte alla più grave crisi finanziaria della sua storia. 


Attualmente, non è in grado di pagare regolarmente gli stipendi dei dipendenti del settore pubblico e il presidente dell’AP, Mahmoud Abbas, lancia spesso appelli di emergenza agli stati arabi perché sostengano il governo con sede a Ramallah.


Il sostegno economico ai palestinesi è pure estremamente dipendente dalla situazione politica locale, e principalmente dai cosiddetti negoziati del processo di pace con Israele.


Dopo che l’AP si è assicurata, il novembre scorso, l’aggiornamento dello status della Palestina alle Nazioni Unite, Israele ha dichiarato di voler trattenere ogni mese 100 milioni di dollari di entrate fiscali palestinesi e come punizione gli Stati Uniti hanno congelato 500 milioni di dollari di aiuti.


Diritti messi a repentaglio


Nora Mura Lester è una volontaria co-fondatrice di Dalia, un’organizzazione palestinese che propugna un uso migliore delle risorse locali e uno sviluppo che soddisfi i bisogni dei palestinesi. Lei ha affermato che mentre gli aiuti internazionali hanno portato alcuni benefici alla società palestinese – incluso lavoro e una costruzione di base delle istituzione – sono stati però in gran parte deleteri.


“Non sono stati di aiuto nella rivendicazione dei diritti. Non sono stati di aiuto nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e andrei oltre sostenendo che hanno messo a repentaglio i diritti e hanno ritardato o impedito e reso più difficile la risoluzione del conflitto”, ha dichiarato Murad Lester.


“Ma le cose cambiano. C’è un sacco di malcontento, e questo è il primo passo. C’è pure discussione, e questo è il secondo passo”.


Nel 2012, il tasso di disoccupazione generale nella West Bank e a Gaza era stazionario appena al di sotto del 23%. A metà del 2012, la disoccupazione giovanile nella West Bank ha raggiunto il 30%  e il 52% nella Striscia di Gaza.


Itiraf Remawi, direttore generale operativo del Centro di Ricerche e Sviluppo Bisan con sede a Ramallah, ha detto che i palestinesi devono tornare a un sistema di sviluppo più sostenibile, simile a quello che ha caratterizzato la prima intifada nei tardi anni ’80.


“Lo sviluppo deve adottare un approccio che faciliti e rafforzi la vita dei palestinesi e la resistenza palestinese contro l’occupazione”, ha sostenuto Remawi.


“Il modello [della prima intifada] era molto, molto meglio. C’era volontariato, lavoro collettivo. C’era un rapporto molto stretto tra la gente. Hanno lottato contro l’occupazione, senza fare distinzione tra questo e quello, tra le fazioni politiche o d’altro tipo. C’era un programma comune.


Secondo Aisha Mansour, è esattamente questo il tipo di comunità che Sharaka mira a costruire.


“Come si può diventare un paese indipendente quando le persone sono a un livello in cui lottano solo per mettere il pane in tavola?” ha detto. “Questo punto di svolta deve venire tanto che la gente dica, OK, non c’è più denaro.

"Dobbiamo pensare realmente un modo per mantenere in funzione e sviluppare la nostra comunità, che si sia sotto occupazione o meno.”


(tradotto da mariano mingarelli)