Oslo ha fallito, viva Oslo.

 

Oslo ha fallito, Viva Oslo!

A settembre cade il ventesimo anniversario degli Accordi di Oslo. Gli Accordi di Oslo rappresentano il più esaustivo primo passo ad oggi tentato nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, culminati con la famosa stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin nel prato della Casa Bianca sotto lo sguardo fiero di Bill Clinton il 13 settembre 1993.
 

di Nassar Ibrahim, AIC & OPGAI

La durata prevista di questo accordo provvisorio era di 5 anni, durante i quali israeliani e palestinesi avrebbero dovuto proseguire i negoziati per la risoluzione dei punti più controversi del conflitto: le colonie, lo status di Gerusalemme e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Se da un lato gli accordi hanno gettato le basi per l’auto-governo palestinese tramite l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), d’altro canto non hanno offerto nessuna garanzia per la futura creazione di uno stato, di indipendenza e sovranità.

         

 

 Due decenni sono passati e nessuna iniziativa significativa è stata intrapresa per assicurare l’attuazione delle presunte intenzioni degli accordi. Peggio ancora per i palestinesi, a cui è stata attribuita chiaramente e pubblicamente la responsabilità per il successivo fallimento dei negoziati, alimentando il mito che Israele non ha un partner per la pace.

In realtà, il vero fallimento di Oslo nel portare avanti un processo di pace esauriente e completo ha la sua origine nelle sue basi stesse, particolarmente negli intenti ipocriti dei suoi due principali attori: Israele e Stati Uniti.   

 Gli Accordi di Oslo dovevano essere la prosecuzione della road map per la pace concepita durante la Conferenza di Madrid del 1991, un anno particolare, segnato dalla crescente instabilità globale e regionale e da un significativo indebolimento della fazione palestinese. Con il venir meno dell’URSS, uno dei principali sostenitori della Palestina, l’instabilità risultante dagli eventi della prima Guerra del Golfo e l’esaurirsi della Prima Intifada, la Palestina si era ritrovata con pochi e indeboliti alleati e affaticata da quattro anni di combattimenti e di brutale repressione da parte dei soldati israeliani in Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza.

Sarebbe ingenuo quindi credere che sia stata una mera coincidenza che gli Stati Uniti abbiano ritenuto che quello fosse il momento opportuno per affermare la loro crescente egemonia globale mettendosi alla guida di un presunto nuovo e dinamico processo di pace israelo-palestinese.

Oslo, come già precedentemente la Conferenza di Madrid, si basava sulla precondizione di un mancato equilibrio di potere tra le parti negoziatrici; con una parte, quella dei vincitori, che pone le condizioni ed esige delle concessioni dagli sconfitti. Inoltre il processo di Oslo si allontanò molto dall’approccio avuto nei primi stadi del negoziato, insistendo sul processo politico di scambio e precondizioni ben esplicitato dallo slogan spesso sentito: “terra in cambio di pace”, piuttosto che operare all’interno del diritto internazionale e delle esistenti risoluzioni dell’ONU.      

Inoltre, siccome gli accordi furono previsti come un processo dalla durata limitata, poca importanza venne stata data ad alcune questioni chiave del conflitto, come le colonie, lo status di Gerusalemme e i rifugiati, l’acqua e l’economia. Con l’accantonamento di questi punti, non c’era nessun incentivo o dinamica che potesse assicurare il rispetto del diritto internazionale da parte dello stato di Israele. Al contrario, Israele colse l’opportunità di sfruttare la natura temporanea degli accordi per porre la controparte di fronte al fatto compiuto, creando nuove e vantaggiose realtà da cui partire in un futuro processo di pace. Vista l’enorme importanza che da sempre Israele da alla questione della sicurezza, la creazione dell’ANP gli permise di sfruttare le nuove forze di sicurezza e l’intelligence palestinesi per i propri fini.     

Per quanto riguarda i palestinesi, la decisione di prender parte ai negoziati fu fortemente contestata e fu la base delle debilitanti divisioni politiche ancora oggi esistenti, con Fatah e il Partito del Popolo Palestinese (PPP) a favore degli accordi, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), Hamas e il Jihad Islamico Palestinese apertamente contrari. Queste divisioni, unite a una rappresentanza marginale dei partiti politici palestinesi, indebolirono ulteriormente la posizione dei palestinesi durante i negoziati e misero in discussione la loro legittimità di rappresentanti della maggioranza della popolazione palestinese.

In contrasto con la mancanza di incentivi offerti a Israele per il rispetto del diritto internazionale, gli Stati Uniti fecero molte proposte economiche allettanti ai palestinesi in cambio di concessioni politiche. Queste promesse di sviluppo economico non solo furono alla base di numerosi accordi e protocolli, servirono anche a zittire i palestinesi sulle questioni più controverse.

A seguito della ratifica delle concessioni previste negli accordi, i palestinesi si trovarono in una posizione peggiore rispetto a quando avevano iniziato i colloqui, con una Gerusalemme sempre più isolata, un’ininterrotta espansione delle colonie e crescenti divisioni politiche interne. Quest’apparente fallimento del processo di pace di Oslo fu uno dei principali fattori dello scoppio della Seconda Intifada nel settembre del 2000.

Alla luce del palese insuccesso degli Accordi di Oslo, gli odierni colloqui di pace, di nuovo con gli Stati Uniti come mediatori, e di nuovo basati sulle stesse precarie fondamenta e su tattiche discutibili, continuando ad ignorare il nocciolo della questione a ad aggirare il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. C’è poca speranza che questi colloqui riescano là dove Oslo ha fallito. Fino a quando gli Stati Uniti continueranno a sostenere sfacciatamente gli interessi israeliani a scapito dei diritti dei palestinesi, il loro ruolo da mediatori non sarà altro che inutile. E fino a quando Israele continuerà i negoziati ponendosi come una potenza dominante invece che comportarsi da pari, continuerà a pagare il prezzo di essere una potenza occupante.  

Una pace giusta e durevole non sarà raggiungibile se le parti dominanti continueranno a esercitare il loro potere al tavolo dei negoziati. Attualmente non si può credere che gli Stati Uniti agiscano obiettivamente, per tanto, affinché ci sia un po’ di speranza per i futuri colloqui, altre parti, come la Russia, gli stati arabi e l’Unione Europea, devono entrare in gioco ignorando la pressione americana e tornare ai loro ruoli tradizionali di controllori degli equilibri in campo, in modo da assicurare che gli interessi di entrambe le parti vengano presi in considerazione e valutati equamente. 

In un contesto del genere, il potenziale di successo sta nell’asserire che il primo passo verso un accordo giusto e completo deve essere prima di tutto e prioritariamente basato sul diritto internazionale. Israele deve essere resa consapevole del fatto che il diritto internazionale e le pertinenti risoluzioni dell’ONU sono indipendenti e inviolabili e che l’osservanza di tali leggi non è in nessun modo condizionata dalla volontà dell’occupato di fare una concessione in cambio ai propri oppressori.

Da canto loro i palestinesi devono anche cambiare il loro approccio ai negoziati, prima di tutto elaborando delle strategie per una sincera e schietta unità politica e, in secondo luogo, divenendo consapevoli che tali colloqui non sono solo una questione diplomatica, ma un modo per resistere e cambiare l’equilibrio dei poteri in gioco. E ciò è vitale, perché il risultato finale di qualsiasi futuro accordo rifletterà l’equilibrio di potere creatosi durante i negoziati.

Visti l’attuale crisi economica, i continui sovvertimenti globali e il formarsi di nuovi centri di potere, è cruciale che i palestinesi colgano questa opportunità per creare nuove partnership e cooperazioni e elaborino strategie per sfruttare a proprio vantaggio questi cambiamenti.

(tradotto da AIC Italia /Palestina Rossa)