A 20 anni dalla firma degli accordi di Oslo, perchè sono falliti?

A 20 anni dalla firma degli accordi di Oslo: perché sono falliti?


Quando l’OLP firmò la Dichiarazione dei Principi (DOP, basati sugli accordi raggiunti a Oslo), l’ Alternative Information Center si trovò sull’orlo di una spaccatura. Nonostante nessuno lo considerasse un buon accordo, molti membri dell’AIC (tra cui il sottoscritto) pensarono che fosse un compromesso che rifletteva la migliore soluzione possibile in quel momento e che non ci si doveva opporre a una decisione presa dalla leadership dell’OLP. Inoltre ritenevamo che una mobilitazione popolare avrebbe potuto migliorare i termini del trattato (non molto buono) e le sue condizioni.
 

di Michel Warschawski

La debolezza principale della Dichiarazione dei Principi era la chiara mancanza di un impegno per quanto riguardava lo status finale. D’altro canto però, la presenza di una tabella di marcia precisa e serrata sembrava garantire l’instaurarsi di una dinamica volta al proseguimento del processo avviato con gli accordi e che non ci sarebbe stata la possibilità di ritornare indietro. Quando Yitzhak Rabin iniziò a temporeggiare, annunciando che “non esistevano scadenze sacre”, anche i più ottimisti tra noi iniziarono a preoccuparsi. Anche negli aspetti simbolici la cattiva fede della leadership israeliana iniziò ad essere sempre più palese: la bandiera palestinese continuò ad essere considerata illegale tanto quanto l’OLP (il partner ufficiale dell’accordo) e i suoi componenti.

               

 

Avevano ragione coloro che consideravano gli accordi di Oslo come una manovra israeliana volta al mantenimento dell’occupazione coloniale spartendo il controllo della sicurezza e della gestione amministrativa (sanità, scuola, ecc.) con l’OLP? 

La convinzione generale di Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Yossi Beilin, come dei sostenitori degli accordi dell’OLP e del movimento solidale internazionale, consisteva nel credere che il contesto globale di decolonizzazione significasse necessariamente la fine dell’occupazione coloniale israeliana di Gerusalemme, della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e delle Alture del Golan.  La convinzione di coloro che si opponevano ad Oslo, invece, era che l’offensiva militare americana in Iraq, la sconfitta di Saddam Hussein e il sostegno di Yasser Arafat per la fazione perdente significava che Washington aveva il potere di imporre la capitolazione dei palestinesi. 

Si può discutere all’infinito circa i relativi guadagni e perdite implicati nel compromesso di Oslo. Questa discussione ha ormai perso di significato: prima che uno stato palestinese nascesse nei territori occupati da Israele nel 1967, il contesto globale cambiò radicalmente. L’Unione Sovietica crollò e assistemmo alla vittoria dei neo-conservatori e alla loro strategia di una nuova guerra globale per la ricolonizzazione del mondo, particolarmente del Medio Oriente. 

Il tempo della decolonizzazione era finito 

Post factum si può affermare che chi si era opposto agli accordi di Oslo quantomeno aveva ragione: 20 anni dopo la DOP, nessun stato Palestinese indipendente e sovrano è stato creato, anche se oggi la Palestina è stata riconosciuta dall’Unesco e ha ricevuto lo status di stato osservatore presso l’ Assemblea Generale dell’ONU e la comunità internazionale chiama Mahmud Abbas “Signor Presidente”.

Lo storico punto di svolta che segnò la fine degli accordi di Oslo fu nell’anno 2000. Fu l’inizio della riconquista dei Territori Palestinesi guidata da Ehud Barak e Ariel Sharon, come parte della guerra globale di ricolonizzazione portata avanti dei neo-con, e fu la fine del processo di costituzione di uno stato palestinese indipendente. Oggi i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza si autofinanziano e amministrano (con l’aiuto della comunità internazionale) il loro malessere. Possiedono inoltre delle proprie forze armate addestrate a reprimere ogni tentativo di fronteggiare l’occupazione coloniale israeliana. Col senno di poi si può dire che gli accordi di Oslo furono un’ottima mossa a favore del colonialismo israeliano.

 (tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)