Knesset, sì alla legge per non negoziare su Gerusalemme

Nena News
21.10.2013
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Knesset, sì alla legge per non negoziare su Gerusalemme

Sarà necessaria l'approvazione di 3/4 del Parlamento per poter condurre trattative sullo status della Città Santa, per Israele "unita ed ebraica"

di Roberto Prinzi

Roma, 21 ottobre 2013, Nena News - La commissione ministeriale per gli affari della Costituzione ha approvato ieri la proposta di legge avanzata da Ya'akov Litzman ("Giudaismo per la Torà") secondo la quale il governo potrà condurre negoziazioni sullo status di Gerusalemme solo se avrà il sostegno di almeno ottanta parlamentari. Un numero enorme se si considera che la Knesset ha in tutto 120 seggi ma che mostra con tutta evidenza la scarsa volontà del governo israeliano di affrontare una delle questioni chiave del conflitto con i palestinesi.

 

La decisione ha incassato lo scontato sostegno dei ministri del Likud (partito del premier Netanyahu) e di Casa ebraica di Naftali Bennet. Contrarietà è stata invece espressa dai ministri del centrista Yesh 'Atid, partito che vive un grosso calo di popolarità a causa dell'imbarazzante leadership dell'ex-giornalista Lapid. Il leader ultra-ortodosso Litzman non ha nascosto la sua gioia per il risultato ottenuto e si è detto «contento per il mio diritto a difendere Gerusalemme. Netaniahu ha promesso più di una volta di non negoziare su Gerusalemme. Questa legge nasce per mantenere questa promessa e conservare Gerusalemme unita. Il messaggio della legge è chiaro: Gerusalemme «è la capitale d'Israele e non fa parte di nessuna trattativa futura per raggiungere la pace».

Di parere contrario è stata il Ministro della Giustizia Tzipi Livni (HaTnu'a) che farà appello affinché la proposta venga ridiscussa e non sia posta a votazione alla Knesset. Impegnata sul fronte delle trattative di pace in corso con i palestinesi, Livni ha sottolineato le conseguenze negative che questa decisione potrebbe avere «in questo momento» per raggiungere un accordo di pace con la controparte palestinese.

Meno preoccupata per il processo di pace era però apparsa pochi giorni fa quando il gruppo israeliano Peace Now aveva parlato di duemila nuovi cantieri aperti nei primi sei mesi dell'anno in Cisgiordania e a Gerusalemme est: un incremento degli insediamenti israeliani che sfiora il 70% rispetto allo scorso anno (da 995 a 1.708). Così come era rimasta silenziosa quando, sempre pochi giorni fa, l'Esercito israeliano aveva sparato a Yusef Ahmed al-Radayeh facendo salire a nove il bilancio dei palestinesi uccisi da Tel Aviv da quando è ripreso il negoziato di pace con l'Autorità palestinese.

Negoziati su cui si mantiene il massimo riserbo ma dove tuttavia sono ben chiare le intenzioni dello stato ebraico. Netaniahu, in occasione della commemorazione della morte di Rabin, ha ribadito le precondizioni poste da Tel Aviv per raggiungere la pace: mantenimento del controllo miliare israeliano sulla Valle del Giordano, il riconoscimento dello Stato ebraico (per cui rinuncia al diritto al ritorno dei profughi palestinesi della diaspora) e l'indivisibilità di Gerusalemme. Ma forse allora né il centrista Yesh 'Atid né Livni prestavano attenzione. Nena News.