Israele, la scuola dei ricchi e quella dei poveri

Nena News
12.11.2013
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Israele, la scuola dei ricchi e quella dei poveri

Aumenta il divario tra le classi sociali nell'educazione e il Ministero dell'Istruzione pensa a scuole "autogestite". Ma quale privato investirà nelle zone disagiate?

i Roberto Prinzi

Roma, 12 Novembre 2013, Nena News -In Israele il divario tra le classi sociali nel campo dell'istruzione è aumentato. È quanto emerge nel rapporto pubblicato la scorsa settimana dall'Autorità nazionale per la misurazione e valutazione in campo educativo. Lo studio, a cui hanno preso parte 113.854 studenti di 1.131 scuole elementari e medie, se ha registrato da un lato i progressi dagli studenti israeliani, ha evidenziato dall'altro come l'appartenenza o meno ad una classe sociale-economica influenzi fortemente l'istruzione.

 

La lettura dei dati non lascia spazio a interpretazioni: il sistema formativo israeliano viaggia a due velocità diverse. L'anno scorso nelle scuole dove si parla ebraico come lingua madre, il divario tra gli studenti di classi diverse è stato di 51 punti in matematica, 46 in ebraico, 42 in inglese e 41 in scienze e tecnologia. Una forte disparità rimane anche tra studenti "arabi" [i palestinesi d'Israele, ndr] e quelli "ebrei" che nel corso degli anni non ha registrato rallentamenti. Tuttavia gli autori dello studio sottolineano come sia la condizione economica d'origine dello studente (e non tanto il suo essere "arabo" od "ebreo") a influenzare la sua istruzione.

In pratica, a parità di classe, il divario educativo tra gli studenti "ebrei" e quelli "arabi" si restringe in modo considerevole registrando nella classe media-alta un leggero vantaggio dei palestinesi sugli israeliani di lingua madre ebraica. Andrebbe aggiunto però che gli "arabi", essendo posti ai margini della società israeliana perché non "ebrei" in uno stato che si definisce "ebraico", vivano in prima persona le ripercussioni di un sistema educativo diseguale dominato dalla media-alta borghesia (principalmente ashkenazita).

L'autogestione delle scuole aumenta il divario educativo

La trasformazione delle scuole in aziende alla caccia di profitti grazie alla possibilità di auto-gestirsi è emblematica di come la cultura in Israele stia diventando sempre di più appannaggio di pochi. Ciò che accade è molto semplice. Lo stato (precisamente il Ministero dell'Istruzione) permette ad una scuola di "auto-gestirsi". Con l'"autogestione" i presidi delle scuole dovranno lottare tra di loro per accaparrarsi le risorse finanziarie necessarie alla sopravvivenza della struttura. La scuola agisce come organizzazione indipendente, dal punto di vista pedagogico, gestionale ed economico come una piccola azienda.

Una politica ideata dal Ministero dell'Istruzione negli anni '90 interrotta all'inizio del nuovo millennio. Nel 2011 l'allora ministro Gideon Sa'ar e il suo direttore generale Shimshon Shoshani ripresero il programma che ora è applicato in quasi 1.000 complessi scolastici. L'attuale ministro Shai Piron sta continuando la politica del suo predecessore e prova a portarla a compimento rendendo tutte le scuole "autogestite".

Un cambiamento radicale nel mondo dell'istruzione che sta avendo luogo nel silenzio assordante dei media e nel disinteresse dell'opinione pubblica. Con l'"autogestione" ogni scuola potrà affittare a organi privati le sue strutture dopo le regolari ore di lezione. Il preside potrà utilizzare il denaro ottenuto a sua discrezione senza dovere giustificare le sue spese. È un padrone a tutti gli effetti che comanda la sua azienda. Alcuni dirigenti scolastici spiegano che questo afflusso di denaro potrà permettere corsi di arte, la ristrutturazioni degli edifici, lo sviluppo di attività pedagogiche diverse, la formazione di piccoli gruppi studio e persino l'organizzazione di gite più costose. Apparentemente sembrerebbe conveniente sia per lo stato sia soprattutto per i cittadini che il Ministero dell'Istruzione conferisca l'autonomia alle scuole. La realtà è però diversa.

Il caso Tel Aviv

Il caso Tel Aviv mostra bene le conseguenze disastrose che questo piano potrà avere nell'accentuare il divario tra classi in campo educativo (e che quindi inciderà negativamente sul futuro di centinaia di migliaia di studenti). A Tel Aviv le scuole cittadine si "autogestiscono" da 15 anni. Secondo i dati del comune negli ultimi anni i licei cittadini sono riusciti a guadagnare 1.6 milioni di shekel (circa 320.000 euro) affittando le proprie strutture.

Ma la cifra non è divisa in modo uguale: nella zona centrale e settentrionale della città (la più ricca) i complessi scolastici hanno guadagnato 1.4 milioni di shekel, mentre a sud della città (i quartieri disagiati dove si registrano continuamente le violenze contro gli immigrati "infiltrati") solo 225.000 shekel. Eppure il numero di scuole presenti nelle due parti della città è il medesimo. Tra le entrate delle scuole del centro e del nord di Tel Aviv l'affitto delle strutture ha costituito il 95% dei guadagni.

La spiegazione della differenza nei numeri è semplice: perché enti, organizzazioni, strutture private dovrebbero investire in quartieri "difficili", dove il tasso di criminalità è più alto, dove c'è il pericolo "infiltrato, abitati dal sottoproletariato israeliano emarginato che ha una forza economica minore, quando si può facilmente investire nella Tel Aviv ricca e benestante? Ma se lo stato si disinteressa delle scuole diminuendo l'elargizione di denaro (perché per "l'autogestione" saranno le stesse scuole a procurarselo), cosa accadrà a quegli istituti che non riusciranno a guadagnare sufficientemente dal fitto ai privati delle proprie strutture? Che cosa succederà ai loro studenti?

Il divario tra ricchi e poveri aumenta

Il timore di un forte aumento del divario nel campo dell'Istruzione è stato sottolineato anche dall'Autorità nazionale di misurazione e valutazione in un report pubblicato quattro mesi fa dove ad essere intervistati sono stati diversi dirigenti scolastici. Il documento ammetteva che «con il passaggio all'autogestione ci sono molte possibilità che cresca il divario economico fra scuole situate in zone ricche e aree povere». Sebbene la maggior parte degli intervistati abbiano una «posizione fondamentalmente positiva riguardo al sistema dell'autogestione», la ricerca evidenzia come «ci siano molte riserve verso il modello dell'autogestione e della sua applicazione nella realtà». Ciò mostra la «differenza che c'è tra il suo sostegno espresso a parole da varie personalità e l'effettiva attuazione».

Timore evidente nelle parole di una preside di una scuola di Tel Aviv citata da Ha'Aretz. «Quando abbiamo voluto ristrutturare il cortile [della nostra scuola, ndr], il comune ci ha detto che dovevamo cavarcela da soli, che io dovevo raccogliere le donazioni e a trovare chi era interessato ad affittare le strutture della scuola. Lo stato così è irresponsabile, questa è la logica interna dell'autogestione». «Non bisogna confondere un'indipendenza essenziale, che dà alle scuole una autonomia pedagogica e risorse per studiare e svilupparsi da una apparente che dà alle istituzioni educative risorse insufficienti tra preoccupazioni di raiting e le pressioni dei genitori» spiega il Dottor Nir Michaeli del Seminar Kibbutzim di Tel Aviv.

Si aggiunga al problema della disparità delle risorse quello relativo alla mancanza di controllo e di supervisione da parte dello stato. «Dalle interviste sul campo» - continua il documento - «appare con tutta evidenza che gli organismi addetti alla supervisione e al controllo non agiscono affatto, e nella maggior parte dei casi si sono verificati degli scontri interni relativi al loro funzionamento».

Il comune di Tel Aviv respinge le accuse di aver marginalizzato l'area meridionale della metropoli israeliana sostenendo di aver «investito ogni anno centinaia di milioni di shekel nel sistema educativo in quella parte della città. Quelle cifre sono di gran lunga maggiori della differenza delle entrate tra le strutture scolastiche del nord e del sud dovute ai fitti degli impianti. Le scuole al sud della città godono di finanziamenti molto maggiori rispetto a quelle del nord».

A difendersi dalle critiche degli autori dello studio e di alcuni dirigenti scolastici è anche il Ministero dell'Educazione. «L'autogestione ha ottenuto l'approvazione da parte dei dirigenti. Le risorse sono state trasferite alle scuole in modo soddisfacente, i presidi sono rimasti soddisfatti per la formazione e l'orientamento».

Eppure il divario nell'istruzione israeliana non è un problema recente. Una commissione pubblica suggerì al Ministero dell'Educazione già vent'anni fa delle soluzioni per porre fine a questa disparità. Per ridurre l'ineguaglianza insita nella caccia ai finanziamenti si pensò all'istituzione di un fondo nazionale che avrebbe dovuto raccogliere i guadagni e li avrebbe poi distribuiti in modo uguale ai vari complessi scolastici. Si decise anche di unire le città (o scuole) più povere con quelle ricche e dividere i guadagni tra di loro. Nonostante fossero adottate, tuttavia nessuna delle due soluzioni è stata mai applicata. Nena News