Perchè l'America ci odia?

AIC – Alternative Information Center
21.11.2013

http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/opinions/7418-why-does-america-hate-us

Perché l’America ci odia?

Grazie a John Kerry, i palestinesi si “sono resi conto” che l’attuale amministrazione statunitense, come già quelle precedenti, è decisamente a favore di Israele. Il Segretario di Stato americano è riuscito a convincere le “due parti a riprendere i negoziati senza porre delle condizioni”, arrivando addirittura al punto di elogiare Benjamin Netanyahu per le sue “concessioni, senza precedenti”. Dimenticati ormai l’adorabile discorso di Obama all’Università del Cairo nel 2009 e l’euforia che era seguita a questo intervento “rivoluzionario”. 

di Haidar Eid 

Com’era prevedibile ci troviamo al punto di partenza. E sorge spontanea la domanda: perché l’America odia i palestinesi? Gli americani credono davvero che non abbiamo dei diritti anche noi, anche quando sono sanciti dal diritto internazionale? Barak Obama pensa veramente che siamo solo una seccatura?

 Il pensiero politico egemonico degli Stati Uniti giudica un’idea in base agli effetti che produce e non in base alle cause. L’accento viene posto sul rapporto tra la verità di un’affermazione e la sua applicabilità in base a una sola misura: l’America ne trarrà un vantaggio? Questo è il paradigma del cosiddetto pragmatismo americano, prevalentemente liberale e bianco; i politici americani sono interessati solamente alla funzione e agli effetti delle idee e delle affermazioni, piuttosto che alle cause e alle condizioni che le generano. 

L’essere “fattibile” e “praticabile” è la reale giustificazione alle posizioni prese dall’establishment americano, che non prende in considerazione le condizioni storiche e sociali in base alle quali tali posizioni sono considerabili “attuabili”. Qualsiasi cosa i liberali bianchi americani vogliano è giustificabile e per tanto legittimato fintanto che risulta “attuabile” e “funzionale” a prescindere dai modi in cui viene realizzato. Perciò l’apartheid, il nazismo, il sionismo e l’occupazione americana dell’Iraq e dell’Afghanistan possono essere “facilmente” giustificati e venduti a dei cittadini CNNizzati. 

La politica di Obama e del suo Segretario di Stato sta rimodellando la vecchia idea del pragmatismo americano in modo da adattarla alle necessità e alla mentalità dei politici liberali della classe media americana del tardo-capitalismo. 

Senza dubbio il pragmatismo americano ha le sue radici in una concezione eurocentrica della democrazia liberale che sfrutta la credenza che le democrazie occidentali siano piene di persone che possono essere convinte a votare contro i propri interessi di lungo termine, ritenendo che possano essere ingannate da una retorica liberale che le porta a scegliere in base a degli obiettivi di breve termine. Detto in altre parole, le persone possono essere facilmente manipolate e spinte a “scegliere liberamente” ciò che è chiaramente contrario al loro interesse. Se non fosse così, Hitler non sarebbe riuscito a stabilire il Terzo Reich e gli israeliani non avrebbero votato per Netanyahu e Liberman.  

Per cui il liberalismo borghese e neo-liberista, nella pratica, omologa e ha l’egemonia sulla società con un patchwork di politiche e allo stesso tempo evita le critiche più radicali necessarie per un reale cambiamento sociale e politico. 

Analisi socio-storiche di tali società rivelano che i ricchi hanno il potere e legittimano i loro abusi a scapito della classe lavoratrice e dei paesi poveri attraverso dei meccanismi legali e istituzionali che, in apparenza, sembrano volti al bene comune, in modo così convincente da far sì che le persone votino contro i propri reali interessi. Bush fu, ad esempio, eletto due volte nonostante i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dalla sua amministrazione in Iraq e Afghanistan. Alcuni pensatori critici ritengono che i voti nelle società liberali contemporanee non sono attribuiti in base ad ogni votante, come dovrebbe essere, ma in base ad ogni singolo dollaro, pratica che garantisce dei risultati non democratici. 

Votare alle elezioni non garantisce la libertà del singolo di scegliere i propri rappresentanti in base ai propri interessi. Piuttosto è una parte fondamentale di un sistema le cui regole sono state determinate dalla potente classe borghese nel tentativo di assimilare la classe antagonista, quella dei lavoratori. Ai popoli colonizzati non è mai stato garantito il “diritti umano” di scegliere liberamente i propri rappresentanti sotto il sistema “liberale” colonialista. Nel frattempo molti bianchi in Sud Africa partecipavano “liberamente” alla scelta di un regime oppressivo e razzista, legittimati dalla presenza dei “liberali” nel parlamento. Qualcosa di molto simile succede in Israele. 

Una domanda importante sorge: come può un singolo individuo possedere dei diritti inalienabili quando tutti i beni sociali primari, inclusi un reddito e la sanità, sono distribuiti in modo ineguale? La libertà borghese e liberale basata sulla “pace”, “ricchezza” e “libertà” (in cui lo sfruttamento non viene mai menzionato) è la risposta che l’America ha per noi, una risposta che preclude la consapevolezza storica, o piuttosto, una risposta che richiede un’amnesia storica e politica. E’ una risposta che include due ideologie: capitalismo e democrazia liberale. 

Possiamo però ignorare che il fatto storico alla base della società liberale contemporanea è la sanguinosa rivoluzione francese? E cosa dire a proposito della rivoluzione americana? Esiste una “stampa veramente libera” e un’ “opinione pubblica illuminata” a cui possiamo rivolgerci noi palestinesi per il riconoscimento dell’orrore e della sofferenza che ci sono stati inflitti? In altre parole, i media principali americani non hanno forse ingannato l’opinione pubblica su ciò che è successo nel Sud Africa dell’apartheid,in Nicaragua e in Cile, sull’assassinio di Lumumba e Allende e sul supporto dato a Mobutu e ad altri regimi reazionari in Africa e nel Medio Oriente, e adesso circa la causa palestinese? 

La “persuasione”, da un punto di vista pragmatico, gioca quindi un ruolo fondamentale nella creazione di una società liberale. Tecnicamente, la persuasione è il mezzo con cui si ha il pluralismo, in cui non vi è l’esclusione di nessuna idea. Da questa prospettiva, qualsiasi punto di vista radicale che si oppone al sistema deve per forza lavorare dall’interno di questo sistema liberal-borghese, il quale è considerato l’unico “legittimato” tra quelli esistenti. Rifiutando il sistema e le sue basi ideologiche, rivelando e opponendosi alla sua peculiarità profittatrice porta all’ “illegittimità” e all’esclusione. Se per esempio non si è “convinti” dalla logica dell’intervento americano nel mondo arabo e in Afghanistan, si hanno due possibilità: o lo si accetta comunque oppure si è condannati ad essere etichettati come “antidemocratici”, a prescindere al fatto che centinaia di migliaia di civili sono stati uccisi durante le azioni militari.

La “persuasione” liberale non è altro che una “comunicazione distorta”, come l’ha definita Jurgen Habermas, e prevede l’accettazione del punto di vista di coloro che detengono il potere che hanno l’egemonia sulla maggioranza nei campi della conoscenza e del potere. Ciò non implica un rifiuto della democrazia in quanto tale, ma piuttosto una presa di distanza dalle basi profittatrici del liberalismo e del pragmatismo, i quali insistono nell’assimilazione di ogni opinione radicale nei termini pluralisti del “uno di noi”. 

Ciò che viene sempre omesso in ogni seria discussione con dei pensatori americani allineati all’ideologia dominante è che la fondazione delle società capitaliste liberali contemporanee è stata raggiunta attraverso lo sfruttamento di milioni di lavoratori, la morte di milioni di indigeni e la morte di molti altri milioni di persone durante le due guerre mondiali. Quindi perché insistere sul diritto al ritorno di 6 milioni di palestinesi? Perché piangere la morte di più di 1500 civili, inclusi 434 bambini, durante il massacro di Gaza? Obama non ha mai pronunciato una sola parola di cordoglio per questi bambini. 

In contrasto con ciò che l’intellettuale americano Fredric Jameson chiama “consapevolezza situazionale” del “primo e terzo mondo” nei termini della dialettica hegeliana dello schiavo/padrone, egli ritiene che “gli schiavi conoscono la realtà e la resistenza reale mentre il padrone è condannato all’idealismo”. Partendo da questa analisi hegeliana, Jameson conclude:  

Mi colpisce che noi americani, che controlliamo il mondo, ci troviamo in una situazione molto simile. La vista dall’alto è epistemologicamente ingannevole e riduce i suoi soggetti all’illusione di possedere delle soggettività frammentate, alla povertà dell’esperienza individuale di nomadi isolati... questa individualità senza luogo, questo idealismo strutturale che ci permette il lusso dello sguardo sartreano, offre una via di fuga dall’”inferno della storia”, ma allo stesso tempo condanna la nostra cultura al psicologismo e alla “proiezione” di una soggettività privata. Tutto questo è la negazione della cultura del terzo mondo, che deve essere situazionale e materialista.” 

Questo rappresenta esattamente la politica americana, una politica del dominio e del perseguimento dei propri interessi. Riflette un’ideologia di una classe particolare portatrice di interessi particolari, rappresentati in prospettive specifiche: neo-liberalismo, pragmatismo. 

Il “discorso politico americano vincente”, per usare le parole di Bourdieu, coincide con il neo-liberalismo. La forza degli Stati Uniti sta nella posizione ricoperta nelle dinamiche del potere globale. I palestinesi, come i nativi americani, sono delle “popolazioni in eccedenza” e come i neri sud africani sono “senza potere e inutili selvaggi”. Dategli un bantustan circondato da un muro così che Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati non debbano vederli. Un bantustan che essi potranno chiamare indipendente, uno stato vitale. Dopo tutto, qual è il cittadino americano che conosce la differenza tra la Palestina e il Pakistan! 

Non bisogna quindi meravigliarsi del perché il presidente Obama e il suo Segretario di Stato ci odiano. Noi non andiamo bene per i potenti, sciovinisti e bianchi askenaziti. Durante la guerra del 67, Edward Said notò che gli americani continuavano a chiedersi “noi come stiamo andando?” Noi, gli arabi e i palestinesi, non siamo parte di quel “noi”. Noi siamo “loro”, l’ “altro”. Noi come i nativi americani e gli schiavi africani, occupiamo  una parte che Jameson chiamerebbe “l’inconscio politico americano”. Le nostre morti non vengono contate, la morte di mezzo milioni di bambini iracheni, come la morte di 434 bambini durante il massacro di Gaza è solamente un “danno collaterale”, mentre le vittime dell’11 settembre sono degli individui con delle famiglie, dei nomi e delle “potenti storie”, che meritano empatia.

 (tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)