La tortura dell'acqua per i palestinesi

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http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.574735

martedì 18 febbraio 2014

La tortura dell'acqua per i palestinesi

di Amira Haas

 

Perché l'establishment israeliano è così deciso a negare l' esistenza di una discriminazione nell'accesso all'acqua? Perché in questo caso l'establishment israeliano non può usare la solita scusa della sicurezza a cui ricorre per giustificare altri casi evidenti di discriminazione.

 

Quando si parla della situazione dell'acqua, la macchina della propaganda israeliana e i suoi aiutanti, le lobby sioniste della diaspora, sono in grossa difficoltà. Come è apparso chiaro quando il tedesco Martin Schulz ha avuto l' audacia di chiedere alla Knesset - quel covo di trafficanti dell'Olocausto - se la voce che aveva sentito fosse vera [ha chiesto se veramente agli israeliani è assegnata una quantità quattro volte maggiore di acqua che ai palestinesi].

 

La discriminazione sistematica negli stanziamenti d'acqua ai palestinesi non è una falsa diceria (http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.574554). Senza queste limitazioni, gli israeliani avrebbero comunque acqua a sufficienza, ma l'intera impresa degli insediamenti sarebbe molto più costosa, e forse anche impossibile da sostenere nella sua estensione attuale e quella prevista per il futuro.

 

Non c'è da stupirsi che "Habayit Hayehudi", il partito che più si identifica con i coloni, abbia reagito furiosamente alle osservazioni di Schulz ed abbia abbandonato l'aula della Knesset.

 

La discriminazione idrica è un altro strumento governativo utilizzato per logorare i palestinesi socialmente e politicamente.

 

In Cisgiordania, decine di migliaia di famiglie spendono enormi quantità di tempo, denaro ed energia emotiva e fisica solo per occuparsi di cose di prima necessità come docce, bucato e pulizia di pavimenti e piatti. Quando non c'è acqua nella cisterna del water, anche le visite dei familiari diventano rare.

 

Le famiglie che vivono nella valle del Giordano spillano acqua potabile e trasportano taniche da lunghe distanze, e di nascosto - per non essere scoperti dalla Amministrazione Civile - pur vivendo proprio vicino alle condutture della compagnia idrica Mekorot che convoglia l'acqua in abbondanza alle aziende agricole per le coltivazioni da esportazione.

 

Gaza, proprio dall'altro lato del Ranch Sycamore del defunto Ariel Sharon e del Kibbutz Be'eri, dipende da impianti di depurazione delle acque avidi di elettricità, che spesso scarseggia; uno scenario da India.

 

Il tempo, denaro ed energie persi alla ricerca dell'acqua vanno a scapito di altre cose sia sul piano personale che comunitario: lezioni di approfondimento per i bambini, un computer, gite in famiglia, progetti di sviluppo industriale e turistico, agricoltura biologica, attività politiche e sociali.

 

Anche se i palestinesi sanno che è Israele il responsabile della mancanza di acqua, la loro rabbia si rivolge al parafulmine più accessibile: l'Autorità palestinese.

 

E i dipendenti della autorità idrica palestinese, che trascorrono le loro giornate in battaglie estenuanti con la burocrazia di occupazione israeliana per ottenere l'approvazione di ogni singolo tubo d'acqua, hanno fama di essere indifferenti, poco professionali e inefficienti. Comodo.

 

Quella realtà di enclavi palestinesi scollegate fra loro che Israele sta creando attraverso un mosaico variegato di leggi e in diversa misura su entrambi i lati della Linea Verde, sta emergendo dal sequestro di terra e sorgenti d'acqua, e dalla negazione della libertà di movimento.

 

La religione della sicurezza, che viene usata per giustificare il furto della terra, i checkpoints e il blocco delle frontiere, deve ancora fornire una spiegazione al perché un bambino palestinese avrebbe diritto a meno acqua di un bambino ebreo .

 

Cosa possono dire gli esperti in diplomazia della comunicazione? Che a Jenin la fornitura di acqua media pro-capite è di 38 litri per il consumo domestico perché la città è una roccaforte della Jihad Islamica, che minaccia il nostro piccolo paese? Che in estate non c'è approvvigionamento idrico regolare perché il servizio di sicurezza Shin Bet è occupato a scoprire cellule di militanti armati, e che a Gaza oltre il 90 per cento dell'acqua non è potabile perché i capi di Hamas stanno pianificando attacchi terroristici in Cisgiordania?

 

Anche le comunità ebraiche più fedeli ad Israele avranno difficoltà a giustificare la sperequazione. E così l'establishment ha messo a punto un piano di attacco in quattro punti:

 

1 . Bombardare i media con statistiche parziali e incorrette;

 

2 . Offuscare il punto di partenza: Israele controlla le fonti d'acqua. Sulla base degli accordi di Oslo temporanei, che da allora sono diventati permanenti, i palestinesi sono limitati nella quantità di acqua che sono autorizzati ad estrarre in maniera indipendente da queste fonti e nei miglioramenti che possono fare alle infrastrutture idriche;

 

3 . Contare sul fronte interno israeliano, che respinge le denunce palestinesi e ignora i rapporti di organizzazioni come B'Tselem, il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati, e il film documentario "La Valle in dissolvenza" di Irit Gal, oltre agli studi pubblicati dalla Banca Mondiale e da Amnesty International;

 

4 . Contare sul fatto che la maggior parte degli israeliani non si curerà di farsi una propria idea sulla questione. E anche se lo facesse, scoprendo che c'è una discriminazione scandalosa, si può contare che la reazione sarà: "E allora?"