La pandemia, il "Piano di pace" americano e la Palestina (o quel che ne rimane)

Nel suo contributo alla serie di analisi sulle esperienze democratiche nella pandemia del coronavirus curate dal Centro per la Democrazia, Riccardo Bocco, professore di antropologia e sociologia nonché affiliato al Centro Albert Hirschman sulla democrazia, esplora come la pandemia stia aumentando le discriminazioni in Palestina e come stia influendo sulle strategie e capacità geopolitiche. Il professor Bocco sostiene che la situazione legittima indirettamente l'esistenza di un solo Stato e che induce di fatto una realtà a uno stato, compromettendo ulteriormente la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

di Riccardo Bocco

Albert Hirschman Centre on Democracy (Ginevra, Svizzera),  20.05.2020

Durante questa pandemia di COVID-19, è stata chiaramente stabilita una cosa: il governo israeliano ha sostanzialmente deciso le politiche sanitarie per tutti: in Israele, a Gerusalemme est e ovest, in Cisgiordania e a Gaza, in diversi modi.

A Gaza, l'assedio (già in atto dal 2007) ha isolato ulteriormente i residenti della Striscia, con il governo di Hamas che applica rigide misure di quarantena agli abitanti di Gaza che tornano da o attraverso l'Egitto. La Striscia continua ad essere fortemente dipendente dalla buona volontà del governo israeliano di far entrare le attrezzature mediche, mentre gli ospedali locali non sono preparati ad affrontare l'emergenza.

In Cisgiordania, ai residenti palestinesi nelle aree "A" non è stato permesso di attraversare le aree "B" e "C" a causa dei posti di blocco dell'esercito israeliano (IDF) e delle misure di confinamento. L'Autorità Palestinese ha imposto severe misure di confinamento a Betlemme quando il coronavirus sembrava diffondersi; finora è stato contenuto con successo.

I residenti di Gerusalemme Est, come al solito, sono finiti in una terra di mezzo... Il Ministero della Salute dell'Autorità Palestinese non è autorizzato a operare nella Città Santa. Numerose iniziative per l'apertura di cliniche di emergenza sono state respinte o limitate, dimostrando ancora una volta il trattamento differenziato per i palestinesi.

A Gerusalemme Ovest l'epidemia ha gravemente colpito le comunità ebraiche ortodosse (che non hanno rispettato le misure di confinamento per motivi religiosi e/o mancanza di informazioni), e il governo Netanyahu ha mobilitato l'esercito per contenere la diffusione della pandemia.

In Israele, finora, la popolazione ebraica sembra aver pagato il pedaggio più alto, ma il contagio sta crescendo nelle aree rurali palestinesi e nel "triangolo" (ad esempio a Um al-Fahem). La discriminazione nei confronti dei cittadini arabi di Israele durante la pandemia è diventata manifesta anche attraverso la disparità di trattamento riguardo gli aiuti economici relativi al COVID-19. Sebbene gli arabi israeliani costituiscano oltre il 20% della popolazione israeliana, è stato loro assegnato solo il 2% del fondi erogati dallo Stato.

Nel complesso, ciò significa che siamo di fronte a una realtà a uno stato: dovremmo archiviare tutto il linguaggio “politicamente corretto”, perché nei fatti Israele esercita la sovranità su tutti i territori che controlla. E questa è una realtà che si sta evolvendo da un po' di tempo: le disparità di trattamento e le discriminazioni che colpiscono i palestinesi sono in continuo aumento. Tutto questo deriva chiaramente dall'attuazione della nuova Legge organica dello Stato ebraico, promulgata durante l'estate 2018, che garantisce il diritto all'autodeterminazione solo agli ebrei israeliani.

Il collegamento con il "Piano di pace" di Trump deve essere reso più esplicito alla luce del contesto attuale. Dovremmo prendere più seriamente ciò che le amministrazioni americane hanno fatto negli ultimi decenni per promuovere il sogno di un "Grande Israele". Finora, Trump ha tentato con successo di cancellare tutto ciò che è stato fatto/pensato/sperato dai tempi di Oslo. Per lui, il diritto internazionale non è un ostacolo, più o meno come per Netanyahu, che considera Israele al di sopra del diritto internazionale ...

Il gioco è finito: i palestinesi hanno perso e devono rispettare le nuove regole dettate dagli Stati Uniti e dal suo alleato israeliano. Gli Stati Uniti continueranno a fornire aiuti umanitari "eccezionali" ai palestinesi, nella misura in cui non ospiteranno programmi di costruzione di uno stato palestinese. I progetti di sviluppo per la costruzione di questo stato saranno congelati e contrastati. Per l'amministrazione Trump il 'falso' stato palestinese che ha proposto sarà totalmente privo di sovranità ... Viene anche legittimata la "legge organica" del 2018 che considera l'espansione degli insediamenti in "Giudea e Samaria" (ovvero la Cisgiordania nella tassonomia coloniale israeliana) uno "sforzo patriottico". In questo contesto, la pandemia sta giocando a favore degli interessi coloniali dei coloni, perché il COVID-19 legittima indirettamente l'esistenza di un solo stato.

Cosa possiamo aspettarci dal nuovo governo di coalizione israeliano riguardo alla ripresa dei colloqui di pace?
Non molto, penso. Benny Gantz ha accettato di perseguire l'obiettivo di un "Grande Israele". L'annessione è stata in qualche modo "normalizzata". Il dibattito è solo su questioni di calendario, modalità, tempistica. In attesa della decisione della CPI (Corte penale internazionale) sull'incriminazione di rappresentanti di Israele e Hamas per crimini di guerra, il governo Gantz-Netanyahu tenterà di attuare l'annessione di tutta o parte della Cisgiordania senza chiamarla con questo nome... per non dover far fronte alle reazioni della comunità internazionale. Tuttavia, l'annessione avrà gravi conseguenze giuridiche e contribuirà a trasformare l'apartheid di fatto in un apartheid legalizzato. Infatti, estendendo la sua sovranità, l'amministrazione israeliana applicherà regole discriminatorie nei confronti della popolazione palestinese residente in Cisgiordania. Più che mai, l'"unica democrazia" in Medio Oriente, come la maggior parte dei leader politici israeliani sono abituati a descrivere lo stato ebraico, è in pericolo e i sentimenti etno-nazionalistici costantemente alimentati dal regime populista di Netanyahu comprometteranno la legalità.

Dov'è la comunità internazionale?
Il Quartetto è morto ... grazie fra gli altri a Tony Blair. Gli Stati arabi perseguono interessi diversi e sono in parte impegnati con le conseguenze del COVID-19 sulle loro politiche interne. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita hanno sprecato molti soldi nella guerra dello Yemen, senza risultati. Il principe Mohammed bin Salman è diventato in qualche modo un dubbio alleato sia per gli Stati Uniti che per Israele. Egitto e Giordania sono fortemente dipendenti dagli aiuti finanziari americani e difficilmente oseranno opporsi apertamente al piano Trump. L'UE è tormentata dalle sue divisioni interne e la Brexit sta aggravando la situazione.

Possiamo prevedere una probabile riduzione degli aiuti dell'UE alla Palestina, così come dai suoi Stati membri, a causa degli effetti economici della pandemia. La posizione dell'UE, a meno di un miracolo (sempre possibile in Terra Santa!), sarà probabilmente quasi irrilevante e non impedirà a Netanyahu e ai suoi alleati di attuare il loro piano per l'estensione della sovranità di Israele su gran parte della Cisgiordania.

Già nel 2004, Mary Anderson è stata invitata a Gerusalemme dalla Cooperazione svizzera per discutere di come il suo approccio "Do no harm" (sulle strategie di aiuto di paesi in conflitto ndt) potesse essere applicato al contesto palestinese. Ha detto apertamente che gli aiuti internazionali stavano finanziando l'occupazione e allo stesso tempo stavano alimentando un percorso di dipendenza per la società e le istituzioni palestinesi. La situazione è cambiata nel 2020? Non molto, a quanto pare ... Nessuno si sente a proprio agio nell'interrompere gli aiuti per mettere Israele davanti ai suoi obblighi come potenza occupante. Solo l' ICRC (comitato internazonale della Croce Rossa) lo fece nel 2002 durante la Seconda Intifada, quando stava distribuendo aiuti alimentari.

In che modo la Svizzera può fare la differenza?
Nel tempo la Confederazione ha acquisito una reputazione per il suo approccio costruttivo in contesti di conflitto e per il suo sostegno al diritto internazionale e alle organizzazioni locali per i diritti umani. Tutto questo sembra essere stato offuscato negli ultimi due anni a causa dei messaggi ambigui del Ministero degli Affari Esteri. Sarebbe molto importante che la Svizzera, depositaria delle Quattro Convenzioni di Ginevra (ratificate anche da Israele), ribadisca il suo sostegno a una soluzione a due stati e al finanziamento dell'UNRWA, un'agenzia che dovrebbe essere considerata uno strumento per la costruzione della pace nel presente contesto caotico. Nonostante le battute d'arresto e le delusioni della gestione dell'ultimo commissario generale, Pierre Krähenbühl, il nuovo commissario è nuovamente un cittadino svizzero e dovrebbero essere sviluppati piani concordati con lui e con il suo staff.

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze