Gantz chiede scusa, ma Iyad Hallaq non è l'eccezione

Il neo ministro della Difesa, il leader di Blu Bianco, porge le condoglianze per l’omicidio del giovane palestinese, ucciso dalla polizia di frontiera israeliana. Ma per i palestinesi è la “normalità”: oltre 130 uccisi nel 2019, nessuna punizione per i responsabili

di Chiara Cruciati

Nena News, 1 giugno 2020

Roma, 1 giugno 2020, Nena News – Aveva 32 anni Iyad Hallaq. Viveva a Gerusalemme. Ogni giorno, da sei anni, frequentava la scuola Al Bakriyyah, a poca distanza dalla Porta dei Leoni, una delle entrate alla città vecchia. Era autistico e lì riceveva assistenza. Più di tutto Iyad era palestinese. Tanto basta a farne un sospetto. Per questa ragione è stato ucciso: i poliziotti israeliani che lo hanno incrociato sabato hanno detto di aver pensato che fosse armato o volesse compiere un attacco.

Lo hanno inseguito e lo hanno ucciso con sette colpi di arma da fuoco. Nessun tentativo di arresto o di verifica dell’effettivo pericolo. Iyad è morto come sono morti tanti altri palestinesi prima di lui, sospettati di avere in mano un coltello, di voler attentare alla vita di un soldato o un poliziotto israeliano. Organizzazioni internazionali l’hanno definita la pratica dello “shoot to kill”, sparare per uccidere, la reazione tipo delle forze israeliane: se anche il sospetto, palestinese, non rappresenta un pericolo, la prima e immediata forma di difesa da un pericolo solo presunto è sparare. Anche se è lontano, anche se potrebbe essere fermato in altro modo.

Iyad in mano non aveva nulla. Ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ex capo di stato maggiore - noto ai più fino a un anno fa per aver auspicato il ritorno di Gaza all’età della pietra, poi per aver sfidato il premier Netanyahu prima di crearci insieme una coalizione di governo - ha chiesto scusa per l’uccisione di Iyad Hallaq.

Gantz ha chiesto scusa ieri, durante l’incontro settimanale del governo, seduto accanto al primo ministro che ha taciuto: “Siamo dispiaciuti per l’incidente e condividiamo il dolore della famiglia. Sono certo che la cosa sarà indagata rapidamente e saranno raggiunte delle conclusioni”.

Ha parlato anche la madre di Iyad, dalla sua casa a Wadi al-Jouz, quartiere di Gerusalemme noto per essere tra i più colpiti dalla repressione israeliana, quello da cui provengono – scrivono i media israeliani e non solo – coloro che compiono attacchi, dimenticando di citarne le condizioni di vita, quelle economiche e sociali. La madre alla stampa ha detto che Iyad era autistico, che si è spaventato – come avveniva spesso – per le grida dei poliziotti e per questo è scappato. Era un bambino nel corpo di un uomo, dice. E si chiede, come riporta Imemc News, perché gli agenti “non lo hanno perquisito, perché lo hanno ucciso senza nemmeno essere certi che avesse davvero un’arma con sé”.

Parla anche l’avvocato della famiglia, Eyad al-Qadamani: la polizia, dice a Imemc, sta investigando e non sembra che consegnerà il corpo alla famiglia per la sepoltura. Sulla notizia la polizia ha imposto la censura, vieta di diffondere i nomi degli agenti colpevoli. Secondo quanto riportato da Haaretz, i poliziotti hanno detto di averlo inseguito perché “portava dei guanti”: “Pensando avesse un arma – dice la polizia – gli hanno ordinato di fermarsi. L’uomo ha rifiutato ed è scappato, gli agenti lo hanno inseguito e hanno aperto il fuoco”.

Secondo il quotidiano israeliano, uno degli agenti è stato porto agli arresti domiciliari, un altro è libero. La polizia israeliana ha aperto un’inchiesta, la prima conclusione resa pubblica è che Hallaq non era armato. Si tratta comunque, dice la polizia, di un “caso raro”. Non è così: i casi di palestinesi, giovani, adulti, donne, uomini, uccisi da esercito o polizia sulla base di un sospetto sono decine, centinaia. Praticamente mai si giunge alla punizione dei responsabili per uso eccessivo della forza.

In un rapporto dello scorso gennaio l’organizzazione israeliana B’Tselem ha dato gli ultimi numeri: nel 2019 Israele ha ucciso 133 palestinesi, di cui 28 minorenni. Centoquattro a Gaza, 26 in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Tutti per lo più uccisi, scrive B’Tselem, secondo la “politica sconsiderata dell’open-fire“, l’uso eccessivo della forza, anche in assenza di minacce. Non partecipavano a manifestazioni e chi vi partecipava lanciava pietre ad ampia distanza dai soldati. In sei casi si è trattato di palestinesi che lanciavano Molotov, molto lontani dai soldati. C’è chi è stato ucciso mentre aiutava una famiglia a far ripartire una macchina, chi mentre si recava a pregare  a Gerusalemme.

Quasi mai viene aperta un’inchiesta, né nel caso di omicidi né nel caso di denunce di violenze perpetrate da soldati o coloni. Nel 99% dei casi la denuncia non viene neppure registrata, se lo è viene chiusa poco dopo. Se si arriva alla punizione, è spesso ridicola: lo scorso ottobre un soldato israeliano è stato condannato a un anno di prigione militare per aver ucciso un 14enne palestinese a Gaza, Othman Helles, disarmato, che stava cercando di arrampicarsi sulla rete che divide la Striscia da Israele.