Come si cancella la Palestina

Noa Landau, Haaretz, Israele

Internazionale 1363 | 19 giugno 2020

 

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu assicura che il 1 luglio comincerà ad

annettere la valle del Giordano e gli insediamenti in Cisgiordania. Un piano che

affossa la prospettiva di uno stato palestinese e istituisce un regime di apartheid.                                                                                                  Molti paesi hanno espresso opposizione a qualunque mossa unilaterale

Cosa significa annessione?

In genere l’annessione,

o “estensione della

sovranità”, è una dichiarazione

con cui territori

che in base al diritto internazionale

si considerano occupati diventano

parte integrante dello stato che li

annette, specialmente in termini di legge,

giurisdizione e amministrazione. In

questo modo viene sostituito il governo

militare (“occupazione belligerante”, per

usare la definizione ufficiale), che in base

al diritto internazionale si applica ai territori

occupati.

Di solito l’annessione è un’iniziativa

unilaterale della potenza occupante, e

non un’iniziativa raggiunta attraverso

negoziati e accordi di pace con la parte

occupata. Per esempio, è così che Israele

ha inglobato le alture del Golan e Gerusalemme

Est, attraverso azioni unilaterali

accompagnate da decisioni governative e

leggi della knesset.

La grande maggioranza della comunità

internazionale non ha mai riconosciuto

queste azioni, fino a quando l’attuale

amministrazione statunitense guidata

dal presidente Donald Trump ha cambiato

la politica di Washington sulla questione

e ha riconosciuto la sovranità israeliana

sulle alture del Golan e su Gerusalemme.

Tuttavia Trump ha sottolineato che il

riconoscimento non esclude futuri negoziati

sul destino di questi territori.

Ora il primo ministro israeliano Benjamin

Netanyahu vuole dichiarare, con il

sostegno statunitense, la sovranità israeliana

su tutti gli insediamenti ebraici creati

in Cisgiordania dal 1967, compresi quelli

nella valle del Giordano. Nelle ultime tre

campagne elettorali lo ha ribadito più volte.

Inizialmente si era concentrato sull’annessione

della valle del Giordano, ma poi

ha puntato sull’inclusione di tutti gli insediamenti

della Cisgiordania, in conformità

con il piano di Trump per il Medio

Oriente reso noto alla fine di gennaio.

Quali aree possono essere annesse in

base al piano di Trump? Sulla carta, il

piano ideato dall’amministrazione

Trump si basa sulla soluzione dei due stati

e delinea un futuro lontano in cui esisterà

uno stato palestinese accanto a Israele.

Ma per quanto riguarda l’area su cui

dovrebbe nascere questo stato palestinese,

il piano prevede il territorio più limitato

e spezzettato mai offerto dalla comunità

internazionale. Secondo Trump il principio

è che “nessun palestinese o israeliano

sarà sradicato dalla propria casa”.

Quindi, come chiarisce anche la mappa

che accompagna il piano, Israele potrà

annettere tutti gli insediamenti esistenti,

oltre alle aree circostanti e alle strade di

accesso.

Secondo l’amministrazione statunitense,

Israele ingloberà circa il 30 per

cento della Cisgiordania. Ma in base alle

mappe presentate da Netanyahu e dalla

Casa Bianca, gli esperti hanno calcolato il

20 per cento. A questo si aggiunge lo

“scambio di territori e popolazioni” per

l’area del deserto del Negev e della Galilea,

nota come il Triangolo (in base al piano

i cittadini arabi d’Israele che vivono

nella zona saranno privati della cittadinanza

e costretti a trasferirsi in territorio

palestinese). Ma non è chiaro se questa

parte resterà effettiva dopo essere stata

ampiamente criticata a gennaio.

È importante ricordare che una mappa

definitiva e dettagliata deve ancora

essere pubblicata. È stata istituita una

commissione congiunta israelo-statunitense

che sta lavorando a delineare confini

più precisi. Secondo alcuni alti funzionari

statunitensi la mappa è quasi pronta.

Inoltre, prima della pubblicazione del

piano Trump, nel novembre del 2019 il

segretario di stato Mike Pompeo aveva

annunciato che gli Stati Uniti non consideravano

più gli insediamenti necessariamente

in contrasto con il diritto internazionale,

che Israele era libero di definirne

lo status legale e che Washington

era pronta a riconoscerlo.

 

            Manifesto a sostegno del Piano Trump

 

L’annessione è condizionata all’accettazione

da parte israeliana di tutto il piano, compresa la creazione di

uno stato palestinese?

Secondo il piano

di Trump e alcuni alti funzionari statunitensi,

tra cui Pompeo, per procedere

con l’annessione Israele deve accettare

tutto il piano, in particolare la parte che

prevede negoziati diretti con i palestinesi

per almeno quattro anni.

Durante questo periodo Israele dovrà

congelare tutte le costruzioni e le demolizioni

nei territori destinati allo stato palestinese

e possibilmente anche in altre

aree. Il piano include anche l’istituzione

di una capitale palestinese nei quartieri

di Gerusalemme Est e la liberazione dei

prigionieri palestinesi.

Tutte queste clausole sono fortemente

osteggiate dai leader dei coloni, che

giudicano il piano un notevole compromesso

rispetto alla loro idea di un “Grande

Israele”, e stanno valutando se sostenere

l’annessione nella speranza che il

resto non sia mai applicato. Il piano comprende

anche una lunga lista di condizioni

che i palestinesi dovranno soddisfare.

Come ha detto l’ambasciatore statunitense

in Israele, David Friedman, ci sarà

uno stato palestinese solo “quando i palestinesi

saranno diventati canadesi”. Ma

se l’amministrazione statunitense ha più

volte sottolineato che per procedere con

l’annessione Israele deve accettare tutto

il piano, la commissione che sta delineando

i confini ha già fatto molto lavoro. In

altre parole, Israele e Stati Uniti si stanno

preparando a realizzare un’annessione

unilaterale. La loro argomentazione è:

visto che questi territori in futuro saranno

comunque israeliani in base al piano

Trump, e che i palestinesi non sono interessati

ai negoziati, nulla impedisce di

annettere i territori in anticipo.

Tuttavia su questo punto l’amministrazione

statunitense si esprime con voci

dissonanti. Jared Kushner, genero del

presidente e suo consigliere, a capo della

squadra che ha elaborato il piano, tende a

mandare messaggi tranquillizzanti al

mondo arabo, per dare l’impressione che

il piano va realizzato nel suo complesso.

Friedman, invece, manda messaggi

rassicuranti alla destra israeliana, dicendo

che l’annessione può avere luogo comunque.

Quando succederà? Di recente gli Stati

Uniti hanno dichiarato di essere preparati

a un’annessione “nel giro di settimane”.

In base all’accordo tra il Likud (il

partito di destra di Netanyahu) e il partito

centrista Blu e bianco (guidato da Benny

Gantz) per formare un governo di coalizione,

il 1 luglio Netanyahu sarà in grado

di “portare l’accordo sull’estensione della

sovranità stipulato con Washing ton al

comitato per la sicurezza nazionale e poi

al governo, per l’approvazione dell’esecutivo

e/o della knesset”.

In un incontro con i deputati del Likud

il 25 maggio, Netanyahu ha affermato che

“la data fissata per avviare l’annessione è

il 1 luglio, e non abbiamo intenzione di cambiarla”.

E ha aggiunto: “Questa è

un’occasione da non perdere”.

Tuttavia, in tutti gli accordi di coalizione,

il contenuto da sottoporre all’approvazione

del governo è volutamente

vago. I partner della coalizione dipendono

completamente dall’accordo che Netanyahu

raggiungerà con l’amministrazione

Trump, che sia l’annessione, il rinvio

dell’annessione o un’annessione parziale

o graduale.

In altre parole, non è ancora chiaro in

che modo Netanyahu pensi di presentare

e realizzare il processo.

Quali possono essere le conseguenze

dell’annessione in Cisgiordania? Dal

1967 Israele compie in Cisgiordania molte

azioni che rientrano in un’“annessione

strisciante” o “annessione de facto”, come

l’espansione di insediamenti e avamposti

e il loro collegamento a Israele attraverso

infrastrutture, oppure le restrizioni

sui cantieri palestinesi e le demolizioni

nell’Area C (che costituisce il 60 per

cento della Cisgiordania ed è sotto controllo

militare israeliano).

L’iniziativa in discussione offrirebbe

un inquadramento legale alla realtà dei

fatti, rendendola de iure, ma anche radicandola

sempre di più.

Innanzitutto, renderebbe possibile

sostituire l’amministrazione militare con

le leggi e l’amministrazione israeliana. In

teoria oggi la massima autorità giuridica

nei Territori occupati è l’esercito, che risponde

al ministero della difesa.

Questo è possibile in parte

applicando una legislazione

che risale al periodo precedente

all’occupazione israeliana. Ma

nell’ambito di quella “annessione

strisciante”, le leggi israeliane sostanzialmente

già si applicano ai coloni (non

ai palestinesi che vivono nelle stesse

aree). È possibile, insomma, che l’annessione

israeliana fornisca una base legale

alla situazione esistente, in cui ci sono

due sistemi giuridici separati per israeliani

e palestinesi. Ma potrebbe anche comportare

l’applicazione della legge israeliana

a molte aree in cui oggi vivono i palestinesi.

Il loro numero dipenderà dalla

mappa definitiva.

Uno scenario simile solleva interrogativi

sullo status di questi palestinesi. Israele

gli garantirà la cittadinanza? Potrebbero

esserci anche delle conseguenze per

i palestinesi che possiedono le terre annesse

e rischiano di perdere il loro diritto

alla proprietà. Secondo Shaul Arieli, israeliano

esperto della questione, si tratterebbe

del 23 per cento della terra annessa.

Un altro punto è la legge fondamentale

sui referendum, in base alla quale la

cessione di terre soggette alla legge israeliana

richiede una maggioranza di ottanta

parlamentari, oppure un referendum.

Finora questa legge non si applicava

alla Cisgiordania perché ufficialmente

lì non vige la legislazione israeliana. Applicare

la legge israeliana a tutta o a parte

della Cisgiordania renderebbe molto difficile

fare concessioni in futuro, nell’ambito

di eventuali accordi di pace.

Per questi e altri motivi la sinistra avverte

che l’annessione affosserà la soluzione

dei due stati e porterà alla creazione

di un singolo stato che o metterà a repentaglio

l’identità ebraica dello stato di

Israele o istituirà ufficialmente un regime

di apartheid, con un sistema legale separato

e discriminatorio per i palestinesi.

Come ha reagito il mondo alla possibile

annessione israeliana? Quando

era stato pubblicato il piano di Trump,

gran parte del mondo aveva appoggiato

in linea di principio l’idea di riportare le

due parti al tavolo dei negoziati.

Ma dopo, quando le dichiarazioni

israeliane sull’annessione

si sono fatte più insistenti, molti

paesi hanno espresso una forte

opposizione a qualunque mossa

unilaterale, e questa al momento è la

linea prevalente in ambito internazionale.

La maggior parte degli stati sottolinea

che un’annessione israeliana unilaterale

costituirebbe una violazione del diritto

internazionale e sarebbe la fine della soluzione

dei due stati e quindi della prospettiva

dell’autodeterminazione nazionale

palestinese.

L’Unione europea guida l’opposizione

a questa prospettiva, insieme alla Giordania,

che subirebbe un danno concreto

dall’annessione della valle del Giordano.

Anche la maggior parte dei paesi del

mondo musulmano sono schierati con

Amman e con i palestinesi. A metà maggio,

dopo la formazione del nuovo governo

israeliano, gli stati dell’Unione europea

hanno cominciato a discutere l’ipotesi

d’imporre sanzioni contro Israele in

caso di annessione degli insediamenti.

L’Europa adotterebbe davvero delle

sanzioni contro Israele? Come tutte le

decisioni di politica estera dell’Unione

europea, gran parte delle sanzioni ufficiali

contro Israele richiederebbe il consenso

unanime dei paesi membri. Negli ultimi

anni l’Unione non è riuscita a raggiungere

il consenso su quasi niente, compresa

la questione di Israele e dei palestinesi.

Paesi come l’Ungheria e l’Austria, considerati

vicini al governo di Netanyahu,

hanno più volte bloccato risoluzioni e

decisioni contro l’esecutivo israeliano.

Ma esistono azioni punitive che non

richiedono questo genere di consenso,

prima tra tutte l’espulsione di Israele da

trattati commerciali, sovvenzioni e iniziative

di cooperazione. Queste sono prerogativa

della Commissione europea,

non dei ministri degli esteri dei vari paesi.

Al momento sono in programma diversi

accordi nel campo della ricerca e

dell’istruzione. Nel caso non si portassero

a termine, si priverebbe Israele di risorse

accademiche e scientifiche, anche

se non ufficialmente come nel caso delle

sanzioni.

Un’altra opzione potrebbe essere intensificare

la politica di differenziazione

degli insediamenti, per esempio segnalando

i beni prodotti nelle colonie. Inoltre,

ogni paese europeo può decidere di

prendere i propri provvedimenti contro

Israele senza consultare gli altri stati.

Tuttavia, il responsabile della politica

estera dell’Unione europea, Josep Borrell,

ha più volte sottolineato che la strada

per le sanzioni è ancora lunga. I meccanismi

di Bruxelles si muovono lentamente

e per vie diplomatiche, nella convinzione

che sia importante mantenere aperti i canali

con Israele e preservare quanta più

influenza possibile.

Qual è la posizione del partito Blu e

bianco? Blu e bianco ha firmato l’accordo

che permette a Netanyahu di sottoporre

un piano di annessione all’approvazione

della knesset o del governo. Inoltre

si è impegnato a non interferire in alcun

processo legislativo nelle commissioni

parlamentari.

Il capo del partito Benny Gantz e il ministro

degli esteri Gabi Ashkenazi sono

stati attenti a esprimere sostegno al piano

Trump nella sua interezza, e non a iniziative

unilaterali di annessione slegate dalle

altre parti del piano.

Internazionale 1363 | 19 giugno 2020