La nuova tappa del progetto coloniale

La nuova tappa

del progetto coloniale

Da decenni Israele sta portando

avanti una strategia con lo scopo

di creare uno stato per soli ebrei.

Quello che vuole fare ora è

rendere più rapida l’espulsione di

tutti i palestinesi rimasti

Ahmad al Bazz, +972 Magazine, Israele

Molti lettori dei principali siti

d’informazione nelle ultime

settimane avranno pensato

che Israele si stesse

preparando a realizzare un drastico piano

per annettere la Cisgiordania occupata, in

seguito al patto di coalizione del governo

e al cosiddetto accordo del secolo statunitense.

Ma i palestinesi sanno perfettamente

che non c’è nulla di sensazionale nell’annessione

israeliana. Al massimo li irrita lo

stupore espresso dalla comunità internazionale

davanti a questa iniziativa.

Per comprendere il divario tra i titoli

di giornale e la realtà, mettetevi nei panni

di un comune cittadino israeliano che decide

di fare una gita, da casa sua a Tel

Aviv fino al mar Rosso, un itinerario che

per lo più attraversa la Cisgiordania occupata.

Questa persona non dovrà fare altro

che prendere un’unica autostrada in direzione

est e in meno di un’ora e mezza sarà

arrivata sulla sponda del fiume Giordano.

Non ci sono posti di blocco né deviazioni

nel breve tragitto, nulla a indicare l’ingresso

in Cisgiordania. Si susseguono

cartelli stradali in ebraico, la polizia israeliana

fa rispettare il codice della strada

ovunque, e l’Autorità nazionale israeliana

dei parchi dà il benvenuto ai visitatori

diretti ai siti circostanti. Il guidatore israeliano

starà attento a non entrare accidentalmente

nelle aree in cui vivono gli

abitanti palestinesi della Cisgiordania.

Non è difficile. Subito dopo gli accordi di

Oslo l’esercito ha piazzato dei grandi cartelli

rossi all’ingresso delle città palestinesi,

per avvertire gli israeliani che entrarci

è “pericoloso”. Ovviamente, un

palestinese dall’altro lato di quei cartelli

non potrà né imboccare quella strada a

ritroso fino ad arrivare in Israele né visitare

gli stessi resort sul mar Morto del

guidatore israeliano.

La realtà dei fatti

Nonostante l’apparente complessità delle

strutture politiche di questa terra, la mappa

geografica di Israele e Palestina nel

2020 è in realtà piuttosto semplice: a parte

le poche enclave palestinesi semiautonome

in Cisgiordania e nella Striscia di

Gaza, tutto il territorio, da nord a sud e da

est a ovest, è governato da Israele.

Questa realtà esiste da decenni. Eppu-

re il mondo è preoccupato dal fatto che

Israele ora vuole renderla “ufficiale” con

un’annessione formale.

Proteste contro il piano annessione (Foto tratta dal portale Ruptly)

 

Quella che per la comunità internazionale è un

’iniziativa illegale da parte di un occupante militare,

o una disputa territoriale tra due governi,

per i palestinesi rappresenta un ulteriore

tappa nel secolare progetto colonizzatore israeliano.

Esclusione e controllo, da sempre caratteristiche

essenziali del sionismo, sono

gli elementi costitutivi della geografia di

questa terra. L’obiettivo di creare un paese

per soli ebrei abitato anche da un’altra popolazione

ha prodotto un’interminabile

realtà di oppressione per i palestinesi, ai

quali il sionismo ha dato due opzioni:

espulsione ed esilio, o dominio israeliano

senza diritti. Tutti i palestinesi,

indipendentemente da dove si

trovino nel mondo, sono soggetti

a uno di questi due destini.

Dopo la fondazione dello

stato nel 1948 molti israeliani

erano amareggiati per non aver conquistato

anche città come Hebron, Nablus e

la città vecchia di Gerusalemme, che consideravano

luoghi sacri. Quella delusione

fu in parte superata nel 1967, quando Israele

prese il controllo di tutta la Palestina

mandataria, l’entità geopolitica istituita

tra il 1920 e il 1948 e amministrata dal Regno

Unito. Ma a parte Gerusalemme Est,

Israele non ha mai messo quei territori

sotto la propria giurisdizione.

 

Uno stato non per tutti

Ancora oggi Israele vuole a tutti i costi evitare

di ripetere l’errore demografico commesso

nel 1948 concedendo ad alcuni

palestinesi la cittadinanza israeliana. Sottoposti

a un governo militare fino al 1966

e da allora sempre discriminati, i cittadini

palestinesi con la loro stessa esistenza

ostacolano il progetto israeliano di creare

uno stato puramente ebraico. Per questo

ai palestinesi in Israele viene costantemente

ricordato che sono indesiderati.

L’anno scorso Netanyahu ha detto chiaramente

che “Israele non è uno stato per

tutti i suoi cittadini”, e anche l’accordo del

secolo ha proposto di trasferire le loro comunità

in un futuro stato palestinese.

Perseguitato dal suo errore, Israele ha

deciso di portare avanti una politica di

“temporaneità permanente” in Cisgiordania

e a Gaza: un’annessione de facto,

piuttosto che de iure. Ha creato così nuove

categorie per la popolazione indesiderata:

“permessi di residenza permanente” rossi

per gli abitanti di Gerusalemme Est (a

migliaia poi revocati) e carte di identità

arancioni o verdi per quelli di Gaza e della

Cisgiordania, rilasciate dal ministero della

difesa israeliano.

Contemporaneamente lo stato ha incoraggiato

la popolazione ebraica a stabilirsi

nei Territori occupati. Man mano che

si sviluppavano gli insediamenti, Israele

ha costruito strade di collegamento, muri

e recinzioni per far in modo non solo che

le colonie restassero collegate tra loro e a

Israele, ma anche che servissero da strumento

per controllare e limitare il movimento

della popolazione palestinese.

Allora perché, dopo più di cinquant’anni

di “temporaneità permanente”, Israele

ha deciso di rendere ufficiale questa realtà?

E quale dovrebbe essere la reazione

dei palestinesi?

La risposta a queste domande

sta in ciò che Israele potrebbe

annunciare a breve: non solo

l’annessione degli insediamenti

e delle terre circostanti, che sono

già sotto il suo controllo, ma anche l’espulsione

definitiva dei palestinesi che rimangono

in quelle aree. Questo progetto

si sta portando avanti da anni in luoghi

come la valle del Giordano, la zona E1 e le

colline meridionali di Hebron. Ma una

volta dichiarata l’annessione, potrà essere

realizzato con più rapidità.

Considerata l’impunità con cui Israele

ha violato il diritto internazionale nei Territori

occupati, i palestinesi hanno l’occasione

di abbandonare definitivamente la

strategia che si affidava al diritto per contrastare

l’“occupazione”. Per molto tempo

i palestinesi hanno sperato che questo

quadro di riferimento internazionale potesse

essere d’aiuto alla loro battaglia, nonostante

tutti i suoi limiti e le distorsioni

della loro causa. Ma sempre invano.

I leader palestinesi sono stati parte di

questo fallimento. Fino alla fine degli anni

ottanta consideravano Israele una colonia

che usurpava la terra palestinese, chiedevano

il ritorno dei profughi e invocavano

un unico stato democratico per tutti. Ma

in seguito l’Organizzazione per la liberazione

della Palestina ha riconosciuto formalmente

Israele e ha adottato la soluzione

dei due stati, soprattutto per compiacere

la prospettiva della comunità internazionale,

che si basa sulla falsa premessa di

un “conflitto” tra due parti uguali.

Questo inquadramento ha soppiantato

la richiesta palestinese di decolonizzare

la Palestina mandataria e ha accettato la

Linea verde (che segna le frontiere precedenti

alla guerra dei sei giorni del 1967)

come confine all’interno del quale ingabbiare

i palestinesi in un quasi-stato. A poco

meno di trent’anni dagli accordi di Oslo, le

politiche coloniali di Israele continuano a

trattare i palestinesi come un gruppo colonizzato

indesiderato, che si tratti di cittadini

israeliani, di soggetti che vivono nei

Territori occupati o di profughi espulsi.

 

Correggere gli errori

Il presidente palestinese Abu Mazen afferma

di esserne consapevole, minacciando

ripetutamente di smantellare

l’Autorità nazionale palestinese o di ritirarsi

dai cosiddetti accordi di sicurezza

con Israele. Ma non è mai stato abbastanza

coraggioso da andare fino in fondo. Se

l’Autorità nazionale palestinese non farà

nulla per correggere i suoi errori continuerà

a sostenere il progetto israeliano,

che vuole una leadership palestinese a

governare delle enclave ridotte all’osso

per conto di Israele.

Dunque, mentre Israele rifinisce la

prossima fase del suo progetto, è tempo

che i palestinesi tornino alla loro rivendicazione

originaria: una decolonizzazione

totale e un unico stato democratico in cui

ogni essere umano abbia uguali diritti.

Ed è il momento di sviluppare nuove strategie

per raggiungere questo obiettivo.

Fino ad allora la comunità internazionale

non ha il diritto di esprimere rammarico

per l’annessione. Questa annessione è

semplicemente il frutto degli sforzi coloniali

israeliani, che la stessa comunità

internazionale non ha mai fatto nulla per

fermare. u fdl

 

Da sapere

Pareri diversi

Cosa pensano gli israeliani della possibilità di

annettere la Cisgiordania, 2019, percentuale

Contrari 28

Completamente favorevoli

e per il rispetto dei diritti

politici dei palestinesi 11

Completamente favorevoli

e senza il rispetto dei diritti

politici dei palestinesi 16

Favorevoli all’annessione all’area C 16

Non sanno 15

Ahmad al Bazz è un giornalista e documentarista

che vive a Nablus, in Cisgiordania.

Dal 2012 fa parte del collettivo fotografico

Activestills.

Internazionale 1363 | 19 giugno 2020