Alla ricerca illegale della città di David

Alla ricerca della città di David

 

Rachel Poser, Harper’s Magazine, Stati Uniti. Foto di Tanya Habjouqa

Internazionale 1369-31 luglio 2020

(abbreviato, ndr)

Fin dalla sua fondazione, Israele usa l’archeologia per legittimare le rivendicazioni sulla Palestina. Rafforzando il mito ultranazionalista e il movimento dei coloni

A 50 chilometri dalla costa,

su un altopiano desertico

dei monti della Giudea

privo di risorse naturali e

di protezione, Gerusalemme

non era certo il sito ideale per una delle grandi città del

mondo, il che spiega in parte perché è stata

rasa al suolo dalle fiamme per due volte

e assediata o attaccata più di settanta volte.

Gran parte della città vecchia, che attira

milioni di turisti e di pellegrini in visita

nella Terra santa, risale a duemila anni fa,

ma l’area che probabilmente ospitò la sede

della monarchia di Giudea è precedente

di un millennio. Secondo la Bibbia, il re

David conquistò la città dei cananei e ne

fece la sua capitale, ma in secoli di distruzioni

e ricostruzioni ogni traccia di quel

periodo è stata persa.

Nel 1867 un ufficiale britannico di nome

Charles Warren decise di trovare le

vestigia del regno di David. La sua intenzione

era scavare sotto il famoso Monte

del tempio, che i musulmani chiamano

Haram al sharif, ma le autorità ottomane

respinsero la sua richiesta. Allora Warren

scelse di effettuare gli scavi su un pendio

fuori dalle mura della città vecchia, avendo

notato che nel libro dei Salmi Gerusalemme

è descritta come una città situata

non in cima a un’altura, ma in una valle

circondata da alture.

Dati di fatto

Un lunedì mattina all’inizio dell’anno

scorso ho camminato dal quartiere musulmano

della città vecchia al sito archeologico

portato alla luce da Warren, il cuore

antico di Gerusalemme oggi noto come

città di David. Nei vicoli della città vecchia

la pietra tratteneva l’aria e i tendoni riparavano

dal sole, quindi le strade erano

fredde e buie, e l’atmosfera cupa. Solo i

pellegrini erano in giro così presto. Gruppi

di varie chiese statunitensi sfilavano lungo

la via Dolorosa tenendo in mano esili

croci di legno e cantando un inno che si

basa su un versetto del Vangelo di Luca:

“Gesù, ricordati di me quando verrai nel

tuo regno”. Botteghe anguste vendevano

incenso profumato alla gardenia, al muschio

e all’ambra, accanto a felpe con il

logo delle forze armate israeliane.

Ho attraversato la piazza del Muro occidentale

fino alla Porta del letame, che

secondo la credenza popolare segna l’antico

percorso lungo il quale le giovenche

rosse venivano condotte al tempio per il

sacrificio. Fuori dalle mura della città vecchia,

all’aperto, ho trovato luce, calore e

chiasso. Autobus turistici erano in fila come

vagoni ferroviari lungo il crinale. Lunedì

è il giorno in cui in Israele si celebrano

i bar mizvah e i bat mizvah, e i rulli di

tamburo dei lontani festeggiamenti si

mescolavano al frastuono dei martelli

pneumatici dei vicini cantieri. Quando ho

raggiunto la città di David, alcuni operai

stavano rifinendo la pedana di legno posta

all’ingresso del sito e posando un mosaico

di marmo accanto allo sportello

della biglietteria.

Avevo deciso di venire alla fine di gennaio,

quando gli archeologi avrebbero

avuto la pausa di metà semestre, anche se

tutti mi avevano avvertito che rischiavo di

trovare brutto tempo. Quella mattina il

cielo era nebbioso e luminoso, ma i segni

dell’inverno erano visibili altrove. Nel cortile

del centro visitatori, melagrane sgonfie

pendevano dagli alberi e alle viti era

ancora appeso, scuro e rinsecchito, qualche

grappolo d’uva dell’estate precedente.

Mentre lì accanto si radunavano gruppi

di scolari, mi sono seduta a un tavolino

con Zeev Orenstein, il direttore per gli affari

internazionali della Ir David foundation,

che gestisce il sito archeologico ed è

più conosciuta con la sigla ebraica Elad.

Orenstein aveva l’aspetto e i modi del presidente

di una confraternita: vigile, esperto

e navigato. Indossava occhiali da sole e

un maglione ufficiale della città di David e

aveva in mano una Bibbia rilegata in nero

piena di segnapagina, che indicava mentre

parlava. “L’archeologia dimostra tutti i

giorni, al di là di ogni ragionevole dubbio,

che queste cose sono successe davvero”,

mi ha detto.

“Non è semplicemente una questione di fede, sono dati di fatto”…

Orenstein mi ha accompagnato dentro

il sito, che vibrava a causa dei lavori in corso.                                                                                                                                                                     Le rovine in sé non sono niente di che.

In gran parte risalgono ai primi tempi della

città, l’epoca cananea; sono grandi,

grezze e senza decorazioni. Scale e piattaforme

panoramiche ricavate nel pendio

della collina conducono i turisti a un grande

muro di contenimento tutto storto, noto

come Struttura di pietra a gradini, che

scorre lungo le fondamenta di tipiche case

giudee a quattro vani e arriva fino a un antico

sistema di gallerie che serviva a rifornire

d’acqua la città.

Ci siamo fermati su una grata metallica

sospesa sopra un vasto letto di roccia e i

resti di quelli che potevano essere stati

due muri, costituiti da blocchi squadrati e

irregolari e da cumuli di pietre più piccole.

Uno dei muri sembrava spesso circa due

metri e mezzo. In un cartello sopra le nostre

teste c’era scritto: “I resti del palazzo

di re David?”.

Ho notato il punto interrogativo. Nonostante

il nome del sito, il video in 3d e le

melodie dell’arpa, gli archeologi non hanno

trovato niente che leghi in

modo decisivo quest’area a re

David. Quella che la Bibbia descrive

come un’età dell’oro di

espansione sotto il patrocinio di

David e dei suoi discendenti, occupa

uno spazio curiosamente esiguo nella

storia dell’archeologia. Nel 2005 un’archeologa

di nome Eilat Mazar ha annunciato

di aver trovato “la casa di legno di

cedro” – il palazzo che si presume fosse

stato costruito per David da tagliapietre e

falegnami provenienti da Tiro – proprio

sotto il centro visitatori della Elad. La comunità

degli archeo logi ha quasi unanimemente

respinto la teoria di Mazar, ma

la Elad continua a presentarla come una

possibilità.

“Non abbiamo ancora trovato un’insegna

con scritto: ‘Benvenuti al palazzo di re

David’”, ammette Orenstein. “Forse si

troverà e forse no”…

 

Un’ombra di sospetto

L’archeologia è stata un’ancella del nazionalismo

fin dai suoi esordi, è una sorta di

saccheggio reso rispettabile praticato da

eserciti e da aristocratici per avvalorare

teorie imperialistiche sul progresso

della civiltà. Ancora oggi

la disciplina si trova scomodamente

a metà tra le scienze e gli

studi umanistici: ha aspetti molto

tecnici, ma in ultima analisi

poggia sull’interpretazione che danno gli

esseri umani di ciò che credono di vedere nel terreno.

La casa della famiglia Abu Saleh a Silwan, danneggiata dagli scavi per un tunnel

l primo ministro David Ben Gurion

voleva disperatamente offrire una base

di solidarietà nazionale, incoraggiò gli

archeologi a passare al setaccio la terra in

cerca di prove concrete della narrazione

storica esposta nella Bibbia, quello che lui

chiamava “il sacrosanto atto di proprietà

della Palestina”. Furono avviati nuovi scavi

a Masada, Hazor e Megiddo: tutti siti

diventati leggendari nella coscienza collettiva.

Nei decenni successivi alla nascita di

Israele l’archeologia è diventata quella

che lo storico Howard Sachar ha definito

“una vocazione nazionale”. Dopo la

guerra dei sei giorni, quando Israele si

annesse la Cisgiordania e Gaza, gli archeologi

israeliani portarono i loro attrezzi

nei Territori occupati. L’attuale primo

ministro Benjamin Netanyahu difende

spesso la presenza israeliana in quei territori appellandosi alla storia.

Sono stato soprattutto i gruppi di destra

a riconoscere il valore politico di questi

ritrovamenti e così facendo hanno gettato

un’ombra di sospetto sull’archeologia

israeliana, anche se praticata dagli studiosi

più scrupolosi. In un’intervista alla Cnn

nel 2013, Naftali Bennett, capo del partito

vicino ai coloni La casa ebraica, ha tirato

fuori dalla tasca una moneta giudea di

duemila anni per contestare chi chiama

“occupazione” la presenza israeliana in

Cisgiordania.

Dato che l’archeologia

lega l’identità al

territorio, spesso le

questioni che deve

affrontare sono

motivate da interessi

geopolitici